Dai margini dell’Impero

Sono stato a Digital Humanities 2008. Faceva freddo e confesso che questo non mi ha messo di buon umore. Anche a causa dello schock (passare da 35 gradi a 12 non è proprio un’esperienza piacevole) ho potuto seguire solo poche sessioni parallele e fare un giro per i poster. Non so quanto il clima finlandese abbia influito sulle mie capacità ricettive, in ogni caso confesso che quest’anno sono rimasto deluso. cover_book_abstracts2-222x300L’impressione generale, e del tutto parziale (spero anzi di essere smentito da altri partecipanti), è che nonostante l’aumento esponenziale del numero di submission le digital humanities si stiano un po’ avvitando su se stesse. Per la prima volta m’è parso di vedere poca innovazione persino – udite udite! – rispetto all’Italia. Sarà magari colpa degli standard, ma tutto appare sempre più specializzato e concentrato sugli aspetti tecnologici. Qualche volta metodologici. E i contenuti? Boh. A parte qualche paper su cultural heritage, multimedialità e social network questi anglo-nordici rimangono perlopiù concentrati sul testo, ovvero una speciale e asfittica versione di esso. Nel delirio di progetti e soldi investiti da biblioteche, archivi e centri specializzati non sono riuscito a intravedere né una seria discussione sui contenuti (ok gli strumenti, ma per fare quale ricerca?) né uno spazio per la riflessione teorica. Al loro posto, un’orgia di ontologie, metadati e information retrieval.

L’altro aspetto negativo che è emerso da questa edizione di DH è l’egemonia di due o tre grossi centri e istituzioni nella gestione sia politica sia scientifica delle digital humanities. Sai che novità, direte voi. E’ vero. Che ci fosse un’egemonia anglo-americana in questi ambienti lo sapevamo da anni (vedi questo mio intervento del 2002). E la morte di Antonio Zampolli ha indubbiamente peggiorato le cose. A volte ho l’impressione che permettere di presentare contributi in lingue diverse dall’inglese sia solo la “foglia di fico” o la giustificazione per definirsi “foro internazionale”. Ma magari mi sbaglio. E in ogni caso, come diceva Stuart Hall, il padre degli Studi Culturali, “preferisco guardare il mondo dalla periferia piuttosto che dal centro”. Ho ritrovato questa rivalutazione della marginalità in un bellissimo libro su Hiroshima di Kenzaburo Oe. (Ma diranno alcuni: noi mica vogliamo fare la fine degli hibakusha… E io rispondo: discutiamone il signficato profondo.) Lo scenario che ho appena abbozzato, tuttavia, non credo debba scoraggiare l’informatica umanistica nostrana. Al contrario mi pare evidente che le riflessioni e le idee che avevamo cercato di diffondere negli ultimi quindici anni (penso soprattutto ai contributi di Tito Orlandi) ci impongano di darci una mossa. Tanto per cominciare sarebbe importante far partire immediatamente l’Annuario Laterza. Secondo, parlando con Dino Buzzetti (l’unico rappresentante di un’università italiana nel comitato nell’Executive Committee di ALLC) concordavamo nell’osservare che è ora di creare questa benedetta associazione italiana di IU. Aperta a tutti e tutte le persone e le componenti del mondo accademico e della ricerca, senza chiusure e discriminazioni verso nessuno. Dal mio punto di vista questa associazione non dovrebbe proporsi come appendice di ALLC, ma chiedere l’affiliazione alla Alliance of Digital Humanities. Ma su questa e altre idee spero si possa aprire un dibattito su questo Blog…

