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Il testo è mobile

Il testo è mobile. Studiare la letteratura dopo i nuovi media

Giornata di studio, Università Roma Tre, 10 gennaio 2012
Sala Conferenze “Ignazio Ambrogio”
via del Valco di San Paolo, 19 – Roma
L’avvento della galassia Internet ha trasformato l’ordine delle conoscenze e i modi in cui vengono elaborate, memorizzate, trasmesse. I saperi non ci appaiono più come campi separati, ma come reti che si connettono variamente. Il testo ha perso la sua centralità, ma la sua presenza resta pervasiva, la sua consistenza si scopre fluida. Studiosi di varie provenienze discuteranno di questa nuova condizione del testo e dello studio della letteratura in occasione dell’uscita dei volumi Al di là del testo. La critica letteraria e lo studio della cultura (Quodlibet, Macerata 2011), a cura di Francesco Fiorentino, e Canoni liquidi (ScriptaWeb, Napoli 2011), a cura di Domenico Fiormonte. Si discuterà anche a partire dal recente libro di Massimo Riva, Il futuro della letteratura. L’opera d’arte nell’epoca della sua (ri)producibilità digitale (ScriptaWeb, Napoli 2011).

 

Programma

Apertura dei lavori e saluti

Ore 9.30

Introduzione: Francesco Fiorentino e Domenico Fiormonte

Prima sessione

Coordina: Maria Del Sapio (Università Roma Tre)

Alberto Sobrero (La Sapienza Università di Roma), “Studiare dopo Internet”
Arturo Mazzarella (Università Roma Tre): “Ogni testo è sempre un pre-testo”
Raul Mordenti (Università di Roma Tor Vergata): “Filologia digitale”
Rocco Ronchi (Università dell’Aquila): “Il testo come molteplicità virtuale e durata creatrice”

Discussione con: Francesco Fiorentino (Università Roma Tre), Ugo Fracassa (Università Roma Tre), Francesco Pompeo (Università Roma Tre).

 

Seconda sessione

Ore 15

Coordina: Mario De Nonno (Università Roma Tre)

Laura Fortini (Università Roma Tre): “Umane lettere: dai corpi testuali agli stili dell’enunciazione”
Mario Ricciardi (Politecnico di Torino): “Inventare il passato”
Massimo Riva (Brown University): “Liquido/gassoso/nebuloso: per una critica della ragion fluida”

Discussione con: Domenico Fiormonte (Università Roma Tre), Fabio Ciotti (Università di Roma Tor Vergata), Teresa Numerico (Università Roma Tre).

 

Per informazioni: ffiorent@uniroma3.it / fiormont@uniroma3.it

 

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La macchina nel tempo

La macchina nel tempo
Studi di informatica umanistica
in onore di Tito Orlandi.
A cura di Lorenzo Perilli e Domenico Fiormonte
Firenze, Le Lettere, 2011.
pp. XIII+336

 

Tito Orlandi è stato uno dei pionieri dell’informatica umanistica in Italia e in Europa. Per celebrare la sua figura e il suo fondamentale contributo scientifico, un gruppo di studiosi di varie discipline umanistiche si sono riuniti in un volume che non è solo un omaggio alla storia di questa disciplina, ma ne fotografa lo stato dell’arte.

I contributi raccolti si devono a specialisti per i quali si pretende però comunque omogeneità, anzitutto metodologica: nel tentativo di dare conto dello stato attuale degli studi, che vanno dalla filologia classica e moderna all’archeologia, dalla linguistica alla logica formale, dalla musicologia alla storia, dall’analisi del testo all’archivistica, fornendo però anche riflessioni che vanno oltre la singola disciplina e affrontano nodi decisivi e tuttora irrisolti, come quello della storia del rapporto tra informatica e scienze umanistiche, o della codifica dei materiali, testuali e non – del passaggio, insomma, dal mondo analogico a quello che si dice digitale.

Oggi le principali vittorie dell’informatica coincidono con le principali preoccupazioni dall’informatica umanistica: la superficialità delle realizzazioni applicative, la scarsa trasparenza dei processi di digitalizzazione, il dominio linguistico e geopolitico di una parte della comunità scientifica, il rischio di perdita o di manipolazione delle memorie culturali. Ma l’attualità di questa preoccupazioni dimostra, come i contributi raccolti in questo volume, che l’informatica umanistica è oggi più che mai viva e che è forse matura per raccogliere alcuni dei suoi frutti più importanti. Resta ancora aperta invece la sfida più affascinante e ambiziosa lanciata da Orlandi negli anni Ottanta, ovvero quella della ricerca di una convergenza fra scienze della natura e scienze della cultura che vada oltre l’orizzonte applicativo.

