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L’algoritmo che imprigiona la ricerca

Ouroboros

La notizia ha scatenato l’entusiasmo di scienziati di tutto il mondo: in India, presso la Jawaharlal Nehru University, un gruppo di ricercatori guidati dall’informatico Carl Malamud, ha creato un archivio digitale di circa 73 milioni di articoli accademici pubblicati dal 1847 a oggi. Le potenzialità di una tale ‘biblioteca’ per la ricerca scientifica sono enormi, ma Malamud e i suoi per il momento non possono mettere a disposizione di tutti questo tesoro. E la ragione è semplice: gli editori delle riviste sono già pronti a dare battaglia per proteggere la proprietà intellettuale dei ‘propri’ contenuti.

Ma partiamo dall’inizio. Negli ultimi dieci anni, pochi grandi editori commerciali, quelli che pubblicano le riviste accademiche di maggior impatto a livello mondiale, sono riusciti a piazzarsi, attraverso imponenti acquisizioni, nei gangli strategici dell’infrastruttura della produzione e distribuzione del sapere accademico.

Una ricerca del 2015 ha mostrato che i cinque principali colossi rappresentano più del 50% di tutti gli articoli pubblicati e determinano a proprio piacimento i prezzi delle riviste, ricavando enormi profitti a danno delle università, dei centri di ricerca e (non da ultimo) dei contribuenti che sovvenzionano la ricerca pubblica. Ma questa è solo la punta dell’iceberg. Ciò che il grande pubblico ignora è che questi editori, attraverso il meccanismo del ranking delle università, stabiliscono indirettamente i criteri per valutarle. I ranking hanno uno scopo (e un effetto) simile ai tristemente noti rating delle banche internazionali, fornendo una valutazione basata su criteri fortemente discutibili. E nondimeno rettori e amministratori di grandi e piccole università di tutto il globo attendono queste “classifiche” come i governi del mondo attendono ogni anno il verdetto di Moody’s o Standard & Poor’s sui titoli sovrani. Uno sguardo alle mappe della distribuzione dei ranking universitari e a quella dei rating sovrani ci mostra che questa comparazione è molto più di una metafora. Se qualcuno crede ancora alla favola che “con la cultura non si mangia”, sovrapponga le due mappe qui sotto: egemonia geopolitica ed egemonia culturale ed epistemica sono due facce della stessa medaglia.

Shanghai Ranking’s Academic Ranking of World Universities 2018
Shanghai Ranking’s Academic Ranking of World Universities 2018. Le zone bianche non sono classificate (notare il continente africano…).
Rating degli Stati del mondo
Rating degli Stati del mondo compresi tra AAA e B secondo Standard & Poor’s. Le tonalità del verde rappresentano da AAA a A, giallo BBB, rosso B, ecc. Le zone grigie non hanno rating (?).

Per questa e altre ragioni le istituzioni spingono i propri ricercatori a pubblicare nelle riviste perlopiù controllate dai “big five”, i quali diventano gestori e di fatto “proprietari” di un contenuto che non hanno prodotto. Un po’ come se la FIAT producesse automboli senza pagare né la plastica né l’acciaio né lo stipendio ai lavoratori, ma anzi imponendo a questi ultimi tasse salatissime per poterle guidare, anzi, guardare.

In sostanza il meccanismo di costruzione (e manipolazione) del prestigio di una rivista e quello della valutazione del ricercatore/università che produce l’articolo/ricerca riflettono una struttura circolare perversa, un algoritmico ouroboros che possiamo semplificare così:

  1. Gli editori pubblicano le riviste.
  2. Le università le comprano.
  3. Le riviste sono indicizzate in grandi database (perlopiù dagli stessi editori che le producono: Elsevier, Thomson Reuters).
  4. Le università adottano gli indici (Scopus=Elsevier, Web of Science= Thomson Reuters) per valutare i propri ricercatori, cioè sé stesse.
  5. E il ciclo continua…

