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La guerra sconosciuta per il controllo della rete. Per una microstoria dell’Internet Governance

Intervista a Giacomo Mazzone: Internet Governance Forum e geopolitica della rete

Giornalista, dipendente Rai da trentacinque anni, Giacomo Mazzone è in distacco all’Unione Europea di Radiotelevisione (UER-EBU) come manager dei Media di Servizio Pubblico. Ha servito come esperto in gruppi internazionali di negoziato all’Unesco, alle Nazioni Unite, all’ITU. Oggi si occupa dei rapporti istituzionali per le televisioni pubbliche europee (eccetto quelli con l’Unione Europea). In particolare, segue il sistema delle Nazioni Unite e il Consiglio d’Europa e tutta l’interfaccia tra diritti umani e media di servizio pubblico nel senso più ampio del termine. È uno dei pochi italiani ad aver partecipato a tutte le fasi del dialogo ormai ventennale sulla governance della rete. Lo abbiamo incontrato all’IGF2019 di Berlino dove ha gentilmente accettato di rispondere ai nostri quesiti.

La mia prima domanda riguarda la “forma politica” dell’Internet Governance Forum (IGF) globale: agli IGF globale partecipano tutti i paesi? Per esempio, i singoli paesi della UE sono rappresentati?

Se intendi IGF come riunione fisica chiunque può venire: l’unico limite è quello della capienza e del luogo dove esso si svolge. Se tu vuoi venire vieni, se un governo vuole venire, anche. Se si svolge ad Hyderabad ci saranno più asiatici, se si fa a Berlino più tedeschi. Quello che assicura continuità tra un IGF e l’altro è il MAG: Multi-stakeholder Advisory Group. Il MAG è un gruppo in cui le quattro comunità principali dell’Internet sono rappresentate. Ogni comunità in teoria propone i suoi rappresentanti e poi è il Segretario Generale delle Nazioni Unite che li sceglie. Sui 52 componenti attuali 30 sono rappresentanti governativi, più o meno un terzo sono società civile, un terzo industria e un po’ meno di un terzo che sono accademia ed enti tecnici. Poi – fuori dal conteggio – ci sono i rappresentanti delle organizzazioni internazionali, come l’UER/EBU da me rappresentata.

E quindi quando si parla di presenza nell’IGF dell’Italia che cosa s’intende?

Dentro il MAG dell’IGF ci sono dei rappresentanti governativi e in quello oggi in carica – per la prima volta – c’è un rappresentante dell’Italia, Concettina Cassa, in rappresentanza dell’AGID. In tutti i primi quindici anni dell’IGF non ce n’erano mai stati. Ci sono stati italiani: io per tre anni in quota alle organizzazioni internazionali e poi Vittorio Bertola come industria: ma questa è la prima volta che c’è una rappresentante del governo. Parlando del ruolo italiano va ricordato che nel tempo l’IGF globale si è strutturato in una serie di capitoli continentali o nazionali. Quindi, per esempio, in Europa c’è una organizzazione che si chiama EuroDIG (European Dialogue for Internet Governance) che rappresenta tutti i paesi europei, anche al di là dell’unione europea, e che coinvolge UE e Consiglio d’Europa, ecc., in cui si cerca di discutere le priorità europee da portare in sede di IGF globali. E poi si sono strutturati anche degli IGF nazionali, dei capitoli nazionali in cui si cerca di discutere le priorità nazionali da portare direttamente all’IGF globale. Questo è particolarmente importante se non c’è un livello continentale di riferimento. Alcuni paesi e alcune regioni del mondo non ce l’hanno (solo Europa, America Latina e regione araba hanno degli IGF regionali), mentre il Nord America non ce l’ha per cui c’è IGF USA, IGF Messico…

Tutto questo complesso sistema viene definito NRI (National Regional Initiatives) e in teoria il calendario dovrebbe essere: se l’IGF è a dicembre o a novembre, dovresti avere prima dell’estate un IGF regionale e subito prima ancora gli IGF nazionali. Questo consentirebbe di portare i temi nazionali italiani all’EuroDIG e successivamente, di portare le priorità europee all’IGF globale. Purtroppo il calendario non è ancora cosi strutturato e quindi, ad esempio, l’IGF italiano si tiene dopo l’EuroDIG.