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  1. The reason that Digital Humanities is so dominated by a small number of centres and institutions is because they have the money. There’s not a lot of research funding in the Humanities, especially in Europe, even less in Australia. Here we have to disguise our research as science or it won’t get funded. And humanities is regarded as a dying and obsolete branch of university education.
    But money corrupts. I recall an amusing part of Jerome McGann’s book I think it was Radiant Textuality where he says his group were once offered a million dollars to develop an digital archive, and they held a crisis meeting to discuss what the hell they were going to do with all that cash. It made me laugh because the usual problem in other countries is how do we get ANY money to pursue good ideas. So, as McGann also remarks, the good ideas in his opinion can only be found outside of the US.
    The other problem you mention is the increasing dominance of technology over serious dicsussion of the theory of texts, of texts themselves, which seem now to vanish under a deluge of ontologies, databases and markup. This may be a reflection of a change in our society. People read less and spend more time on the Web. To them text is a collection of short excerpts retrieved from a database. A book is something their parents keep in a brown box under the bed. People are very happy to jump on the latest technological bandwagon if only to get a paper accepted so they can go to the conference. There are an increasing number of “experiments” and precious few finished products for general use. I don’t see this situation changing any time soon.

  2. Condivido le tue impressioni, ho avuto la stessa sensazione partecipando a ben due convegni su informatica e filologia a giugno. Direi che la questione dell’associazione in effetti è un punto da mettere all’ordine del giorno, anche in considerazione dei tagli che i finanziamenti alla ricerca subiranno nei prossimi tempi. Io sono disposto a dare il mio contributo, e sono anche dell’avviso che se va fatta deve essere la più ampia possibile. Non sono tempi questi in cui conviene alzare palizzate.

  3. The problem as I see it, Fabio, is that we are still erecting “palizzate”. If you take the example of Wikipedia, that encyclopedia everyone uses and contributes to, and contrast it with the hierarchical nature of our institutions in the humanities you may see why I am not optimistic. Access to our cultural heritage is not open nor is criticism tolerated within academia. Although this is necessary to prevent scholarly discussion from descending into chaos it also perpetuates poorly designed tools and outdated ideas. One example: at the Huygens Institute they claim that one of the problems with humanities computing is that we have “stone age users”. (http://interedition.huygensinstituut.nl/?page_id=55). Ah yes, that was the problem all along! Now I understand, not stone age software – stone age users.
    But it is actually the institutions that are stone age and nothing is changing there, or only slowly. I am sceptical (I hope I am wrong) that attempts to draw researchers together, such as the otherwise noble ambitions of the Interedition initiative, are likely to fail. For I don’t see how a group of researchers, with very different ideas of how to work with texts, can come to any agreement about methods; or how they can build tools for everyone to share. And I don’t see any overarching design by people who can design. What is really missing is any real effort to gather genuine user requirements and to build software around them. Instead we see design after design initiated by individuals or small groups built to serve their own objectives. The software is being built back-to-front. Ask anyone who works in the HCI (Human-Computer Interaction) field and they will tell you that you must FIRST identify who are the users and what they need to do, then build the software around that, testing it constantly in the real world. And the “users” should be not just be the people you are working with on the project, but a much wider audience of the general public who are interested in our cultural heritage. But I don’t see their needs being taken into consideration at all.
    The thing that irritates me most is that there is plenty of money even in Europe to design all the tools we need. In fact we have ten times what we need, maybe one hundred times. And maybe we don’t need any money at all, just true collaboration. And yet it doesn’t happen, I think because at bottom nobody has the guts or the standing or the knowledge to tell others what to do.

