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Welcome to CIberalia

EscorialSi è concluso ieri a San Lorenzo del Escorial il corso estivo "El texto digital ante la encrucijada del libro electrónico y del hipertexto", organizzato da José Manuel Lucía Megías e Mercedes López Suárez dell'Università Complutense di Madrid. L’evento non è stato solo l’occasione per fare il punto sull’informatica umanistica in Spagna, ma ha coinvolto istituzioni, editori, imprese, studiosi e anche autori in quattro giorni di conferenze e tavole rotonde sul presente e il futuro dei nuovi formati e generi del testo digitale. E’ prevista la pubblicazione degli atti e dunque ci sarà tempo per riflettere sui singoli contributi, ma dico subito che ho trovato interessante la tensione fra il punto di vista di istituzioni (Dirrección General del Libro, Archivos y Bibliotecas; Biblioteca Digital Complutense), editori (Santillana) e imprese (Google, Telefónica, ecc.) e i creatori di contenuti digitali (Doménico Chiappe): i primi impegnati nel disegnare contenitori, modelli di business e in definitiva “regole di gestione”, i secondi nell’esplorare le possibilità offerte dalla convergenza mediale e consapevoli che l’opera digitale sfugge non solo alle classificazioni degli studiosi, ma anche ai tentativi di governi e aziende di regolamentarne confini e accessi. Si tratta ovviamente di problemi aperti e di difficile soluzione con gli attuali strumenti concettuali (tutti ereditati da Gutenberg), ma la mia impressione è che i secondi abbiano le idee molto più chiare dei primi.

Mi ha inoltre colpito la qualità degli interventi dei colleghi spagnoli: Laura Borrás e Dolores Romero hanno offerto un panorama estremamente interessante sia delle opere della letteratura digitale sia delle riflessioni teoriche in questo campo. La vitalità del panorama ispanico trova insomma conferma in queste giornate, articolate in modo sapiente da José Manuel Megías. Nelle mie proposte conclusive, oltre a riassumere la storia e le tendenze attuali delle Digital Humanities, ho auspicato la creazione di una rete ibero-italiana di informatica umanistica. Da molto tempo infatti sostengo la necessità di federare le lingue romanze, non solo per evidenti ragioni di affinità culturale, ma poter realizzare proposte e progetti comuni in un campo in cui gran parte della tecnologia e del software è made in USA e le principali organizzazioni internazionali sono dominate dalla componente anglo-americana. Senza assumere una volontà di potenza da parte dei nostri colleghi d’oltre oceano (e d’oltre Manica), è urgente che l’identità romanza si doti di propri strumenti e propri luoghi di riflessione. Come scriveva già dieci anni fa José Antonio Millán, se “las redes son las autopistas de los flujos de bienes y servicios digitales… las tecnologías serán los peajes obligatorios” (Internet y el español, Fundación Retevision, Madrid, 2001, p. 141). Il rischio, in un futuro non troppo lontano, è che saremo obbligati a pagare per poter utilizzare le nostre lingue.

Si è concluso ieri a San Lorenzo del Escorial il corso estivo "El texto digital ante la encrucijada del libro electrónico y del hipertexto", organizzato da José Manuel Lucía Megías e Mercedes López Suárez dell'Università Complutense di Madrid. L’evento non è stato solo l’occasione per fare il punto sull’informatica umanistica in Spagna, ma ha coinvolto istituzioni, editori, imprese, studiosi e anche autori in quattro giorni di conferenze e tavole rotonde sul presente e il futuro dei nuovi formati e generi del testo digitale. E’ prevista la pubblicazione degli atti e dunque ci sarà tempo per riflettere sui singoli contributi, ma dico subito che ho trovato interessante la tensione fra il punto di vista di istituzioni (Dirrección General del Libro, Archivos y Bibliotecas; Biblioteca Digital Complutense), editori (Santillana) e imprese (Google, Telefónica, ecc.) e i creatori di contenuti digitali (Domenico Chiappe): i primi impegnati nel disegnare contenitori, modelli di business e in definitiva “regole di gestione”, i secondi nell’esplorare le possibilità offerte dalla convergenza mediale e consapevoli che l’opera digitale sfugge non solo alle classificazioni degli studiosi, ma anche ai tentativi di governi e aziende di regolamentarne confini e accessi. Si tratta ovviamente di problemi aperti e di difficile soluzione con gli attuali strumenti concettuali (tutti ereditati da Gutenberg), ma la mia impressione è che i secondi abbiano le idee molto più chiare dei primi.
Mi ha inoltre colpito la qualità degli interventi dei colleghi spagnoli: Laura Borrás e Dolores Romero hanno offerto un panorama estremamente interessante sia della letteratura digitale sia delle riflessioni teoriche in questo campo. La vitalità del panorama ispanico trova insomma conferma in queste giornate, articolate in modo sapiente da José Manuel Megías. Nelle mie proposte conclusive, oltre a riassumere la storia e le tendenze attuali delle Digital Humanities, ho auspicato la creazione di una rete ibero-italiana di informatica umanistica. Da molto tempo infatti sostengo la necessità di federare le lingue romanze, non solo per evidenti ragioni di affinità culturale, ma poter realizzare proposte e progetti comuni in un campo in cui gran parte della tecnologia e del software è made in USA e le principali organizzazioni internazionali sono dominate dalla componente anglo-americana. Senza assumere una volontà di potenza da parte dei nostri colleghi d’oltre oceano (e d’oltre Manica), è urgente che l’identità romanza si doti di propri strumenti e propri luoghi di riflessione. Come scriveva già dieci anni fa José Antonio Millán, se “las redes son las autopistas de los flujos de bienes y servicios digitales… las tecnologías serán los peajes obligatorios” (Internet y el español, Fundación Retevision, Madrid, 2001, p. 141). Il rischio, in un futuro non troppo lontano, è che saremo forzati a pagare per poter utilizzare la nostre lingue.

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