Articoli con tag: Tito Orlandi

“The big thing” è già qui

Tito Orlandi (che ringrazio) mi segnala questo interessante articolo pubblicato dal Chronicle of Higher Education. Si tratta di una cronaca dell’ultimo convegno della Modern Language Association, dove le Digital Humanities, secondo l’autore, si avviano a diventare “the next big thing”. La conferenza MLA, la grande kermesse statunitense dedicata agli studi di lingua e letteratura, si è infatti sempre dimostrata abbastanza scettica nei confronti delle novità tecnologiche. Ma le cose cambiano – a volte molto in fretta. Fra tante luci, anche qualche ombra, che rivela problemi comuni al di qua e al di là dell’atlantico: per esempio lo spinoso e tuttora irrisolto problema del riconoscimento dei prodotti digitali della ricerca. Nonché la questione delle difficoltà di inserimento delle nuove generazioni di ricercatori “nativi digitali”:

At the very moment when our profession needs revitalization and willingness to embrace chance, we have shut out the generation that is poised to provide it, and most of them will have to take their skills and enthusiasm elsewhere.

La domanda sorge spontanea: se i nostri giovani ricercatori fuggono dall’Italia, magari proprio per andare in USA, dove emigreranno quelli statunitensi? Assisteremo fra qualche anno a una migrazione da nord a sud, o meglio da centro a periferia? Sarà mica un segnale che anche le polarità geo-culturali, grazie alle nuove tecnologie, si stanno allentando?

C’è di che riflettere in questo inizio 2010.

Comments Off

Nella terra di nessuno

Nel suo bel libro La letteratura dopo il World Wide Web (Bononia University Press, 2002),  Jerome McGann si domandava: “Fra cento anni, quali fra questi due nomi ha maggiore probabilità di restare presente nella tradizione della riflessione critica e quale (…) apparirà come una semplice espressione del proprio tempo: Vannevar Bush o Harold Bloom?” (p. 21). La disturbante domanda sembra trovare un’implicita risposta nel primo numero della neonata rivista “Informatica Umanistica” che sfida quanti (Moratti & Gelmini incluse) avevano scommesso sulla scomparsa della IU dal panorama universitario. Rivista_IU

Falcidiata di riforma in riforma, azzoppata dalla revisione delle classi di laurea e tuttora orfana di un raggruppamento disciplinare, l’informatica umanistica non ne vuole sapere di morire. La ragione si capisce scorrendo le cento pagine di cui si compone questo prezioso volume. Che rimarrà innanzitutto come punto di riferimento per tutti noi: una ricognizione, ai limiti dell’autocoscienza, di che cosa è, di che cosa siamo, di che cosa le discipline umanistiche stanno divenendo. “Future is now” è il titolo di un fortunato video di qualche anno fa che illustrava la creazione di un grande centro di New Humanities presso la Rutgers University. L’accademia raramente sa accogliere l’innovazione, ma qualche volta è costretta e quasi sempre si incarica di istituzionalizzarla (addomesticarla). Il futuro è qui: l’accademia italiana, nello sfacelo generale, può continuare a ignorarlo, ma un gruppo di studiosi e studiose ha deciso di raccogliere la sfida. Il volume è costruito come un collage di risposte (commentate) a cinque domande poste a dodici studiose e studiosi provenienti da varie discipline, ivi comprese informatica e diritto.  Trattandosi di un numero fondazionale, le domande ruotano attorno al dilemma delle “due culture”, alla natura (strumentale o teorica?) del rapporto fra informatica e discipline umanistiche e al contributo di queste ultime alla nascita e allo sviluppo tanto delle metodologie che delle applicazioni informatiche. L’insieme delle risposte è organizzato in tre sezioni più due capitoli autonomi (3 e 5), ma sempre collegati ai temi accennati: 1) Una questione di definizioni: rapporti fra discipline umanistiche e informatica; 2) Quantità e qualità. I testi, le biblioteche e l’accesso alle informazioni; 3) Tecnologie e problemi giuridici; 4) Cultura, didattica e ricerca; 5) Ai confini dell’informatica. Poiché non sarebbe possibile rendere giustizia alla ricchezza e complessità delle risposte, scelgo anch’io la via del collage (abridged), riportando alcuni passi che mi hanno colpito:

“Occorre tenere presente che l’informatica è una disciplina recente. Sia che se ne individui l’origine nelle ricerche sull’automazione dell’ultimo dopoguerra, sia che invece la si faccia discendere dalla tradizione del calcolo, la nascita dell’informatica è così prossima ai nostri giorni da far dubitare più di un ricercatore sulla sua natura di disciplina uniforme e definita…” (Cercare di capire, Editoriale, p. 10)