Qual è il tuo ruolo nell’Internet Governance Forum?

La mia organizzazione, l’UER-EBU, è partner del Multistakeholder Advisory Group fin dalla sua fondazione perché l’UER-EBU è stato partner del World Summit on the Information Society del 2003 a Ginevra da cui è partito tutto il processo IGF. Noi siamo stati partner organizzatori del WSIS 2003 insieme a ITU, Nazioni Unite, ecc.

Quindi prima che nascesse l’Internet Governance Forum?

Esattamente. Il primo IGF globale si è tenuto solo nel 2006 ad Atene. All’epoca del primo WSIS di Ginevra del 2003 non c’era nessun luogo in cui discutere della questione dell’Internet Governance e quindi l’iniziativa fu presa da ITU e Nazioni Unite, in partnership con una serie di organizzazioni internazionali, fra cui la nostra.  Al summit di Ginevra venne creato dal Segretario Generale delle Nazioni Unite Kofi Annan, un gruppo informale che si chiamava WIGT incaricato di preparare il WSIS 2 di Tunisi. A Ginevra nel 2003 e poi a Tunisi nel 2005 si cercò di trovare un accordo per la Governance di Internet. Falliti entrambi questi summit a Tunisi si decise come compromesso di dar vita ad un dialogo strutturato sulla questione della Governance mondiale dell’Internet. Si avviarono così due percorsi paralleli: l’IGF, il tavolo multi-stakeholder fortemente voluto dagli europei, e il WSIS Summit Follow-up, portato avanti dalle agenzie delle Nazioni Unite, che è un percorso solo governativo.

Entrambi i percorsi sono targati Nazioni Unite; ma quali sono secondo te le differenze sostanziali, al di là della retorica ufficiale che leggiamo sui relativi siti?

È importante ricordare che l’idea del summit di Ginevra del 2003 fu del Segretario Generale Kofi Annan. Tutte queste cose camminano alla fine sulle gambe delle persone e Kofi Annan era uno che è arrivato ad essere segretario delle Nazioni Unite quasi “per caso”, nel senso che è stato uno dei primi segretari generali a venire dall’interno del sistema delle Nazioni Unite. Mentre prima di lui arrivavano a questo posto ex Ministri degli Esteri di qualche paese più o meno importante. Era un momento in cui c’era bisogno di una figura carismatica e l’hanno eletto. Ma se ne sono pentiti poco dopo, perché essendo uno che conosceva bene le Nazioni Unite e vedendo bene i problemi che arrivavano cercava di porvi rimedio in una logica multilaterale e non di compromesso fra le superpotenze. Una delle questioni che Annan ha visto affacciarsi in anticipo – e bisogna rendergli omaggio per questo – è l’importanza strategica di Internet. Annan disse: l’Internet cambierà il mondo così come noi lo conosciamo e dunque bisogna dotarlo di una sua governance globale, perché non può esser lasciato nelle mani di un solo paese, né di un gruppo di imprese.  

In che anno siamo quando Kofi Annan comincia a fare le prime mosse?

Siamo nel 2001. Al suo fianco aveva come Under-Secretary General per la comunicazione Shashi Tharoor, un politico indiano e intellettuale di notevole statura. Tharoor aveva come collaboratori tre o quattro uomini indiani e sudafricani, esperti non allineati, che vedevano chiaramente il problema. Ovvero che Internet era una creatura degli USA che però stava diventando mondiale. Col rischio evidente che se non si fosse sottratta la rete al controllo americano si sarebbe andati verso un Internet frammentato. Era chiarissimo e i discorsi che ricordo, già da quell’epoca, disegnavano lo scenario con il quale ci stiamo confrontando oggi. La loro risposta forse fu un po’ naif: ovvero, troviamo delle agenzie delle Nazioni Unite che se ne occupino, o creiamone una nuova, in cui il governo della rete possa svilupparsi all’interno di un sistema multilaterale.

