Articoli con tag: roma tre

Richard Stallman a Roma

Saint IGNUcius mentre esorcizza il mio pcCon una settimana di anticipo, è arrivato Babbo Natale: Richard Stallman, il pioniere del free software, stasera è piombato a casa mia. Se non ci credete guardate la foto mentre esorcizza il mio pc (windows). Domani alle 17 parlerà al centro sociale La strada in via Passino 24 (zona Garbatella), ma ha promesso anche di fare una visita agli studenti di Roma Tre che stanno occupando da diciotto giorni la facoltà di Lettere. Il mondo delle digital humanities è da sempre sensibile al tema della libera condivisione delle conoscenze, ma in Italia occorre prestare maggiore attenzione al software libero, soprattutto per ciò che riguarda la didattica: leggete questo intervento di Stallman. Vi aspettiamo domani!

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Canoni liquidi

Canoni liquidi, Roma Tre 14-15 giugno 2010

“La costituzione dei sé o delle personalità è impensabile in qualsiasi altro modo che non sia quello di una riformazione costante e perennemente incompiuta.” (Zygmunt Bauman, Vita liquida).

A scuola abbiamo letto e studiato Omero, Dante o la Bibbia come testi di riferimento: immutabili, fissi, “canonici”. Stabiliti “una volta per tutte”, insomma. I testi canonici sono al centro della nostra identità culturale. Ma come viene tramandata la loro memoria? E come si è costituita la loro presunta stabilità? Uno sguardo alla storia dei testi ci svela che la questione è più complessa di come pensavamo. Tanto le grandi opere dell’antichità, quanto quelle più vicine ai nostri tempi, hanno subito nel corso del tempo innumerevoli metamorfosi, sotto la pressione di eventi sociali e politici, interessi ideologici o religiosi, errori accidentali o consapevoli manipolazioni.  Il seminario internazionale “Canoni liquidi”, che si svolgerà a Roma Tre il 14 e 15 giugno, cerca di fare il punto su tali questioni, mettendo a confronto un gruppo interdisciplinare di studiosi (dall’antropologia alle filologie classiche, dall’informatica alla sociologia, dalla teoria letteraria alla biologia) chiamati a discutere in modo aperto e al di là dei recinti accademici che cosa significhi, ieri come oggi, produrre, conservare e trasmettere la memoria e i saperi.
Sotto la pressione degli strumenti digitali, la nostra idea di testo sta cambiando. Ma insieme al testo mutano le nostre idee di cultura e dunque le nostre identità. Un’analisi approfondita del passato ci rivela che la variazione e l’instabilità sono gli elementi costitutivi della cultura. Anzi, senza variazione, ovvero senza interazione e contaminazione, non è possibile trasmettere la cultura. La diversità e la variazione, insomma, non costituiscono l’eccezione, ma la regola.

Ma la sorpresa più grande forse è che questo modo di trasmettersi della cultura trova delle analogie nell’essere vivente. Marcello Buiatti, biologo e genetista dell’Università di Firenze, spiegherà nella conferenza d’apertura come gli organismi viventi, per poter vivere e riprodursi, si adattino ai cambiamenti dell’ambiente in una costante dialettica fra i vincoli imposti dai geni e gli stimoli e le variazioni dell’ambiente. Sul terreno di un inedito incontro fra scienze umanistiche e biologia si gioca insomma il futuro della nostra comprensione della trasmissione della memoria culturale.

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Il Piave mormorò

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Per dare la loro interpretazione di chi o cosa sia “L’umanista digitale”, il 24 maggio scorso, si sono riuniti attorno a Teresa Numerico e Domenico Fiormonte, due autori dell’omonimo libro, Giampiero Gamaleri, Mario Tedeschini Lalli, Maurizio Lana e Tito Orlandi. L’aula era piena; piena di studenti, dei pochi docenti riusciti a sfuggire agli impegni accademici; tutte facce curiose e sveglie sotto gli occhi della Tv Sat2000, che all’evento ha dedicato un servizio all’interno del programma La compagnia del libro. Problemi di connessione però: nell’aula Verra della Facoltà di Lettere di Roma Tre non c’era modo di far arrivare la rete. A parte il paradosso, il clima era proprio bello. Tito Orlandi in veste di moderatore (quale altro ruolo per il “padre di tutti”?) ripercorre la storia dell’Informatica Umanistica quasi con la metafora della Resistenza (sarà complice la data, ma ce n’è bisogno, ancora e soprattutto in questo momento), prima di invitare Tedeschini Lalli a prendere la parola. Lalli ci mette un po’ a scaldarsi. È un giornalista del gruppo Espresso e docente di Giornalismo digitale all’Università di Urbino. Il suo intervento, molto personale, progressivamente si colora mettendo in evidenza l’aspetto identitario dei contenuti del libro a dispetto del “buco nero” all’interno del quale il digitale ci ha catapultati (T. Lalli è un appassionato d’astronomia) e che ci lascia, al momento, disorientati riguardo a che cosa ci attende al di là. Fantasmi di postmodernità? La conoscenza frequenta un iperuranio molto labile, secondo Gamaleri, sociologo della comunicazione e docente a Roma Tre; una cattedrale d’informazione dalla facciata incostante quanto Rouen, forse impossibile da fissare su tela, perlomeno non con gli oli tradizionali – molto bene quando Lalli fa notare che il postmoderno è rimasto alle porte dell’accademia, realtà o spauracchio che sia.