“È infatti evidente che la vecchia dicotomia tra studi scientifici e studi umanistici ha perso la sua attualità e sarebbe forse utile riflettere più a lungo sulle possibilità di una nuova alleanza (…). Il paradigma delle due culture (…) è ancora più superato di quelle gentiliano.” (Elio Franzini, p. 31)

“L’informatica, come è stato detto nell’editoriale della rivista, è una disciplina recente, senza uno statuto epistemologico ben chiaro e figlia di una serie di spazi interdisciplinari (…).  I luoghi della ricerca durante la II Guerra Mondiale e negli anni immediatamente successivi ad essa hanno creato uno spazio tra le discipline, una terra di nessuno nella quale, come disse Norbert Wiener, è stato possibile costruire l’innovazione. La mia impressione è che i problemi etici, sociali, filosofici ed epistemologici siano stati tematizzati fin dalla nascita dell’informatica e siano stati presenti anche nel successivo passaggio innovativo: quando il computer fu rappresentato come uno strumento di comunicazione. Questa prospettiva comunicativa, che non esiterei a considerare rivoluzionaria, è stata alla base del concetto di interfaccia uomo-macchina e anche dell’idea di una rete di interconnessione tra tutte le macchine. Ad essa hanno contribuito personaggi del calibro di Vannevar Bush, J.C.R. Licklider, Robert Taylor, Douglas Engelbart, Ted Nelson, Donald Norman, ed altri. Costoro, o provenivano da una formazione di base in discipline umanistiche, come Licklider, Taylor, Norman e Nelson, oppure avevano una profonda sensibilità che li spingeva a essere visionari nei confronti del futuro rapporto tra macchina e umanità. L’approccio umanistico, quindi, non solo può contribuire allo sviluppo dell’informatica, ma possiamo affermare che esso abbia già avuto un ruolo centrale nella sua storia.” (Teresa Numerico, pp. 34-35)

“La presenza di teoria in ogni operazione informatica rende visibile un terreno sul quale si intersecano inscindibilmente scienze umane e scienze naturali.” (Commento editoriale, p. 76)

“L’applicazione pratica, la semplificazione procedurale e operativa dell’algoritmo, spesso occultano le scelte teoriche che danno una forma al mondo.” (Luca Giuliano, p. 77)

Non può mancare in questo florilegio il lupus della fabula, ovvero la voce di un informatico, Ottavio M. D’Antona, il quale alla domanda “come vedi la questione del rapporto con le discipline umanistiche?”, così risponde: ”Inizierei da quello che le discipline umanistiche non devono fare: non devono cercare di essere un’informatica che lavora in settori diversi. (…) In definitiva, credo che il principio di autenticità disciplinare consista soprattutto nell’avere la capacità di costruire i propri strumenti concettuali (…) ogni disciplina deve avere la dignità del proprio metodo” (p. 94). La prima parte della risposta è sorprendente, perché descrive esattamente la tentazione attuale delle facoltà umanistiche, il cui destino (già predetto da Tito Orlandi una decina di anni fa) sarà quello di essere colonizzate da ingegneri. Al contrario il progetto dell’Informatica Umanistica, pur non escludendo una stretta collaborazione con l’ingegneria e l’informatica, va nella direzione di un rilancio e non di una subordinazione delle discipline umanistiche. La seconda parte della risposta di D’Antona lascia più perplessi e parrebbe in contraddizione con quanto affermato più avanti, ovvero la necessità di una cooperazione da cui nasca “l’opportunità di immaginare problemi nuovi e nuove soluzioni” (p. 95). Ma com’è possibile immaginare nuovi modelli concettuali se la realtà digitale ci unisce, ma i metodi ci dividono? Anche il discorso del e sul metodo andrebbe dunque ripensato.