L’International Telecommunication Union (ITU) ebbe un ruolo in tutto questo?

L’ITU, all’epoca guidata da un giapponese, voleva che il governo dell’Internet le fosse affidato, in quanto naturale prosecuzione del suo lavoro sulle telecomunicazioni. Kofi Annan in effetti cercò di solleticare alcune agenzie che pensavano di avere legittimità ad intervenire sulla Internet Governance come appunto l’ITU, perché si occupa di telecomunicazioni, ma anche l’Unesco, che si occupa di contenuti. Quindi andò da ITU e Unesco e poi ci mise di mezzo anche l’UNCTAD ed altre organizzazioni internazionali, con l’idea che ognuna di queste agenzie potesse occuparsi di un pezzo della governance, tenendo presente che Internet è trasversale. L’idea era di mettere al lavoro insieme questi gruppi in modo che in prospettiva si potessero dividere i compiti o, in alternativa, decidere di far nascere una nuova agenzia, fondendo le competenze delle precedenti, ecc. Insomma, varie ipotesi erano sul tavolo e l’atteggiamento del segretario delle Nazioni Unite fu: “lavorateci e fatemi sapere”. L’idea del World Summit on the Information Society di Ginevra del 2003 nacque con l’obiettivo di arrivare a una soluzione consensuale. Ma dal punto di vista politico si risolse in un disastro perché gli americani si presentarono dicendo: “non se ne parla proprio… L’Internet è nostro, l’abbiamo fatto noi, ci sono i soldi nostri e lo controlliamo. Perché dovremmo dividerlo con qualcuno?” D’altra parte, è pur vero che Kofi Annan si era trovato dei compagni di strada non propriamente presentabili, perché chi spingeva di più nella direzione di una governance multipolare dell’Internet erano Russia e Cina che dicevano agli Stati Uniti “mollate la presa sull’Internet e portatelo a un tavolo multilaterale”. La risposta degli americani, facilmente intuibile, fu: “ma se io porto Internet qui e poi c’è una votazione all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che dice, per fare un esempio, che Israele deve stare fuori dalla governance di Internet?” È chiaro che per loro eventualità simili fossero inaccettabili. E fu così – che fra i veti incrociati di Russia e USA – l’idea giusta di Kofi Annan rimase schiacciata dagli opposti interessi egemonici. Purtroppo non rimase schiacciato solo lui, ma con lui anche l’Europa, il cui approccio all’epoca era quello di dire “sì andiamo verso una gestione condivisa.”

Esisteva in quel momento un fronte europeo?