Ciò che “L’Umanista digitale” testimonia oggi è una situazione decisamente netta. C’è un oggetto, c’è un campo di studi, una ferma posizione teorica, almeno alla base, attorno alla quale, soprattutto, si raccoglie un movimento tenace in Italia e all’estero. Maurizio Lana, ricercatore di Linguistica all’Università del Piemonte Orientale, il più tecnico degli invitati, rincara la dose sul valore “affermativo” di questo libro. Gli piace ricordare i pionieri Licklider ed Engelbart e il valore degli strumenti informatici che sono un potenziamento dell’intelletto umano, della sfera creativa e produttiva esaltata dalle nuove tecnologie. La sua esperienza sulla testualità digitale lo porta ad evidenziare le affascinanti sfide che le macchine portano con sé (affascinanti perché tutte culturali), come il rapporto controverso fra il nostro linguaggio e il linguaggio macchina, la percezione e la conservazione della memoria, l’obsolescenza dei supporti messi nel cassetto assieme alle testimonianze che trasportano. Problema di coscienza critica insomma, nuova o vecchia non importa, perché la coscienza critica è un valore assoluto – rimette tutti d’accordo Orlandi: un’abitudine da recuperare, piuttosto, una volta messo il naso fuori dallo stallo gravitazionale (T. Lalli docet), ed esercitare con convinzione nei confronti dell’oracolo Google che divora tutto (Vate affamato), di un sistema d’istruzione scaduto e degenerato, della nostra coscienza critica stessa. Ma ancora un attimo, prima che Orlandi trascini nell’aula Verra chi era rimasto nell’iperuranio, perché si sta arrivando al momento più vivo della discussione. Infatti tocca agli studenti parlare, quasi fossero invitati a sedere alla tavola rotonda. E sono di gran lunga i più convincenti, perché di poche parole, quando illustrano timorosi la loro esperienza maturata durante i corsi, e che li ha spinti in alcuni casi a farsi co-autori di questo volume. Dell’Umanista digitale, infatti, non esiste soltanto una traduzione analogica: la partita più bella sembra essere stata quella giocata in poche decine di ore di lezione catapultate sul web con tutta la loro dinamica, quella vera, che scaturisce dal dialogo (vedi Forme e Generi della testualità digitale). Soprattutto i ragazzi sono partecipi orgogliosi di questa identità, e quando ne parlano davanti a tutti lo fanno con imbarazzo, quello stesso imbarazzo che si prova quando si è chiamati a parlare dopo un ascolto durato troppo tempo.

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Informatica e letteratura a Roma Tre

Se avessi cercato di organizzarlo probabilmente non ci sarei mai riuscito. Anzi, diciamo pure che varie volte avevo (avevamo) fallito. Invece giovedì scorso, nell’aula 2 del Dipartimento di Italianistica, c’eravamo (quasi) tutti. Da sinistra: Lorenzo, Daniele, Domenico, Paolo, Fabio, Paolo RDaniele Silvi, Lorenzo Geri e Paolo Sordi al tavolo insieme a me, Paolo Rembadi, Tito Orlandi e – udite udite – Fabio Ciotti nel pubblico. Oltre ai dottorandi, qualche studente e una inattesa Guest star, Franco Moretti, professore di Letteratura inglese e comparata a Stanford. Moretti da qualche tempo si è avvicinato alle Digital Humanities e dopo gli interventi ci ha esposto brevemente il progetto che sta sviluppando a Stanford. Il seminario di dottorato è stato aperto dal coordinatore, Claudio Giovanardi, che nella sua introduzione ha giustamente ricordato il maestro di tutti noi: Giuseppe Gigliozzi. Grazie Claudio. Per il resto, sono disponibili alcune presentazioni: Silvi e Sordi.

Sempre per le solite combinazioni astrali (quando li supplichi non vengono mai), erano presenti anche due giornalisti, Saverio Simonelli e Agnese Ananasso, la quale ha scritto anche una graditissima cronaca dell’incontro.

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