Cinquanta anni fa, Claude Lévi-Strauss, nella sua conferenza inaugurale al Collège de France per il conferimento della cattedra di Antropologia sociale (una delle prime al mondo), nel mappare gli incerti confini della nascente disciplina, descriveva l’antropologia come “l’occupante in buona fede di quel campo della semiologia che la linguistica ancora non ha rivendicato come proprio”. L’informatica umanistica è oggi nella stessa situazione? Rivendica e occupa cioè un campo ancora non dissodato (ma per quanto?) dall’informatica? La mia impressione è diversa. Io credo infatti che l’informatica sia parte di una nuova disciplina che ancora  deve nascere. Non si tratta dunque di ritagliarsi dei margini (per noi umanisti) o annettere nuovi territori (per ingegneri e informatici). E nemmeno di costruire una (accademicamente improbabile) alleanza. La storia della scienza, come insegna il caso dell’antropologia esposto da Lévi-Strauss (ma è lo stesso per la psicologia, la sociologia, la pedagogia, ecc.), procede per frammentazioni e specializzazioni.  Qualche volta per contaminazioni. Ragioni storiche opposte a quelle maturate nel corso degli ultimi due secoli spingono le discipline del trattamento dell’informazione e della manipolazione e interpretazione dei simboli verso una convergenza. Siamo nella terra di nessuno dell’innovazione. Ma una cosa è certa: non dovremo attendere cento anni perché questa nuova cosa acquisti un nome.

3 Commenti »

Il senso del testo digitale: tradizione o decostruzione?

Qualche mese fa avevo segnalato l’uscita dei saggi di Giuseppe Gigliozzi, maestro di informatica umanistica per una generazione di studenti e studentesse della Facoltà di Lettere della “Sapienza”. Un giorno probabilmente bisognerà raccontarla meglio che in un blog questa storia, ma bisogna sapere che Giuseppe dagli anni Ottanta e fino alla sua scomparsa non aveva certo lavorato da solo. Le sue attività sono indissolubilmente legate a un gruppo di docenti pionieri che hanno fatto la storia di questa disciplina: sopra tutti Tito Orlandi e Raul Mordenti.

L'altra critica, di Raul Mordenti

Quest’ultimo ha pubblicato nel 2007 il volume L’altra critica. La nuova critica della letteratura fra studi culturali, didattica e informatica, Roma, Meltemi (pagg. 215, € 18,50). Dico subito per onestà che sarei la persona meno adatta a recensire un libro di Mordenti, ma dato che questa non è una recensione vado avanti.  Quando ero studente alla “Sapienza” rimasi folgorato da un suo articolo (era il lontano 1992): “Informatica e filologia”, primo nucleo di quello splendido libro che sarà Informatica e critica dei testi (Roma, Bulzoni, 2001).  Nei confronti di quel primo testo contrassi un debito di riconoscenza intellettuale e professionale che ancora non è estinto – e forse proiettato com’è nel mito dei ventanni non sarà mai estinguibile. Anche per questo, forse, nell’estate del 2007, trascinato da mio fratello e i miei nipoti in un villaggio vacanze in Grecia, portai con me L’altra critica, unico libro “serio” nella valigia. Talmente serio che sui testi latini di Petrarca citati nel primo capitolo facevo esercitare mio nipote, il quale avendo accumulato un debito formativo nella lingua di Cicerone aveva strategicamente dimenticato ogni libro a casa. Fatto sta che sotto il sole di Alonissos e lo sguardo di riprovazione dei miei familiari divorai il volume. Capisco che il termine “divorare” appartenga a una sfera semantica aliena alla prosa accademica, ma è precisamente questo il motivo per cui Mordenti seduce anche sotto l’ombrellone: l’eleganza, la passionalità e al tempo stesso la chiarezza della sua scrittura.

In questo spazio (e me ne scuso con Mordenti) affronterò solo il quarto capitolo (”Sul concetto di ‘testo’ da Gutenberg all’informatica”) che è quello direttamente legato ai temi di questo blog e sul quale mi sento di lanciare qualche provocazione. I primi cinque paragrafi servono a inquadrare in un contesto storico-critico (con incursioni molto puntuali nell’antropologia e nella filosofia) le linee evolutive della testualità. Una della argomentazioni che prepara la discussione sul testo digitale (che Mordenti preferisce sempre chiamare “testo informatico” o “informatizzato”) è che la mobilità sia una caratteristica del testo in generale e non una virtù di quello digitalizzato. Su questo punto l’autore porta prove convincenti, proponendo tra l’altro un’originale lettura di alcuni passi del Fedro di Platone:

[T]utte le modalità di produzione, conservazione, fruizione della testualità antica (…) non sono affatto contrapposte ma, al contrario, sono come sovrapposte e confuse, intrecciate a descrivere una situazione testuale che ruota comunque intorno alla parola vivente e che proprio da questa assume valore e senso. (p. 141)