Gli europei avevano tutto da guadagnare da un approccio multipolare, perché fra l’integralismo economico e tecnologico-finanziario degli americani e l’integralismo politico dei russi e dei cinesi, l’Europa era il vaso di coccio in mezzo ai vasi di ferro. Purtroppo a Ginevra non ci fu verso di venirne a capo e poiché i summit delle Nazioni Unite non possono mai concludersi con un fallimento… il grande compromesso, dopo due notti insonni, fu quello di dire “facciamo un altro summit tra due anni a Tunisi.” Tra il 2003 e il 2005 si lavorò quindi per cercare di creare le condizioni per raggiungere a Tunisi l’accordo che non si era raggiunto a Ginevra. Ma andare a Tunisi sotto Ben Ali per parlare della libertà su Internet fu una scelta sciagurata. L’incontro di Tunisi nasceva sotto pessimi auspici e ci furono anche degli incidenti: per esempio la Federazione Mondiale dei Giornalisti andò a incontrare i giornalisti tunisini dissidenti con alcuni delegati internazionali, col risultato che tutti (delegati, giornalisti e dissidenti) vennero manganellati dalla polizia segreta tunisina. All’IGF di Tunisi c’erano solo due Internet cafè dove dietro ad ogni schermo c’era uno spione tunisino che cercava di capire cosa stessi consultando on line, allo scopo di prevenire contatti coi dissidenti. Se vedevano qualcosa di sospetto quella postazione veniva sconnessa dal centro di controllo…  Insomma, non era proprio il luogo ottimale per arrivare ad un accordo. Quindi, ancora una volta, in base al principio che i summit della Nazioni Unite non possono finire con un insuccesso, il compromesso fu di creare una formula che permetteva di riconvocarsi ogni due anni. La formula serviva a esprimere la complessità delle due tesi di fondo: la prima secondo cui la governance di internet doveva essere un processo multilaterale con al centro i governi; e l’approccio degli europei e di alcuni dei BRIICS – ma non tutti – che era per una Internet multi-stakeholder, multilaterale, ecc. Multi-stakeholder vuol dire includere parte della società civile, dell’industria, dell’accademia, del settore tecnico, ecc. perché Internet è una cosa troppo grande per lasciarla in mano solo ai governi. Gli USA non volevano né l’uno né l’altro, ma per amore del compromesso (un compromesso che venne fuori per far contenti capra e cavoli, sapendo che Kofi Annan era vicino alla fine del suo mandato) si arrivò alla formula dei due processi paralleli: IGF e World Summit of Information Society Follow up. Uno multi-stakeholder appoggiato tecnicamente dalle Nazioni Unite, ma autonomo e finanziato da chi lo voleva, imprese, società civile, governi, ecc. E l’altro processo, solo governativo, condotto dentro le agenzie deputate (ITU, Unesco, UNCTAD, ecc.). Ad entrambi i tavoli venne affidato un mandato di cinque anni per presentarsi davanti all’Assemblea delle Nazioni Unite con una proposta sulla Governance futura di Internet.

Ma qui interviene un radicale cambio di scenario: arriva Ban Ki-moon al posto di Kofi Annan. Ban Ki-moon è il contrario di Kofi Annan, cioè un segretario della Nazioni Unite senza nessuna esperienza di agenzie multilaterali, frutto di un compromesso tra Cina, Stati Uniti, Russia e Giappone con un implicito patto a non interferire con le decisioni delle grandi potenze (il contrario di quanto aveva fatto Annan). Ban Ki-moon s’impegna subito per soffocare gli incendi appiccati dal suo predecessore, fra cui appunto tutto ciò che è relativo all’Internet governance. Se sotto il suo predecessore era il Segretario Generale delle Nazioni Unite che metteva dei servizi a disposizione, sotto Ban Ki Moon tutti i fondi vengono tagliati. E se prima c’erano due persone che riferivano direttamente al segretario generale e vegliavano sul processo (il suo personal advisor Nittin Desai e Shashi Tharoor, capo della comunicazione) Ban Ki-moon decide di affidare la gestione dell’intero processo (sia economica, che politica) al Dipartimento degli Affari Economici e Sociali, l’UNDESA, il posto dove di solito si mettono tutte le cose che non si vogliono far funzionare (visto che le Nazioni Unite non hanno nessuno mandato sugli affari economici). I vertici del MAG di IGF di allora incontrarono Ban Ki-moon solo una volta a New York e il Segretario Generale gli disse: “avete un mandato di cinque anni, studiate e tornate a riferire quando avrete finito”. E dopo di ciò è sparito, e nessuno di IGF globale lo hai mai più visto. Allo scadere del quarto anno, tutti noi coinvolti in questo processo, abbiamo cominciato a chiedere come bisognava prepararsi a riferire delle conclusioni del lavoro alla fine del quinquennio. La risposta dal Segretario Generale fu più o meno: “Per carità… Sembra che abbiate bisogno di più tempo per riflettere.” Quindi prima della fine del quarto anno è stata fatta passare all’AG delle Nazioni Unite un’altra mozione per dire che c’era bisogno di altri cinque anni di riflessione. Quindi dal 2005 si era arrivati al 2010, e dal 2010 ci spostano al 2015…

In tutto questo tempo però ci sono stati molti cambiamenti e novità, come per esempio la riforma dell’ICANN.

