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	<title>Infolet - Informatica e letteratura &#187; interfaccia</title>
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		<title>Tra le nuvole del Web</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Nov 2009 12:37:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Sordi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cosa succede se anche il sistema operativo si smaterializza? Google prepara il platform switch:]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cosa succede se anche il sistema operativo si smaterializza? Google prepara il <a href="http://oreilly.com/web2/archive/what-is-web-20.html" title="What is Web 2.0">platform switch</a>:<br />
<p><a href="http://infolet.it/2009/11/20/tra-le-nuvole-del-web/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p></p>
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		<title>Interface 2009</title>
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		<pubDate>Thu, 25 Jun 2009 17:30:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Domenico Fiormonte</dc:creator>
				<category><![CDATA[Gruppo Ricerca R3]]></category>
		<category><![CDATA[Segnalazioni & Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[informatica]]></category>
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		<description><![CDATA[Dal 9 al 10 luglio si tiene a Southampton il primo Symposium for Humanities and Technology il cui titolo, &#8220;interfaccia&#8221; non poteva attirare maggiormente la mia attenzione. Ormai da anni non faccio che ripetere quanto poco l&#8217;informattica umanistica si dedichi a questo tema. Se vogliamo andare davvero da qualche parte, a mio parere il motto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Dal 9 al 10 luglio si tiene a Southampton il primo <a href="http://www.interface09.org.uk/Home" target="_blank">Symposium for Humanities and Technology</a> il cui titolo, &#8220;interfaccia&#8221; non poteva attirare maggiormente la mia attenzione. Ormai da anni non faccio che ripetere quanto poco l&#8217;informattica umanistica si dedichi a questo tema. Se vogliamo andare davvero da qualche parte, a mio parere il motto dei prossimi anni dovrà essere: <strong>meno conservazione</strong>, <strong>più fruizione</strong>. Il gruppo <a href="http://nexos.cisi.unito.it/joomla/cooperare/">PRIN</a> da me coordinato presenterà il <a href="http://multiversiondocs.blogspot.com/" target="_blank">progetto di wiki</a> per la gestione e visualizzazione di testi della tradizione letteraria.</p>
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		<title>Verso l&#8217;informatica culturale?</title>
		<link>http://infolet.it/2009/04/06/verso-linformatica-culturale/</link>
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		<pubDate>Mon, 06 Apr 2009 01:52:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Domenico Fiormonte</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sulla mia to do list campeggiava da oltre un mese la promessa di fare un post sull&#8217;articolo di Gregory Crane, David Bamman e Alison Jones ePhilology: when the books talk to their readers, pubblicato in quel fondamentale strumento che è il Companion to Digital Humanties. L&#8217;articolo in sé non è né originale né particolarmente esaustivo. [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://infolet.it/files/2009/04/scrivereleculture_marcus_clifford.jpeg"><img class="alignleft size-medium wp-image-241" src="http://infolet.it/files/2009/04/scrivereleculture_marcus_clifford-185x300.jpg" alt="scrivereleculture_marcus_clifford" width="185" height="300" /></a></p>
<p>Sulla mia to <a href="http://ra.tapor.ualberta.ca/~dayofdh/DomenicoFiormonte/2009/03/18/dh-to-do-list/" target="_blank"><em>do list</em></a> campeggiava da oltre un mese la promessa di fare un post sull&#8217;articolo di Gregory Crane, David Bamman e Alison Jones <em>ePhilology: when the books talk to their readers</em>, pubblicato in quel fondamentale strumento che è il <a href="http://www.digitalhumanities.org/companionDLS/" target="_blank"><em>Companion to Digital Humanties</em></a>. L&#8217;articolo in sé non è né originale né particolarmente esaustivo. Si tratta di un&#8217;onesta panoramica su metodologie e risorse informatiche per lo studio dei classici, abbastanza concentrata su ciò che è stato prodotto negli USA. Cuore dell&#8217;argomentazione, anticipata nel titolo, è l&#8217;ipotesi che la tecnologia in questo settore si stia evolvendo verso un modello in cui le macchine apprendono dagli input degli utenti. E attraverso l&#8217;analisi continua del feedback i software sarebbero in grado di incidere sullo stesso <em>atto di lettura</em>, modificando le caratteristiche del processo ermeneutico.</p>