  4. L’impero colpisce ancora?

    Non venendo dal clima italiano al contrario di Domenico a) la cosa più shockante di Oulu è stato il sole che non tramontava mai b) mi sono fatto un’immersione di sessioni plenarie, parallele, poster whorkshop ed eventi sociali, cercando di carpire il più informazioni possibile e, onestamente il livello mi è sembrato molto elevato (tanto che è sempre più difficile farsi accettare un paper, visto la concorrenza spietata). C’è una differenza fondamentale che va sottolineata, in quanto per me l’informatica umanistica è sempre stata più orientata verso gli aspetti tecnologici che metodologici o teorici, per due motivi principali: il primo legato ad interessi ed inclinazioni personali, il secondo a motivi di contingenza in quanto le possiblità di occuparmi di questo settore (per me come per numerosi altri) sono state sempre legate a progetti in cui alla fine dei giochi andava consegnato un prodotto tangibile, lasciando poco o nessun spazio alle speculazioni astratte. Esempio concreto: durante il primo progetto ho imparato ad utilizzare: XML, XSLT, Cocoon ed eXist (seguito poi dallo studio di linguaggi di programmazione, database relazionali, web services, ajax, eccetera eccetera) Va da sé come tutto questo apparato tecnologico non sia strettamente legato all’informatica umanistica, ma sia nato in contesti diversi, più generalisti, che incidentalmente poi sono stati adottati nell’IU. Ora se questo da un certo punto di vista è positivo (stacca un po’ dalla totale astrazione degli studi letterari, permette di acquisire competenze tecniche rivendibili sul mercato) comporta una separazione delle carriere e aumenta il distacco tra gli ‘umanisti informatici’ e gli ‘informatici umanisti’, e per questi ultimi il settore naturale in cui ‘riciclarsi’ a livello scientifico è il Library and Information Science, in cui l’oggetto di studio è proprio l’orgia di ontologie e metadati. Se questo avvenisse solo per pochi casi isolati mezza pena, ma l’impressione è che per tutta la mia generazione di ‘would-be digital humanities scholars’ quella di essere competitivi sul piano tecnologico è stata (ed è) l’unica soluzione per ritagliarsi qualche spazio. Basti vedere negli Stati Uniti dove l’oasi del LIS dà più possibilità di ottenere una posizione da faculty rispetto alle humanities tradizionali. La ricerca di dottorato che sto conducendo al momento (in cui la componente tecnica ha comunque un ruolo rilevante) mi ha dato la possibilità di recuperare un aspetto teorico che altrimenti sarebbe rimasto negletto, ma quanti hanno la stessa occasione? Andando a recuperare gli scritti di Gigliozzi, Buzzetti, Mordenti e Orlandi a partire dalla fine anni ’80, l’impressione è quella di trovarsi di fronte ad un picco qualitativo (riguardo gli aspetti teorici e in parte metodologici) che non a) non si è più ripetuto b) rischia di andare perduto. Non so quanto è calzante come paragone, ma ho avuto lo stesso effetto (seppure per motivi diversi) leggendo gli scritti filologici di Segre, Roncaglia o Contini, solo che questi ultimi saranno sempre largamente citati, mentre gli altri rischiano di andare persi mentre si discute se implementare FRBR con un database relazionale o tramite RDF, se utilizzare Lucene o XQuery per le ricerche full-text o sull’ultimo effetto Ajax. La domanda è la seguente: la qualità delle riflessioni teoriche è dovuto al fatto che in quegli anni i progetti erano molti di meno (e la tecnologia più arretrata) e di conseguenza c’era più tempo per