Sì, perché nel frattempo le posizioni del mondo reale non sono rimaste le stesse di quelle espresse dai vari blocchi a Tunisi. Se le Nazioni Unite cercavano di rimandare qualsiasi decisione su questo tema ritenuto scomodo, nel frattempo le posizioni evolvevano nell’economia e nella società. In primo luogo, i cinesi avevano finito di mettere gli ultimi tasselli al loro Internet parallelo, una rete chiusa che lascia passare solo quello che le autorità vogliono. Nel 2010 avevano già finito ampiamente di chiudere, e passarono alla tappa successiva, con l’elaborazione della strategia “China 2025” in cui si afferma più o meno: “ora che abbiamo finito di creare il nostro Internet e qui non c’entra nessuno senza il nostro permesso, possiamo passare a creare i campioni cinesi per un Internet globale e quindi Amazon per noi si chiama Ali Baba, Facebook si chiama Qzone, Twitter si chiama Weibo…” e così via.

Siamo arrivati al 2015…

I cinesi in questo periodo si erano messi sulla riva del fiume e non gliene fregava più niente: tanto loro i loro piani li avevano già fatti. In quegli anni non venivano più né all’IGF né all’WSIS, con un atteggiamento che sembrava voler dire: “continuate a giocare mentre noi facciamo cose più serie”. I Russi invece erano sempre più preoccupati perché le piattaforme Internet USA gli stavano entrando in casa e non riuscivano a controllarle. Così sono dovuti andare – in grande ritardo – ad apprendere dai cinesi come fare a controllare la rete. Ma anche nel resto del mondo la realtà digitale cambiava rapidamente: con l’avvicinarsi del 5G, dell’intelligenza artificiale, dei data center più grandi del pianeta, ecc. E quando i russi hanno capito che a livello multilaterale non si cavava un ragno dal buco, si sono cominciati ad attrezzare, fino ad arrivare ad annunciare che per loro è già possibile “distaccarsi” dalla rete globale. Alcuni, come i sauditi gli sono andati dietro e molti altri hanno cominciato ad organizzarsi per avere a casa propria un Internet controllato.

Visto che è un tema caldo in queste settimane, ti chiedo: e l’Iran?

L’Iran non ha la forza economica, né le capacità tecnologiche per esercitare un vero controllo. Se è relativamente facile sorvegliare, è assai più difficile avere un reale controllo. Bisogna distinguere fra controllo, come fa la Cina (ex ante), e sorveglianza (ex post), che è lo strumento usato in paesi come l’Iran. Gli iraniani, come i Russi, sono fra quelli che hanno spinto nel processo multilaterale, investendo molto nel WSIS follow up. Affermando da sempre di non credere nel processo multi-stakeholder: per loro Internet è una roba che deve essere discussa fra governi. Se vengono qui a Berlino è solo per fare qualche intervento mirato, ma di solito non vengono all’IGF. Invece li trovi nel percorso governativo che si fa all’ITU.

Ma l’altro grande cambiamento intercorso nel 2010, di cui Ban Ki Moon non si accorse, fu che nel frattempo una parte dell’industria americana era finita nei pasticci. All’indomani del caso Snowden, a tutti quelli che fino a quel momento, Europa in testa, avevano detto “noi siamo sempre con gli Stati Uniti perché comunque sono sempre meglio loro di Cina e Russia” gli prese un colpo. E anche l’industria americana ha cominciato a divaricare le sue posizioni, sia pure molto lentamente…

E l’Europa dov’era?

Stendiamo un velo pietoso sulle mie conversazioni con le grandi società europee di telecomunicazioni… Non sono stati gli europei a reagire: si sono svegliati gli americani, perché questa posizione USA iper-rigida di difesa compatta degli interessi di tre o quattro imprese (vale a dire GAFAM) ha finito per penalizzare pesantemente tutta l’industria IT statunitense. Perché se la gente non si fida più in blocco di tutti gli americani, le multinazionali – non GAFAM – che sono disseminati globalmente e che devono rispettare le leggi dei singoli territori, ecc. si trovano nei guai nel momento in cui tutti si scagliano con il controllo globale degli americani.