Nel paragrafo 7 (”A proposito del testo informatizzato”) si entra nel vivo della discussione che ci interessa.  Alcune di queste pagine sono ormai un “classico” della riflessione sul testo digitale e se non le avete mai lette e pensate di non averne bisogno siete pazzi. Mordenti è il creatore di alcuni mantra dell’informatica umanistica. In particolare consiglio di incorniciare e regalare agli ‘amici’ informatici il seguente: “L’informatica che ci interessa è più un’episteme che una tecnologia” (p. 150).  Lo studioso non nasconde ovviamente che i nuovi supporti e veicoli della scrittura “determinino anche una diversa idea di testo” (p. 150), ma come vedremo fra poco non accetta ciò che egli chiama la “deriva ermetica” (p. 161) che discenderebbe da un certo modo di interpretare la testualità digitale. Mordenti è di mestiere, oltre che critico, anche filologo e su questo tema, la filologia, ha scritto a mio parere le sue pagine più belle e drammatiche:

La domanda che occorre rivolgere alla filologia, giunti a questo punto del nostro ragionamento, è allora radicale (e si tratta di una domanda formulabile, cioè pensabile, solo a partire dall’informatica e dalla sua specifica modalità tecnologica di edizione non più gutemberghiana); tale domanda potrebbe essere così formulata: quanto c’è di intrinsecamente gutemberghiano, nella moderna teoria filologica? Quanto dipendono dalla stampa, ad es., il concetto di “archetipo” o quello di “originale” (che, non a caso, Avalle definisce “uno dei più sfuggenti e ambigui della critica del testo”?). E, soprattutto, quanto dipende dalla stampa la stessa idea di edizione intesa come costituzione di un testo e di uno solo, a cui risalire attraverso (ma si potrebbe dire anche: nonostante) la pluralità dei testi storicamente dati e viventi, degradando questi ultimi a meri testimoni subalterni, a pallida eco materiale (ma mendace e fuorviante) del Testo come idea pura? (p. 154)

A prenderlo sul serio, questo passaggio rappresenta uno dei più violenti attacchi mai sferrati alla scienza della ricostruzione del testo. E’ un passaggio già abbozzato nel saggio del ‘92 e ricordo che fu proprio riflettendo su questa intuizione di Mordenti che decisi di scrivere una tesi su come stesse cambiando la scrittura con l’avvento del computer. Ma sullo sfondo rimaneva quella filologia che, come scrive en passant Segre nelle ultime pagine del suo Avviamento all’analisi del testo letterario (Torino, Einaudi, 1985, p. 371),  insieme ai documenti costruisce “le diverse concezioni della verità, e perciò dell’autorità da conferire ai testi stessi”. Ma come Segre, di fronte a questa possibilità di smascheramento definitivo dell’interfaccia della cultura, fondamenta e scudo delle grandi narrazioni, Mordenti si arresta. Questo “processo al documento” (Foucault) non s’ha da fare. Paura? Sgomento? E il paragrafo finale del capitolo, (”Il senso del testo”), allora è tutta una difesa, strenua quanto tardiva, appassionata e affannata, del senso del testo contro la deriva ermetica e la decostruzione.

Il primo grado di questo contro-processo è l’individuazione di un colpevole, ovvero una “certa linea interpretativa, non per caso di provenienza specialmente americana, che lega direttamente il testo informatizzato (…) con la teoria decostruzionista” (p. 159). Insomma il povero Landow. Il secondo grado è ben più complesso e qui posso solo tentare di riassumerlo, ovvero il tentativo di operare un rovesciamento e una rivalutazione, con raffinati strumenti storico-etimologici, del concetto di tradizione, nel senso di attività di trasmissione “creativa e ricreativa” (p. 161) del testo. Il punto è dimostrare che la mobilità del testo informatizzato non è complemento necessario né fonte della “semiosi ermetica”.

Dico sinceramente che il primo grado mi sembra un processo imbastito con prove insufficienti: non si può liquidare (ma a dire il vero Mordenti si sforza di non farlo) il gigante decostruzionista celandolo dietro un nano (con tutto il rispetto per George Landow il quale ha svolto una funzione importantissima e meritoria nei primi anni della diffusione del web mostrandone agli umanisti le potenzialità). Inoltre al di là dei legami – tutto sommato ormai flebili – fra deriva ermetica e teoria del testo digitale, vi sono molti altri filoni di ricerca che non vengono presi in considerazione da Mordenti. Mi riferisco alla ricca letteratura che studia le forme native della comunicazione digitale, teoricamente agguerrita e oggi anche istituzionalmente solida.