 

Autori e contributi

Edoardo Ballo e Massimo Parodi, Strumento e teoria.
Domenico Fiormonte e Teresa Numerico, Le radici interdisciplinari dell’informatica: logica, linguistica e gestione della conoscenza.
Dino Buzzetti, Oltre il rappresentare. Le potenzialità del markup.
Fabio Ciotti, La rappresentazione digitale del testo: il paradigma del markup e i suoi sviluppi.
Gino Roncaglia, Alcune note su modelli diversi di organizzazione ipertestuale.
Claude Cazalé Bérard, Ritratto dell’Ipercritico da giovane.
Maria Guercio, Gli archivi digitali.
Lorenzo Perilli, Filologia ieri, oggi … e domani.
Alberto Cadioli, Dall’ipersaggio all’archivio.
Nicola Tangari, Informatica, musica, musicologia.
Serge Noiret, Storia Digitale: sulle risorse di rete per gli storici.
Paola Moscati, Venti anni di «Archeologia e Calcolatori». Aspetti e momenti.
Maurizio Lana, Un database testuale per il latino tardo.
Ilaria Bonincontro, Edizioni critiche in formato elettronico.
Francesca Tomasi, Informatica Umanistica: iniziative, progetti e proposte.

 

Ordina online su: http://www.lelettere.it

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Il Piave mormorò

Immagine anteprima YouTube

Per dare la loro interpretazione di chi o cosa sia “L’umanista digitale”, il 24 maggio scorso, si sono riuniti attorno a Teresa Numerico e Domenico Fiormonte, due autori dell’omonimo libro, Giampiero Gamaleri, Mario Tedeschini Lalli, Maurizio Lana e Tito Orlandi. L’aula era piena; piena di studenti, dei pochi docenti riusciti a sfuggire agli impegni accademici; tutte facce curiose e sveglie sotto gli occhi della Tv Sat2000, che all’evento ha dedicato un servizio all’interno del programma La compagnia del libro. Problemi di connessione però: nell’aula Verra della Facoltà di Lettere di Roma Tre non c’era modo di far arrivare la rete. A parte il paradosso, il clima era proprio bello. Tito Orlandi in veste di moderatore (quale altro ruolo per il “padre di tutti”?) ripercorre la storia dell’Informatica Umanistica quasi con la metafora della Resistenza (sarà complice la data, ma ce n’è bisogno, ancora e soprattutto in questo momento), prima di invitare Tedeschini Lalli a prendere la parola. Lalli ci mette un po’ a scaldarsi. È un giornalista del gruppo Espresso e docente di Giornalismo digitale all’Università di Urbino. Il suo intervento, molto personale, progressivamente si colora mettendo in evidenza l’aspetto identitario dei contenuti del libro a dispetto del “buco nero” all’interno del quale il digitale ci ha catapultati (T. Lalli è un appassionato d’astronomia) e che ci lascia, al momento, disorientati riguardo a che cosa ci attende al di là. Fantasmi di postmodernità? La conoscenza frequenta un iperuranio molto labile, secondo Gamaleri, sociologo della comunicazione e docente a Roma Tre; una cattedrale d’informazione dalla facciata incostante quanto Rouen, forse impossibile da fissare su tela, perlomeno non con gli oli tradizionali – molto bene quando Lalli fa notare che il postmoderno è rimasto alle porte dell’accademia, realtà o spauracchio che sia.