elucubrare senza stare a rincorrere finanziamenti e scadenze? Quindi teoria e pratica nell’IU sono l’una a discapito dell’altra e, come scrive Desmond, le buone idee sono appannaggio solo di chi è senza fondi? Se sì allora sarebbe veramente uno scenario desolante. Chi però è impiegato principalmente come tecnico in uno dei tanti progetti attualmente finanziati (quanto durerà ancora però questa tendenza?) ha poco o nessun tempo per occuparsi di altro che non sia standard o tecnologia (ricordando però a chi critica il ruolo degli standard che senza HTTP, HTML e URI non avremmo avuto il Web, magari è il caso di sottolineare come gli standard debbano essere una guida e non un giogo). Inoltre nei grandi centri, con un numero elevato di progetti da gestire, si cerca di uniformare l’uniformabile, lasciando poco spazio alla differenziazione e alla sperimentazione. Chi è che quindi ha il dovere di occuparsi degli aspetti teorici e dei contenuti veicolati (e modificati) dall’informatica umanistica. Prima di tutto i (pochi) personaggi che in questa disciplina hanno posizioni accademiche, la cui voce però corre il rischio di passare inosservata in confronto ai fuochi d’artificio delle innovazioni tecnologiche. Forse le riflessioni che mancano veramente in questo settore sono quelle della stragrande maggioranza degli umanisti, sempre ancorati ai loro strumenti e metodi tradizionali. Un po’ le cose stanno cambiando, ma manca ancora buona parte del ‘grande pubblico’ e senza questo le digital humanities correranno sempre il rischio di essere una nicchia (anche se, rispetto alla nascita della disciplina, allargata grazie al Web) con la tendenza costante all’avvitamento e all’entropia. L’egemonia dei grandi centri (e delle relative alleanze) era una cosa che avevo già notato dall’edizione del DH (all’epoca ancora ALLC/ACH) del 2005, e anzi ad Oulu mi è sembrata in recessione, con progetti e prospettive interessanti provenienti dalla periferia. Vero è che dal centro dell’impero difficilmente si ha una prospettiva globale, o meglio magari si ha una visione d’insieme che però appiattisce, invece di esaltare le differenze e capirne il valore. Ultima cosa sono perfettamente d’accordo con Desmond riguardo al fatto che il problema principale è quello relativo alla politica e organizzazione delle istituzioni, dei progetti e del loro relativo finanziamento, che, nonostante qui gli standard possano essere veramente la chiave di volta, porta ad avere tanti strumenti e prodotti che funzionano su scala locale (‘local solutions to local problems’ come direbbe Shillingsburg), con uno spreco enorme di risorse. Le questioni principali secondo me sono due: il primo è che non ci si preoccupa più di tanto di vedere cosa è stato già fatto di simile e cosa si può imparare dall’esperienza altrui, secondo, nonoste quello che viene dichiarato, raramente uno strumento è estendibile da terze parti e sopravvive al suo progetto, a meno che non vengano impiegato un quantitativo di risorse tali che piuttosto conviene “reinventare la ruota”*. Secondo me qui il problema non è tanto una cattiva volontà quanto una questione di “deadlines” e “product delivery”. Circa un anno fa, Sindre Sørensen, del Wittengstein Archive di Bergen, ad un convegno disse che le potenzialità offerte dall’informatica sono ben lungi dall’essere pienamente utilizzate nelle humanities**. Fondamentalmente sono d’accordo con lui e che il problema principale non riguarda l’aspetto tecnologico quanto quello culturale ed organizzativo.