<p>Non v&#8217;è dubbio che Gregory Crane sia un vecchio <em>computing humanist</em> e che sappia il fatto suo. Oltre ad aver creato la monumentale biblioteca digitale di classici <a href="http://www.perseus.tufts.edu/hopper/" target="_blank">Perseus</a>, questo studioso è dotato di una visione culturale e &#8220;politica&#8221; che manca del tutto nelle nostre facoltà umanistiche (e non solo). A parte la discutibile affermazione che &#8220;all philological inquiry, whether classical or otherwise, is now a special case of corpus linguistics&#8221;, nelle conclusioni gli autori introducono l&#8217;interessante concetto di <em>cultural informatics</em>:</p>
<blockquote><p><em>&#8220;ePhilology is part of a larger, cultural informatics</em>: ePhilology represents one particular approach to a comprehensive analysis of earlier culture: we may center our attention on words, but our questions will soon lead us to the evidence of material culture. Classics may be big enough to sustain its own classical informatics, but we would be much better served by contributing to a larger cultural informatics.&#8221;</p></blockquote>
<p>Qualche tempo fa avevo cercato di esprimere in modo assai meno efficace un concetto simile, parlando della filologia come <a href="http://infolet.it/files/2009/04/per_rcicala4.pdf">&#8220;interfaccia della cultura&#8221;</a>. Tuttavia all&#8217;epoca non avevo ancora esplorato le potenzialità dei <em>cultural studies</em> che oggi mi appaiono centrali anche per una revisione dei fondamenti dell&#8217;informatica umanistica. Nel commento al <a href="http://infolet.it/2009/03/18/il-testo-digitale-e-diverso/" target="_blank">post precedente</a> citavo la scoperta del filone etnografico capitanato da Wesch. Etnografia e studi culturali a mio avviso sono oggi l&#8217;alleato più potente per ridefinire la mappa concettuale e teorica delle <em>Digital Humanities</em>. Per fare ciò, ovvero per applicare un <em>ethos</em> etnografico all&#8217;informatica umanistica, occorre però andare oltre il feticcio del &#8220;documento&#8221; che ha appiattito gli oggetti culturali sulle loro rappresentazioni (vedi XML-TEI). In un classico dell&#8217;etnografia della cultura, James Clifford scriveva:</p>
<blockquote><p>&#8220;[la cultura va considerata] come composta di codici e rappresentazioni in profondo contrasto fra di loro. [...] Il loro interesse [dei saggi raccolti nel volume da lui curato] per la costruzione del testo e la dimensione retorica vuole porre in evidenza la natura costruita e artificiale delle descrizioni culturali.&#8221; (J. Clifford, &#8220;Introduzione: verità parziali&#8221;, in J Clifford / G. E. Marcus, <em>Scrivere le culture</em>, Roma, Meltemi, 1997 [1986 ed. or.], p. 26)</p></blockquote>
<p>Come ho cercato di mostrare in un <a href="http://infolet.it/files/2009/04/introduz_atti_piras_8_corretto.pdf">intervento</a> recente dedicato alla semiotica della codifica, anche la <em>rappresentazione digitale</em> non sfugge a questo regola: &#8220;I linguaggi di markup possono essere considerati, sia dal punto di vista intrinseco che estrinseco, vere e proprie ‘metalingue’ capaci di rappresentare e tradurre la conoscenza&#8221;. La semiotica della cultura di Lotman e Uspenskij può esserci di aiuto &#8220;per definire le basi di una teoria ‘culturale’ della codifica digitale, ovvero dei modi e delle forme in cui gli strumenti di digitalizzazione sviluppano, traducono e modificano i meccanismi della memoria e delle identità culturali.&#8221;</p>
<p>Tornando a Crane &amp; c., la loro ipotesi di fusione istituzionale fra esigenze umanistiche e competenze informatiche fa sorgere alcune domande. Che cosa accadrà alle scienze del testo (di cui la filologia rappresenta il nucleo fondativo) quando il testo esisterà solo in formato digitale? Oggi la filologia si dedica alla conservazione e diffusione dei contenuti nati nel mondo della carta; ma la filologia del futuro sarà questo? A essere pessimisti, l&#8217;introduzione del termine <em>cultural informatics</em> potrebbe anche essere interpretato come l&#8217;ammissione di una sconfitta. La domanda da farsi infatti è: tra cinquanta anni chi farà ricerca in campo umanistico? Temo che in un tempo più breve di quello che pensiamo filologi, linguisti, glottologi, ecc. superstiti saranno tutti informatici. O semplicemente non saranno.</p>
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