Quando queste imprese (Microsoft in testa, ma anche CISCO, INTEL, ecc.) hanno cominciato a pagare il prezzo di reazioni esagerate anti-USA, allora è iniziata anche una divaricazione tra le posizioni americane, in cui una parte del business USA ha cominciato a dire “no, attenzione, io sono americano ma sono disponibile a mettere i miei data center in svizzera e se il governo americano mi chiede di dargli l’accesso ai dati dei miei clienti stranieri mi rifiuterò di farlo.” Poi alcuni lo fanno sul serio, altri l’hanno fatto per finta, come la Apple, quando rifiutò di fornire all’FBI i codici per decrittare l’iPhone di un terrorista. A ogni modo, questo schieramento critico trovò in Fadi Chehadé, Chief Executive Officer di ICANN dal 2012 al 2015, un alleato sensibile. Perché Fadi Chehadé pur avendo un passaporto americano è in realtà libanese nato da genitori egiziani. Con lui a capo dell’ICANN arriva uno che non è di stretta osservanza WASP e nemmeno nativo statunitense. Fadi Chehadé inizia ad avallare l’idea che le imprese americane non si devono far intrappolare nella casella di essere sempre e comunque complici del governo USA e di GAFAM.

Tornando all’Europa, Chehadé -resosi conto che Ban Ki-moon non poteva essere un interlocutore, cominciò a guardarsi intorno. Inizialmente tentò la pista europea, ma gli Europei a quell’epoca erano completamente subalterni agli USA. Tant’è che commisero un suicidio clamoroso al WICT di Dubai, la conferenza dell’ITU in cui c’era una maggioranza di paesi che era pronta a far pagare il roaming agli Over The Top. Numerosissimi stati avevano firmato una petizione per affermare che gli OTT non dovevano beneficiare di condizioni particolari quando passavano sulle reti di telecomunicazione nazionali, ma che invece dovevano pagare. Se quella semplice regola fosse passata al WICT, ciò avrebbe posto un freno agli “over the top” di Internet, ai GAFAM che si fanno pagare per contenuti che non hanno prodotto, trasportati su reti che non hanno costruito e facendosi pagare con soldi su cui non pagano le tasse. Un modello economico diabolico, soprattutto per gli europei. Ma purtroppo l’Europa, mentre si svolgevano queste trattative in sede ICANN e in sede ITU, votava con gli americani per bloccare la decisione dell’ITU che sarebbe almeno servita a far venire al tavolo delle trattative gli OTT.

Potresti approfondire questo passaggio?

È una lunga storia collegata alla creazione del WTO. In sede WTO i paesi partner hanno raggiunto un accordo per non tassare le reti di telecomunicazioni e le transazioni digitali che si svolgono sopra di esse. Una decisione presa per favorire il processo di digitalizzazione mondiale, che si è tradotta in un obbligo temporaneo che viene rinnovato periodicamente. Quindi in sede ITU a un certo punto hanno detto: ok questo obbligo è stato assunto, ma ci sono 130 paesi che vedono messa in discussione la loro sovranità sulle telecomunicazioni e vogliono rimettere la questione al centro della discussione. Purtroppo la sconfitta subita al WICT (proprio per colpa del disimpegno europeo, che ha fatto pendere la bilancia in favore degli USA) ha segnato la fine di questo tentativo.

Mentre questa faccenda finiva così male, Fadi Chehadé si è guardato intorno per cercare alleati e si è detto: coi cinesi è inutile, ho buoni rapporti, e per farli contenti vado al summit cinese annuale su Internet a Wuzhen. Con i Russi fair play ma ognuno si fa gli affari suoi. E gli Europei? Bè non c’è nessuno con cui parlare e quindi non me li filo neanche… Il governo americano lo temo come la peste e quindi mi tengo lontano, anche perché all’epoca c’era Obama sponsorizzato fortemente da GAFAM. Perciò vado a trovare una sponda negli altri BRICS…

E questo in che anno?