    * Recentemente ho contato qualcosa come quattro tools per il text editing e le annotazioni tutti basati su Eclipse, quindi il discorso di open-source e collaborazione va bene quando si deve prendere qualcosa già fatto, ma evidentemente non vale quando bisogna dare qualcosa indietro.

    ** E qua ci si potrebbe ricollegare a quello scritto da Desmond riguardo gli ‘stone age software’.

  5. Innanzitutto grazie a Federico e Desmond per i loro commenti, sono felice che il blog inizi ad animarsi! Riguardo alle “palizzate”, va detto che Fabio si riferiva alla creazione di una associazione di informatica umanistica in Italia. Desmond però ha ragione da vendere quando parla del conservatorismo delle humanities, un fenomeno che però da noi è presente a macchia di leopardo, dando luogo a debolezze (non abbiamo grossi centri), ma anche alle punte di eccellenza citate da Federico. D’altra parte l’ibridazione e la diaspora intellettuale, lo sappiamo, sono il prezzo da pagare per fare innovazione. Lo diceva già Francis Bacon nel XVII secolo: chi naviga in terre nuove spesso rimane incagliato. Ma occorre resistere, Federico, alla tentazione di farsi prendere dall’angoscia del posto, perché l’accademia è un mercato del lavoro assai atipico, dove viene premiata l’attesa. Investire nelle DH non vuol dire necessariamente convertirsi in un tecnico. La sfida è trovare l’equilibrio, senza farsi divorare dai complessi o dalle paure (“oddio non sono ancora informatico/non sono più umanista”). Credo che l’esperienza dimostri che per essere in grado di creare e mantenere un progetto innovativo c’è bisogno delle giuste competenze tecniche, ma soprattutto di una solida visione culturale. E questa non te la costruisci né programmando un data base né inventandoti un nuovo trucco per aggirare i difetti della TEI. Guardiamo all’impresa Einaudi guidata da Giuseppe Gigliozzi: oggi appare un sogno, come i governi di centro-sinistra degli anni Sessanta, e Giuseppe, che a me appariva un ricercatore troppo poco ‘estremista’, in confronto al panorama odierno acquista la statura di riformista di un Pietro Nenni o di un Saragat*
    Poi certo, è in parte vero che un maestro come Giuseppe è scomparso senza un adeguato riconoscimento. Ma siamo sicuri che questo sia il modo giusto di raccontare questa “storia”? Secondo me no. La validità di ciò che ha detto e fatto è testimoniata da noi allievi, dalla scuola di informatica umanistica che è nata intorno a lui, Raul Mordenti e Tito Orlandi. I riconoscimenti (in vita) sono importanti, ma non sono né la base né lo scopo dei progetti di ricerca che aspirano a dire qualcosa di nuovo.
    Riguardo a DH08, invece, la questione è più complessa. Il mio post era volutamente polemico, ma non ho parlato di livelli alti o bassi, mi riferivo ai contenuti, il grande assente di questa come di altre simili manifestazioni. A parte il giudizio sulla qualità – che per altro andrebbe approfondito: che cosa è la qualità? Come si valuta? – non mi pare che dall’analisi di Federico emergano elementi che smentiscano la mia interpretazione. Secondo punto, il problema della rappresentanza internazionale non si risolve assumendo etnie italiane, spagnole o greche (vedi King’s) e mettendole dentro la TEI o ALLC. Non voglio offendere nessuno, ma mi pare il tipico atteggiamento colonialista anglo-americano: gli stranieri buoni sono quelli che integriamo noi… Certo ben vengano l’inserimento di facce nuove, però ricordiamoci che in questo mondo le persone dipendono sempre, intellettualmente e materialmente, dalla struttura di appartenenza e ragioneranno – com’è normale – in termini di squadra, non di cultura. Ripeto: l’unico rappresentante italiano indipendente in ALLC da molti anni a questa parte è Buzzetti. Il quale, a meno a partire dal famoso articolo pubblicato sul New Literary History [http://muse.jhu.edu/login?uri=/journals/new_literary_history/v033/33.1buzzetti.html], è anche l’unico studioso italiano i cui contributi vengono citati nel contesto di DH. Esiste un problema reale di visibilità della ricerca italiana (e in generale delle lingue romanze) che non può essere risolto né tramite l’acquisto di italiani all’estero, né vaporizzando essenze “esotiche” (leggi: non anglici) sopra gli organigrammi storicamente autoreferenziali di TEI-ALLC-ACH.

