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Verso l’informatica culturale?

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Sulla mia to do list campeggiava da oltre un mese la promessa di fare un post sull’articolo di Gregory Crane, David Bamman e Alison Jones ePhilology: when the books talk to their readers, pubblicato in quel fondamentale strumento che è il Companion to Digital Humanties. L’articolo in sé non è né originale né particolarmente esaustivo. Si tratta di un’onesta panoramica su metodologie e risorse informatiche per lo studio dei classici, abbastanza concentrata su ciò che è stato prodotto negli USA. Cuore dell’argomentazione, anticipata nel titolo, è l’ipotesi che la tecnologia in questo settore si stia evolvendo verso un modello in cui le macchine apprendono dagli input degli utenti. E attraverso l’analisi continua del feedback i software sarebbero in grado di incidere sullo stesso atto di lettura, modificando le caratteristiche del processo ermeneutico.

Non v’è dubbio che Gregory Crane sia un vecchio computing humanist e che sappia il fatto suo. Oltre ad aver creato la monumentale biblioteca digitale di classici Perseus, questo studioso è dotato di una visione culturale e “politica” che manca del tutto nelle nostre facoltà umanistiche (e non solo). A parte la discutibile affermazione che “all philological inquiry, whether classical or otherwise, is now a special case of corpus linguistics”, nelle conclusioni gli autori introducono l’interessante concetto di cultural informatics:

“ePhilology is part of a larger, cultural informatics: ePhilology represents one particular approach to a comprehensive analysis of earlier culture: we may center our attention on words, but our questions will soon lead us to the evidence of material culture. Classics may be big enough to sustain its own classical informatics, but we would be much better served by contributing to a larger cultural informatics.”

Qualche tempo fa avevo cercato di esprimere in modo assai meno efficace un concetto simile, parlando della filologia come “interfaccia della cultura”. Tuttavia all’epoca non avevo ancora esplorato le potenzialità dei cultural studies che oggi mi appaiono centrali anche per una revisione dei fondamenti dell’informatica umanistica. Nel commento al post precedente citavo la scoperta del filone etnografico capitanato da Wesch. Etnografia e studi culturali a mio avviso sono oggi l’alleato più potente per ridefinire la mappa concettuale e teorica delle Digital Humanities. Per fare ciò, ovvero per applicare un ethos etnografico all’informatica umanistica, occorre però andare oltre il feticcio del “documento” che ha appiattito gli oggetti culturali sulle loro rappresentazioni (vedi XML-TEI). In un classico dell’etnografia della cultura, James Clifford scriveva:

“[la cultura va considerata] come composta di codici e rappresentazioni in profondo contrasto fra di loro. [...] Il loro interesse [dei saggi raccolti nel volume da lui curato] per la costruzione del testo e la dimensione retorica vuole porre in evidenza la natura costruita e artificiale delle descrizioni culturali.” (J. Clifford, “Introduzione: verità parziali”, in J Clifford / G. E. Marcus, Scrivere le culture, Roma, Meltemi, 1997 [1986 ed. or.], p. 26)

Come ho cercato di mostrare in un intervento recente dedicato alla semiotica della codifica, anche la rappresentazione digitale non sfugge a questo regola: “I linguaggi di markup possono essere considerati, sia dal punto di vista intrinseco che estrinseco, vere e proprie ‘metalingue’ capaci di rappresentare e tradurre la conoscenza”. La semiotica della cultura di Lotman e Uspenskij può esserci di aiuto “per definire le basi di una teoria ‘culturale’ della codifica digitale, ovvero dei modi e delle forme in cui gli strumenti di digitalizzazione sviluppano, traducono e modificano i meccanismi della memoria e delle identità culturali.”

Tornando a Crane & c., la loro ipotesi di fusione istituzionale fra esigenze umanistiche e competenze informatiche fa sorgere alcune domande. Che cosa accadrà alle scienze del testo (di cui la filologia rappresenta il nucleo fondativo) quando il testo esisterà solo in formato digitale? Oggi la filologia si dedica alla conservazione e diffusione dei contenuti nati nel mondo della carta; ma la filologia del futuro sarà questo? A essere pessimisti, l’introduzione del termine cultural informatics potrebbe anche essere interpretato come l’ammissione di una sconfitta. La domanda da farsi infatti è: tra cinquanta anni chi farà ricerca in campo umanistico? Temo che in un tempo più breve di quello che pensiamo filologi, linguisti, glottologi, ecc. superstiti saranno tutti informatici. O semplicemente non saranno.