Da questo serpente che si morde la coda sono escluse, come possiamo notare nelle immagini sopra, ampie zone “grigie”: intere regioni, geografie e culture di cui il sistema rating-ranking certifica l’invisibilità e dunque l’irrelevanza. Sono i margini della conoscenza di cui parla Geoffrey Bowker o il non-integrated gap del Pentagono. Un Sud pericoloso, utile e al tempo stesso irrilevante: da circondare, sfruttare, magari usare come discarica, ma ovviamente privo di conoscenza. La faccenda riguarda la stragrande maggioranza dei paesi del mondo. Ma l’Italia, ex Nord del mondo, non è certo esclusa. Soltanto che mentre il Sud del mondo organizza la resistenza e crea alternative, i paesi occidentali, vittima degli stessi meccanismi che hanno contribuito a costruire, soffocano strangolati dalla loro “eccellenza”.

L’ouroboro infatti è una trappola dalle quale sembra impossibile uscire finché le università accetteranno di essere valutate da imprese private. Il nodo non può essere risolto soltanto con l’apertura della ricerca scientifica (cioè l’adozione a trecentosessanta gradi dell’open access [1]): il problema è rifiutare il sistema di valutazione che alimenta il Leviatano e che elimina alla fonte ogni possibilità di far emergere la diversità culturale. Ovviamente uscire dalla tagliola delle riviste paywall è necessario e l’open access va adottato a livello europeo il prima possibile. Ma non sarà sufficiente per liberare la scienza, giacché le grandi multinazionali dell’editoria, sulla scia dei giganti della rete, stanno spostando il loro modello di business dai contenuti ai dati. Questo spiega l’acquisizione di (ex) piattaforme ‘modello’ della scienza aperta, come Mendeley, oggi di proprietà di Elsevier. Ciò che interessa oggi a questi oligopoli infatti non è soltanto (o non è più) mantenere il controllo sui contenuti, ma raccogliere dati sull’intero processo della produzione scientifica, con lo scopo di gestirla, influenzarla e in ultima analisi indirizzarla. Il che poi vuol dire anche ingoiarsi l’ultima fetta, sebbene sempre più sottile, di denaro pubblico: il flusso dei finanziamenti per la ricerca.

Siamo dunque a un passaggio fondamentale del lungo processo di trasformazione della scienza, ma direi in generale della conoscenza, iniziato venti anni fa con la digitalizzazione e la rete. La produzione e diffusione della conoscenza mainstream (non parliamo delle nicchie libere, tollerate per la loro ininfluenza), in ogni sua componente e a ogni livello (da Google a Elsevier, da Facebook a Monsanto-Bayer), è di fatto appaltata a oligopoli privati che riflettono precisi contorni geografici, agende politiche e interessi epistemici. Sarebbe riduttivo e soprattutto ingenuo affermare che lo scopo di questi conglomerati sia quello di “fare soldi” con i nostri dati, le nostre informazioni e le nostre idee. Mi pare che l’immagine che emerge, seppure sfocata dalla pressocché totale segretezza degli algoritmi, assomigli di più a una cartolina distopica: un processo di riscrittura e riprogrammazione della memoria umana su scala universale, geopoliticamente orientato e universalizzante.

In questo articolo Emanuele Balzano ricostruisce in modo rigoroso un pezzo di questo scenario, quello appunto che riguarda l’editoria scientifica e le battaglie che vari paesi europei stanno conducendo contro gli oligopoli, forse nella tardiva consapevolezza che la posta in gioco è più alta di un risparmio di qualche milione di euro sugli acquisti delle biblioteche. Sono informazioni e cifre poche note in Italia e che dovrebbero spingere i ricercatori a riflettere sull’unica “sovranità” che conta: quella della ricerca e della cultura.

[1] Ne abbiamo parlato recentemente al corso estivo della UNED di Avila “La publicación periódica científica en las ciencias humanas y sociales. Desafíos del acceso abierto

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