Ciò che “L’Umanista digitale” testimonia oggi è una situazione decisamente netta. C’è un oggetto, c’è un campo di studi, una ferma posizione teorica, almeno alla base, attorno alla quale, soprattutto, si raccoglie un movimento tenace in Italia e all’estero. Maurizio Lana, ricercatore di Linguistica all’Università del Piemonte Orientale, il più tecnico degli invitati, rincara la dose sul valore “affermativo” di questo libro. Gli piace ricordare i pionieri Licklider ed Engelbart e il valore degli strumenti informatici che sono un potenziamento dell’intelletto umano, della sfera creativa e produttiva esaltata dalle nuove tecnologie. La sua esperienza sulla testualità digitale lo porta ad evidenziare le affascinanti sfide che le macchine portano con sé (affascinanti perché tutte culturali), come il rapporto controverso fra il nostro linguaggio e il linguaggio macchina, la percezione e la conservazione della memoria, l’obsolescenza dei supporti messi nel cassetto assieme alle testimonianze che trasportano. Problema di coscienza critica insomma, nuova o vecchia non importa, perché la coscienza critica è un valore assoluto – rimette tutti d’accordo Orlandi: un’abitudine da recuperare, piuttosto, una volta messo il naso fuori dallo stallo gravitazionale (T. Lalli docet), ed esercitare con convinzione nei confronti dell’oracolo Google che divora tutto (Vate affamato), di un sistema d’istruzione scaduto e degenerato, della nostra coscienza critica stessa. Ma ancora un attimo, prima che Orlandi trascini nell’aula Verra chi era rimasto nell’iperuranio, perché si sta arrivando al momento più vivo della discussione. Infatti tocca agli studenti parlare, quasi fossero invitati a sedere alla tavola rotonda. E sono di gran lunga i più convincenti, perché di poche parole, quando illustrano timorosi la loro esperienza maturata durante i corsi, e che li ha spinti in alcuni casi a farsi co-autori di questo volume. Dell’Umanista digitale, infatti, non esiste soltanto una traduzione analogica: la partita più bella sembra essere stata quella giocata in poche decine di ore di lezione catapultate sul web con tutta la loro dinamica, quella vera, che scaturisce dal dialogo (vedi Forme e Generi della testualità digitale). Soprattutto i ragazzi sono partecipi orgogliosi di questa identità, e quando ne parlano davanti a tutti lo fanno con imbarazzo, quello stesso imbarazzo che si prova quando si è chiamati a parlare dopo un ascolto durato troppo tempo.

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Presentazione “L’umanista digitale”

umanistadigitaleIl 24 maggio alle ore 11, nell’Aula Verra della Facoltà di Lettere e Filosofia di Roma Tre, Giampiero Gamaleri, Mario Tedeschini Lalli, Maurizio Lana, Tito Orlandi e gli studenti dei corsi di laurea in Scienze della comunicazione discuteranno il volume L’umanista digitale di Teresa Numerico, Domenico Fiormonte e Francesca Tomasi (Il Mulino, 2010).

La discussione si propone di affrontare le diverse prospettive critiche intrecciate nel libro: l’origine dell’informatica umanistica e le connessioni epistemiche con l’informatica, l’analisi dell’impatto delle tecnologie della comunicazione sulla società e le trasformazioni che attraversano le professioni legate alla produzione di contenuti.

Saranno presenti gli autori.

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Nella terra di nessuno

Nel suo bel libro La letteratura dopo il World Wide Web (Bononia University Press, 2002),  Jerome McGann si domandava: “Fra cento anni, quali fra questi due nomi ha maggiore probabilità di restare presente nella tradizione della riflessione critica e quale (…) apparirà come una semplice espressione del proprio tempo: Vannevar Bush o Harold Bloom?” (p. 21). La disturbante domanda sembra trovare un’implicita risposta nel primo numero della neonata rivista “Informatica Umanistica” che sfida quanti (Moratti & Gelmini incluse) avevano scommesso sulla scomparsa della IU dal panorama universitario. Rivista_IU

Falcidiata di riforma in riforma, azzoppata dalla revisione delle classi di laurea e tuttora orfana di un raggruppamento disciplinare, l’informatica umanistica non ne vuole sapere di morire. La ragione si capisce scorrendo le cento pagine di cui si compone questo prezioso volume. Che rimarrà innanzitutto come punto di riferimento per tutti noi: una ricognizione, ai limiti dell’autocoscienza, di che cosa è, di che cosa siamo, di che cosa le discipline umanistiche stanno divenendo. “Future is now” è il titolo di un fortunato video di qualche anno fa che illustrava la creazione di un grande centro di New Humanities presso la Rutgers University. L’accademia raramente sa accogliere l’innovazione, ma qualche volta è costretta e quasi sempre si incarica di istituzionalizzarla (addomesticarla). Il futuro è qui: l’accademia italiana, nello sfacelo generale, può continuare a ignorarlo, ma un gruppo di studiosi e studiose ha deciso di raccogliere la sfida. Il volume è costruito come un collage di risposte (commentate) a cinque domande poste a dodici studiose e studiosi provenienti da varie discipline, ivi comprese informatica e diritto.  Trattandosi di un numero fondazionale, le domande ruotano attorno al dilemma delle “due culture”, alla natura (strumentale o teorica?) del rapporto fra informatica e discipline umanistiche e al contributo di queste ultime alla nascita e allo sviluppo tanto delle metodologie che delle applicazioni informatiche. L’insieme delle risposte è organizzato in tre sezioni più due capitoli autonomi (3 e 5), ma sempre collegati ai temi accennati: 1) Una questione di definizioni: rapporti fra discipline umanistiche e informatica; 2) Quantità e qualità. I testi, le biblioteche e l’accesso alle informazioni; 3) Tecnologie e problemi giuridici; 4) Cultura, didattica e ricerca; 5) Ai confini dell’informatica. Poiché non sarebbe possibile rendere giustizia alla ricchezza e complessità delle risposte, scelgo anch’io la via del collage (abridged), riportando alcuni passi che mi hanno colpito:

“Occorre tenere presente che l’informatica è una disciplina recente. Sia che se ne individui l’origine nelle ricerche sull’automazione dell’ultimo dopoguerra, sia che invece la si faccia discendere dalla tradizione del calcolo, la nascita dell’informatica è così prossima ai nostri giorni da far dubitare più di un ricercatore sulla sua natura di disciplina uniforme e definita…” (Cercare di capire, Editoriale, p. 10)

“È infatti evidente che la vecchia dicotomia tra studi scientifici e studi umanistici ha perso la sua attualità e sarebbe forse utile riflettere più a lungo sulle possibilità di una nuova alleanza (…). Il paradigma delle due culture (…) è ancora più superato di quelle gentiliano.” (Elio Franzini, p. 31)

“L’informatica, come è stato detto nell’editoriale della rivista, è una disciplina recente, senza uno statuto epistemologico ben chiaro e figlia di una serie di spazi interdisciplinari (…).  I luoghi della ricerca durante la II Guerra Mondiale e negli anni immediatamente successivi ad essa hanno creato uno spazio tra le discipline, una terra di nessuno nella quale, come disse Norbert Wiener, è stato possibile costruire l’innovazione. La mia impressione è che i problemi etici, sociali, filosofici ed epistemologici siano stati tematizzati fin dalla nascita dell’informatica e siano stati presenti anche nel successivo passaggio innovativo: quando il computer fu rappresentato come uno strumento di comunicazione. Questa prospettiva comunicativa, che non esiterei a considerare rivoluzionaria, è stata alla base del concetto di interfaccia uomo-macchina e anche dell’idea di una rete di interconnessione tra tutte le macchine. Ad essa hanno contribuito personaggi del calibro di Vannevar Bush, J.C.R. Licklider, Robert Taylor, Douglas Engelbart, Ted Nelson, Donald Norman, ed altri. Costoro, o provenivano da una formazione di base in discipline umanistiche, come Licklider, Taylor, Norman e Nelson, oppure avevano una profonda sensibilità che li spingeva a essere visionari nei confronti del futuro rapporto tra macchina e umanità. L’approccio umanistico, quindi, non solo può contribuire allo sviluppo dell’informatica, ma possiamo affermare che esso abbia già avuto un ruolo centrale nella sua storia.” (Teresa Numerico, pp. 34-35)

“La presenza di teoria in ogni operazione informatica rende visibile un terreno sul quale si intersecano inscindibilmente scienze umane e scienze naturali.” (Commento editoriale, p. 76)

“L’applicazione pratica, la semplificazione procedurale e operativa dell’algoritmo, spesso occultano le scelte teoriche che danno una forma al mondo.” (Luca Giuliano, p. 77)