Con il primo mandato di Chehadé ad ICANN, verso il 2011. In quell’epoca si comincia a discutere del contratto che lega formalmente ICANN al governo USA e che pone la IANA (la struttura tecnica di ICANN che gestisce i nomi di dominio di tutto il mondo) sotto la tutela del Department of Commerce del governo statunitense. Un contratto in scadenza il 1 ottobre 2016, e che rappresentava l’unico legame formale diretto fra ICANN e Governo USA.  Chehadé ha un’idea geniale: rompere quel contratto, in modo da far apparire ICANN come indipendente dal governo USA, cercando così di sganciarsi dalle conseguenze dell’affare Snowden. Ma per farlo aveva bisogno di una sponda politica. Visto che non potevano essere né i russi, né i cinesi, né gli europei, né le Nazioni Unite di Ban Ki Moon, Chehadé pensa ai leader rimasti dei BRICS: brasiliani e indiani. E cosi prima della scadenza del mandato di Dilma Rousseff come presidente del Brasile incontra Dilma e le dice: tu sei in difficoltà politica, i BRICS sono in grande difficoltà di coesione; se tu fai da sponda politica io porto fuori IANA dal contratto con il governo degli Stati Uniti.

A quel punto si sono messe in moto delle trattative: e si capiva che c’era qualcosa che bolliva in pentola perché agli IGF si chiudevano nelle stanze e andavano a confabulare tra loro… Finché nell’aprile 2014, su proposta di Chehadé, il Brasile organizza il NETmundial a San Paolo, dove Dilma lancia il progetto della governance mondiale della rete [vedi il discorso di Dilma al NetMundial, ndr]. Il primo mattone di questo processo avrebbe dovuto essere svincolare almeno formalmente ICANN dal governo USA. Viene lanciato il percorso della cosiddetta “IANA transition”, che doveva essere un percorso paritario ed equilibrato che avrebbe portato a una conclusione positiva, in termini accettabili anche per il governo USA di Obama (come abbiamo detto vicino ai GAFAM). Chehadé era persino riuscito a convincere l’inviato di Obama, Lawrence Strickling. Puntando su una possibile migrazione, Chehadé aveva aperto un ufficio di ICANN a Ginevra e anche il governo svizzero aveva messo a disposizione una sede; addirittura Microsoft aveva fatto la proposta di fare un trattato a Ginevra per la Cyber Security, ecc. Insomma, tutta una serie di mosse che convergevano per cercare di tirar fuori ICANN dagli Stati Uniti.  

Anche stavolta però gli avvenimenti prendono una piega imprevista. Mentre i negoziati andavano avanti e la comunità di ICANN discuteva della IANA transition, succedono due cose: primo, il governo Obama diventa minoritario in tutti e due i rami del parlamento, iniziando a subire le pressioni dai Repubblicani nell’imminenza delle Presidenziali USA; secondo, il Brasile va a finire nei guai che sappiamo (l’impeachment di Dilma Roussef) .

La finestra del cambiamento stava chiudendosi rapidamente e Chehadé sapeva bene che se Obama avesse finito il suo mandato e fosse arrivato un repubblicano, l’impresa sarebbe fallita. Quindi accelerò su tutta la linea, ma dovette accettare che il Congresso USA mettesse una clausola per cui la sede di ICANN non potrà mai essere spostata dagli Stati Uniti e gli Stati Uniti hanno il diritto di veto sui futuri cambiamenti…  

Facciamo un salto in avanti. Come si arriva a IGF 2019? Il percorso sarebbe dovuto durare fino al 2015, se non sbaglio…

Il 2015 è un anno difficile, Obama era in difficoltà, c’era la IANA transition, Ban Ki-moon sta per andar via dalle Nazioni Unite… Noi eravamo pronti a fare il rapporto che ci avevano chiesto di fare, ma scoppia il panico alle Nazioni Unite: ci convocano tutti a New York a Natale del 2015 e in una bella riunione ci dicono: “vediamo… pare che ci siano ancora dei problemi da risolvere, quindi abbiamo deciso di prolungare il mandato di altri 10 anni.”

Quello decisivo sarebbe il 2025?