Il secondo grado, se possibile, mi sembra ancora più pericoloso del primo. Condivido con Mordenti che il testo viva nel “movimento storico, nella kabbalah, e, se necessario, perfino nel ‘tradimento’” (p. 163). Tuttavia il recupero della tradizione, per quanto egli si sforzi di spiegarne e circostanziarne l’utilizzo, finisce, inevitabilmente, per offrire una sponda alle pratiche di recinzione della sacralità del testo (p. 162), cadendo dalla padella decostruzionista nella brace teologica. Il Testo Sacro infatti (e mi riferisco tanto al vecchio che al nuovo testamento) non è affatto immutabile se non proprio in quella “tradizione” stabilita in quanto canone teologico. E d’altronde era inevitabile, giacché con buona pace delle tesi di Canfora, Filologia e Teologia più che nemiche sono sorelle: entrambe tese alla ricerca della verità. Del senso del testo. La domanda è: il senso di chi? Altrove Raul Mordenti e Claude Cazalé per difendere il Testo dagli assalti decostruzionsti avevano fatto riferimento al concetto di “comunità di interpreti”. In tempi di Web 2.0 mi pare questo un miglior baluardo contro la perdita di senso, sebbene anche in questo caso occorra sempre vigilare su come storicamente si formino e acquistino potere tali comunità.

In conclusione, per cercare di rispondere (provvisoriamente) alla domanda del titolo, credo che il senso del testo digitale non vada ricercato nelle opposizioni (per quanto teoricamente feconde!). Esso a mio parere è racchiuso in quelle che Mordenti stesso chiama le “potenzialità pragmatiche” (p. 152) del testo informatico, ovvero quelle relazioni a geometria variabile che si stabiliscono fra lettore e programma e/o programmatore/scrittore. Dove il software, sintesi già in partenza multi-autoriale, interagisce con i fruitori, modificandosi e adattandosi al contesto.  Questo paradigma d’altra parte non è nuovo nella storia della comunicazione: Wittgenstein l’aveva prospettato nell’idea dei giochi linguistici nei quali non c’è distinzione rigida fra soggetto e oggetto, e dove la stessa costituzione dell’oggetto si realizza attraverso una dimensione pragmatico-comunicativa all’interno della comunità dei parlanti.

Mi rendo conto che questa prospettiva, applicata ai naviganti, non è priva di controindicazioni. Innanzitutto perché la rete non è (ancora?) un sistema semiotico autonomo.  Accettare questo punto vista negoziale sul significato vorrebbe dire poi lasciare che la scrittura (non più “invariante” [cfr. p. 163], ma mutante) della rete scinda gli ultimi legami col mondo della ricostruzione del testo. Tutte le problematice teoriche e tecnologiche che nascono dalla conservazione delle fonti, che pure riveste un ruolo fondamentale nella trasmissione dei saperi e delle memorie, cederebbero dunque il passo di fronte a nuovi modi di intendere la memoria e le identità (e dunque a nuove teorie e metodologie di indagine). Si dirà che l’esigenza della corretta conservazione dei ‘vecchi’ significati in fondo non esclude quella della ricerca di una comunicazione dei nuovi. Forse è così, ma temo che ormai la rete sia inevitabilmente avviata verso l’oblio di quei presupposti dell’universo testuale gutemberghiano (intrinsecamente gutemberghiano) che l’hanno contribuita a fondare.

Comments Off

Informatica e letteratura a Roma Tre

Se avessi cercato di organizzarlo probabilmente non ci sarei mai riuscito. Anzi, diciamo pure che varie volte avevo (avevamo) fallito. Invece giovedì scorso, nell’aula 2 del Dipartimento di Italianistica, c’eravamo (quasi) tutti. Da sinistra: Lorenzo, Daniele, Domenico, Paolo, Fabio, Paolo RDaniele Silvi, Lorenzo Geri e Paolo Sordi al tavolo insieme a me, Paolo Rembadi, Tito Orlandi e – udite udite – Fabio Ciotti nel pubblico. Oltre ai dottorandi, qualche studente e una inattesa Guest star, Franco Moretti, professore di Letteratura inglese e comparata a Stanford. Moretti da qualche tempo si è avvicinato alle Digital Humanities e dopo gli interventi ci ha esposto brevemente il progetto che sta sviluppando a Stanford. Il seminario di dottorato è stato aperto dal coordinatore, Claudio Giovanardi, che nella sua introduzione ha giustamente ricordato il maestro di tutti noi: Giuseppe Gigliozzi. Grazie Claudio. Per il resto, sono disponibili alcune presentazioni: Silvi e Sordi.

Sempre per le solite combinazioni astrali (quando li supplichi non vengono mai), erano presenti anche due giornalisti, Saverio Simonelli e Agnese Ananasso, la quale ha scritto anche una graditissima cronaca dell’incontro.

Comments Off