Non può mancare in questo florilegio il lupus della fabula, ovvero la voce di un informatico, Ottavio M. D’Antona, il quale alla domanda “come vedi la questione del rapporto con le discipline umanistiche?”, così risponde: ”Inizierei da quello che le discipline umanistiche non devono fare: non devono cercare di essere un’informatica che lavora in settori diversi. (…) In definitiva, credo che il principio di autenticità disciplinare consista soprattutto nell’avere la capacità di costruire i propri strumenti concettuali (…) ogni disciplina deve avere la dignità del proprio metodo” (p. 94). La prima parte della risposta è sorprendente, perché descrive esattamente la tentazione attuale delle facoltà umanistiche, il cui destino (già predetto da Tito Orlandi una decina di anni fa) sarà quello di essere colonizzate da ingegneri. Al contrario il progetto dell’Informatica Umanistica, pur non escludendo una stretta collaborazione con l’ingegneria e l’informatica, va nella direzione di un rilancio e non di una subordinazione delle discipline umanistiche. La seconda parte della risposta di D’Antona lascia più perplessi e parrebbe in contraddizione con quanto affermato più avanti, ovvero la necessità di una cooperazione da cui nasca “l’opportunità di immaginare problemi nuovi e nuove soluzioni” (p. 95). Ma com’è possibile immaginare nuovi modelli concettuali se la realtà digitale ci unisce, ma i metodi ci dividono? Anche il discorso del e sul metodo andrebbe dunque ripensato.

Cinquanta anni fa, Claude Lévi-Strauss, nella sua conferenza inaugurale al Collège de France per il conferimento della cattedra di Antropologia sociale (una delle prime al mondo), nel mappare gli incerti confini della nascente disciplina, descriveva l’antropologia come “l’occupante in buona fede di quel campo della semiologia che la linguistica ancora non ha rivendicato come proprio”. L’informatica umanistica è oggi nella stessa situazione? Rivendica e occupa cioè un campo ancora non dissodato (ma per quanto?) dall’informatica? La mia impressione è diversa. Io credo infatti che l’informatica sia parte di una nuova disciplina che ancora  deve nascere. Non si tratta dunque di ritagliarsi dei margini (per noi umanisti) o annettere nuovi territori (per ingegneri e informatici). E nemmeno di costruire una (accademicamente improbabile) alleanza. La storia della scienza, come insegna il caso dell’antropologia esposto da Lévi-Strauss (ma è lo stesso per la psicologia, la sociologia, la pedagogia, ecc.), procede per frammentazioni e specializzazioni.  Qualche volta per contaminazioni. Ragioni storiche opposte a quelle maturate nel corso degli ultimi due secoli spingono le discipline del trattamento dell’informazione e della manipolazione e interpretazione dei simboli verso una convergenza. Siamo nella terra di nessuno dell’innovazione. Ma una cosa è certa: non dovremo attendere cento anni perché questa nuova cosa acquisti un nome.

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Vespignani (a cura di), Informatica per le scienze umanistiche

Autore: Teresa Numerico-Arturo Vespignani (a cura di)

Titolo: Informatica per le scienze umanistiche

Editore: Mulino

Luogo edizione: Bologna

Anno: 2003

N° Pagine: 257

Prezzo: € 15,00

Codice ISBN: 88-15-09295-1

numericoIl testo a cura di Numerico e Vespignani si propone come strumento per iniziare gli studenti delle facoltà umanistiche all’applicazione, e, di conseguenza, alle problematiche dell’Informatica umanistica (IU). Infatti, partendo dalla storia del calcolatore e del world wide web, i diversi autori, tutti docenti di IU, con i loro saggi tracciano la figura del nuovo umanista nell’ambito della base di dati e della sua struttura; nella rappresentazione dell’informazione testuale con i linguaggi di markup; nella scrittura ipertestuale; nella trasmissione e catalogazione di testi, immagini, suoni e video.

Vengono affrontati i problemi di ordine epistemologico dell’IU, tipici dei processi innovativi:  problemi derivati, ad esempio, dal fatto che non esiste ancora una posizione degli studiosi sui confini teorici della materia. Inoltre questa disciplina, che è già entrata nelle facoltà umanistiche, si sta ancora confrontando con il problema del suo riconoscimento accademico, e quindi, del riconoscimento degli esperti in tale settore. Ne deriva che l’IU non è solamente una disciplina finalizzata all’insegnamento di conoscenze tecniche utilizzabili dall’umanista nel suo settore, ma è soprattutto un progetto culturale, ossia il tentativo di cambiare la mentalità degli studiosi di materie umanistiche e degli informatici, per creare un nuovo sapere.

Essa è la sfida del nuovo millennio per quegli studenti di facoltà umanistiche disposti a creare un sodalizio tra il loro sapere specifico e gli strumenti tecnologici adatti per il proprio settore; ed il testo in questione si propone come un mezzo introduttivo allo studio delle applicazioni e delle problematiche dell’ IU per l’umanista del nuovo millennio.

(Simona Casciano)

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