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Il senso del testo digitale: tradizione o decostruzione?

Qualche mese fa avevo segnalato l’uscita dei saggi di Giuseppe Gigliozzi, maestro di informatica umanistica per una generazione di studenti e studentesse della Facoltà di Lettere della “Sapienza”. Un giorno probabilmente bisognerà raccontarla meglio che in un blog questa storia, ma bisogna sapere che Giuseppe dagli anni Ottanta e fino alla sua scomparsa non aveva certo lavorato da solo. Le sue attività sono indissolubilmente legate a un gruppo di docenti pionieri che hanno fatto la storia di questa disciplina: sopra tutti Tito Orlandi e Raul Mordenti.

L'altra critica, di Raul Mordenti

Quest’ultimo ha pubblicato nel 2007 il volume L’altra critica. La nuova critica della letteratura fra studi culturali, didattica e informatica, Roma, Meltemi (pagg. 215, € 18,50). Dico subito per onestà che sarei la persona meno adatta a recensire un libro di Mordenti, ma dato che questa non è una recensione vado avanti.  Quando ero studente alla “Sapienza” rimasi folgorato da un suo articolo (era il lontano 1992): “Informatica e filologia”, primo nucleo di quello splendido libro che sarà Informatica e critica dei testi (Roma, Bulzoni, 2001).  Nei confronti di quel primo testo contrassi un debito di riconoscenza intellettuale e professionale che ancora non è estinto – e forse proiettato com’è nel mito dei ventanni non sarà mai estinguibile. Anche per questo, forse, nell’estate del 2007, trascinato da mio fratello e i miei nipoti in un villaggio vacanze in Grecia, portai con me L’altra critica, unico libro “serio” nella valigia. Talmente serio che sui testi latini di Petrarca citati nel primo capitolo facevo esercitare mio nipote, il quale avendo accumulato un debito formativo nella lingua di Cicerone aveva strategicamente dimenticato ogni libro a casa. Fatto sta che sotto il sole di Alonissos e lo sguardo di riprovazione dei miei familiari divorai il volume. Capisco che il termine “divorare” appartenga a una sfera semantica aliena alla prosa accademica, ma è precisamente questo il motivo per cui Mordenti seduce anche sotto l’ombrellone: l’eleganza, la passionalità e al tempo stesso la chiarezza della sua scrittura.

In questo spazio (e me ne scuso con Mordenti) affronterò solo il quarto capitolo (“Sul concetto di ‘testo’ da Gutenberg all’informatica”) che è quello direttamente legato ai temi di questo blog e sul quale mi sento di lanciare qualche provocazione. I primi cinque paragrafi servono a inquadrare in un contesto storico-critico (con incursioni molto puntuali nell’antropologia e nella filosofia) le linee evolutive della testualità. Una della argomentazioni che prepara la discussione sul testo digitale (che Mordenti preferisce sempre chiamare “testo informatico” o “informatizzato”) è che la mobilità sia una caratteristica del testo in generale e non una virtù di quello digitalizzato. Su questo punto l’autore porta prove convincenti, proponendo tra l’altro un’originale lettura di alcuni passi del Fedro di Platone:

[T]utte le modalità di produzione, conservazione, fruizione della testualità antica (…) non sono affatto contrapposte ma, al contrario, sono come sovrapposte e confuse, intrecciate a descrivere una situazione testuale che ruota comunque intorno alla parola vivente e che proprio da questa assume valore e senso. (p. 141)