    *N.b. entrambi vecchi partigiani…

  6. I think Fede is right to say that humanities computing is a kind of stepping stone for humanists at heart to work towards jobs in some aspect of computing or library/information science. This tendency has lent a particular flavour to recent DH conferences as the humanities have declined, certainly here in Australia. There are simply fewer people than there were who have the time or opportunity to consider the theoretical rather than the technological aspects of humanities computing. I mean fewer people who nowadays study the “Geisteswissenschaften” (spiritual sciences=humanities) than the “Naturwissenschaften”. That doesn’t mean that we will abandon our cultural heritage or that there is necessarily a lack of interest in it. I think there is a great deal of latent interest that could be tapped by breaking down barriers and opening research out to a wider audience of collaborators. And this is the era of Web 2.0 style collaboration. What is needed is not another research proposal but an overarching design to build what is needed. And of course we will need to know that it will work even before any part of it is built. That is where the good design comes in. The problem, as I see it, is that we have been building and building without this good design, without taking a wider view of our general objectives. Such a design can be a simple document describing what needs to be done, with blanks left for small tasks that individuals could complete. Then volunteers who love their country’s textual cultural heritage can contribute to it, and can take out more than they put in, because they also get what everyone else contributes. These people might be paid researchers working in research centres like the KANTL in Belgium, or the Wittgenstein Archive in Bergen, or anyone else who has the interest. How much time does a teacher in a university really have for such research? Not that much; no more than I do, or anyone working, say, as a software engineer in a company where they may love to have a pet project to work on in the evening. And if people want to publish their contributions to a shared project like that, why not, if it helps them express their ideas, or if it helps them find a job? I think the important thing is not who does the work but how it is directed: not for a select few as their pet project but for a much wider public. In fact it is better if this work is not funded, because then as Fede says, the stress to produce a tangible output leads us to serve our own ends. And let all types, humanists and technologists, contribute and put their ideas together. We can’t be something we are not, but by putting our diversity together I think we can be quite a formidable super-organism.

  7. I’m late to this discussion, just having found this blog and this entry, but I want to provoke back.

    1. My read of the ALLC site counts a number of non-anglo officers and representatives. Perhaps things have been updated since September. That said it is dominated by representatives from the UK.

    If you are going to use officers as a metric then I would ask if any of you have put your names forward. In my experience these organizations are desperate for competent people willing to help. The problem is often that the competent people have other commitments or don’t have funding to get to meetings.

    2. I would, however, recommend the concluding idea of forming an Italian society is going to have a more lasting effect. In Canada we have our own Society and it serves us well (on our long border margin with the US) in that it means there is a regular meeting we can afford to get to and send graduate students to. Often papers start there, are improved and then submitted to DH. It means we have a way of cultivating leadership and deciding among ourselves who to put forward for other roles. Above all it allows us to meet over beer and help each other with the unique problems we face in Canada. My question to you is about the scope of an organization. I see real signs of collaboration between Southern European countries – perhaps it shouldn’t be just Italy, but include Spain, Portugal, Turkey, Greece, and France?

    3. It is good to hear a frank discussion about marginalization, but I don’t think you are being fair. I say this because a constant complaint in Canada is how we are dominated by the US – this discourse has a history and it has limitations. I don’t know how many times I’ve harassed my US colleagues about this. Do we want to try to figure out who is the most marginalized? Is this a competition? How would you know you weren’t? Counting society officers? I would be careful before you overuse the rhetoric of colonialization when addressing people who are mostly willing to work with you. You may be right, but you might want to think about how you want to address the people supposedly in power. (Am I one of those? Aren’t you? Ask your students about power.)

    4. I think the roots of the emphasis on technology over theory in English speaking research circles are more interesting than you give us credit for. I believe that it is rooted in American Pragmatism, especially James and Dewey. James argued that theories are instruments and in general there is a view that experimentation (build it, kick the tires, and then theorize) is more rewarding than empty talk. (See “The Metaphysical Club” for a discussion of the turn away from ideology after the horrors of the civil war.) This is reinforced by funding sources and proximity to the computing industries. My point is that this is a viable way of conducting research that should not be dismissed. What it means for those who feel excluded is that you are taken seriously only in so far as you experiment, build and collaborate. There isn’t a lot of sympathy for people who complain without contributing. This is, in part due to the fact that many “leaders” in the field perceive themselves as having been marginalized when, in the 80s they tried to do computing and the humanities. People who felt marginalized and believe that they worked hard to make their own space to work are rarely sympathetic unless presented with concrete plans.

    6. So, I would recommend brainstorming – what do you want to do? (Not who do you want to listen to you.) Get the ideas out. Become a recognized theory centre. Then ask for help and attention. The trick to innovating is starting and this blog is a great start. Don’t let it lapse.

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