Formalmente è così, ma visto come sono andati quelli precedenti…  L’ultima cosa da dire è che con l’arrivo di Guterres alle Nazioni Unite a New York la situazione è cambiata. Guterres è un europeo e sa quello che è successo, ha seguito tutto il processo. Sa benissimo che è una cosa dove ci si rischia di bruciarsi le dita, per cui ha cercato di non occuparsene. Però ci sono state delle grossissime pressioni da parte degli europei dicendo “non puoi tenere questo IGF qua che non serve a nulla”, per cui si è inventato lo High Level Group for Digital Cooperation presieduto da Jack Ma (di Alibaba) e Melinda Gates, con 40 personalità mondiali cui ha chiesto di dare un parere su che cosa devono fare le Nazioni Unite non solo sulla governance, ma su tutto il processo della trasformazione digitale. Il gruppo gli ha offerto tre ipotesi principali: una è IGF+ (IGF plus) che è un processo multistakeholder di IGF rafforzato; l’altra è un processo simile al WSIS che resta prevalentemente governativo; e la terza è un’ipotesi tecnica, di creare una specie di super IANA che gestisce tutti i problemi di Internet come se fossero puramente problemi tecnici.

L’ipotesi governativa non piace ovviamente agli americani e d’altro canto neppure gli europei sono d’accordo. L’ipotesi tecnica non soddisfa nessuno perché tutti i problemi che ha Internet non sono tecnici, ma politici. In realtà sarà l’IGF+ che alla fine prevarrà e adesso stanno cercando un accordo politico. Ora ci sarà il prossimo IGF e poi ci sarà una proposta che verrà portata all’Assemblea delle Nazioni Unite, probabilmente nella sessione di primavera o estate 2020 che sancirà la scelta di IGF+.

IGF+ sarà un modello multi-stakeholder?

Multi-stakeholder sì, ma con un modello di funzionamento più cogente. L’IGF diventerebbe il laboratorio dove il Segretario Generale delle Nazioni Unite dice ad esempio: “combattiamo la pedopornografia” e chiede all’IGF di studiare la tematica e di tornare da lui con una proposta di soluzione: che può essere un trattato internazionale, la creazione di una nuova agenzia, ecc. Dopo di ciò il Segretario Generale ne verifica la fattibilità e porta la soluzione proposta all’assemblea delle Nazioni Unite. Questa in fondo era l’idea originale di cui avevamo discusso a Tunisi, solo che da allora abbiamo perso 15 anni di tempo, in cui idee innovative sviluppate in alcune università USA – in assenza di regole – sono diventate imprese monopolistiche globali.

Un’ultima domanda (che forse sarebbe dovuta essere la prima): l’IGF secondo te ha funzionato come stanza di compensazione in cui i governi, le industrie e le società civili continuavano a parlarsi?

La camera di compensazione, stando almeno a una definizione da dizionario, è un posto dove gli interessi si incontrano e trovano un punto di incontro e mediazione. Per tutti i primi quindici anni dell’IGF le posizioni sono state “io non voglio cambiare una virgola”, “io voglio mettere sotto controllo statale” e in mezzo quelli che non erano d’accordo né con l’uno né con l’altro. Non c’è mai stata nessuna possibile camera di compensazione perché nessuno aveva interesse a mediare, specie quelli che dal Far West traggono vantaggi economici enormi…

Quel che si profila ora con IGF+, con il ritorno ai principi di Tunisi che hanno costruito l’IGF, è di fare dell’IGF il luogo in cui società civile, industria, accademia, tecnici e governi si incontrano e discutono insieme per trovare soluzioni condivise a problemi comuni. Il problema è che se dietro IGF + non c’è un’autorità politica forte, chi domina il mercato, chi controlla e chi ha chiuso il suo mercato nazionale, perché dovrebbe parteciparvi e rinunciare al potere che si è conquistato in questi anni di Far West? Ecco il dilemma che dovremo risolvere quest’anno.

L’intervista è stata realizzata durante l’Internet Governance Forum 2019, tenutosi a Berlino dal 25 al 29 novembre. Ha collaborato alla stesura Alessia Sposini.

L’immagine di copertina è tratta da un’opera di The Opte Project – Originally from the English Wikipedia; description page is/was here, CC BY 2.5