Nel paragrafo 7 (“A proposito del testo informatizzato”) si entra nel vivo della discussione che ci interessa.  Alcune di queste pagine sono ormai un “classico” della riflessione sul testo digitale e se non le avete mai lette e pensate di non averne bisogno siete pazzi. Mordenti è il creatore di alcuni mantra dell’informatica umanistica. In particolare consiglio di incorniciare e regalare agli ‘amici’ informatici il seguente: “L’informatica che ci interessa è più un’episteme che una tecnologia” (p. 150).  Lo studioso non nasconde ovviamente che i nuovi supporti e veicoli della scrittura “determinino anche una diversa idea di testo” (p. 150), ma come vedremo fra poco non accetta ciò che egli chiama la “deriva ermetica” (p. 161) che discenderebbe da un certo modo di interpretare la testualità digitale. Mordenti è di mestiere, oltre che critico, anche filologo e su questo tema, la filologia, ha scritto a mio parere le sue pagine più belle e drammatiche:

La domanda che occorre rivolgere alla filologia, giunti a questo punto del nostro ragionamento, è allora radicale (e si tratta di una domanda formulabile, cioè pensabile, solo a partire dall’informatica e dalla sua specifica modalità tecnologica di edizione non più gutemberghiana); tale domanda potrebbe essere così formulata: quanto c’è di intrinsecamente gutemberghiano, nella moderna teoria filologica? Quanto dipendono dalla stampa, ad es., il concetto di “archetipo” o quello di “originale” (che, non a caso, Avalle definisce “uno dei più sfuggenti e ambigui della critica del testo”?). E, soprattutto, quanto dipende dalla stampa la stessa idea di edizione intesa come costituzione di un testo e di uno solo, a cui risalire attraverso (ma si potrebbe dire anche: nonostante) la pluralità dei testi storicamente dati e viventi, degradando questi ultimi a meri testimoni subalterni, a pallida eco materiale (ma mendace e fuorviante) del Testo come idea pura? (p. 154)

A prenderlo sul serio, questo passaggio rappresenta uno dei più violenti attacchi mai sferrati alla scienza della ricostruzione del testo. E’ un passaggio già abbozzato nel saggio del ’92 e ricordo che fu proprio riflettendo su questa intuizione di Mordenti che decisi di scrivere una tesi su come stesse cambiando la scrittura con l’avvento del computer. Ma sullo sfondo rimaneva quella filologia che, come scrive en passant Segre nelle ultime pagine del suo Avviamento all’analisi del testo letterario (Torino, Einaudi, 1985, p. 371),  insieme ai documenti costruisce “le diverse concezioni della verità, e perciò dell’autorità da conferire ai testi stessi”. Ma come Segre, di fronte a questa possibilità di smascheramento definitivo dell’interfaccia della cultura, fondamenta e scudo delle grandi narrazioni, Mordenti si arresta. Questo “processo al documento” (Foucault) non s’ha da fare. Paura? Sgomento? E il paragrafo finale del capitolo, (“Il senso del testo”), allora è tutta una difesa, strenua quanto tardiva, appassionata e affannata, del senso del testo contro la deriva ermetica e la decostruzione.

Il primo grado di questo contro-processo è l’individuazione di un colpevole, ovvero una “certa linea interpretativa, non per caso di provenienza specialmente americana, che lega direttamente il testo informatizzato (…) con la teoria decostruzionista” (p. 159). Insomma il povero Landow. Il secondo grado è ben più complesso e qui posso solo tentare di riassumerlo, ovvero il tentativo di operare un rovesciamento e una rivalutazione, con raffinati strumenti storico-etimologici, del concetto di tradizione, nel senso di attività di trasmissione “creativa e ricreativa” (p. 161) del testo. Il punto è dimostrare che la mobilità del testo informatizzato non è complemento necessario né fonte della “semiosi ermetica”.

Dico sinceramente che il primo grado mi sembra un processo imbastito con prove insufficienti: non si può liquidare (ma a dire il vero Mordenti si sforza di non farlo) il gigante decostruzionista celandolo dietro un nano (con tutto il rispetto per George Landow il quale ha svolto una funzione importantissima e meritoria nei primi anni della diffusione del web mostrandone agli umanisti le potenzialità). Inoltre al di là dei legami – tutto sommato ormai flebili – fra deriva ermetica e teoria del testo digitale, vi sono molti altri filoni di ricerca che non vengono presi in considerazione da Mordenti. Mi riferisco alla ricca letteratura che studia le forme native della comunicazione digitale, teoricamente agguerrita e oggi anche istituzionalmente solida.

Il secondo grado, se possibile, mi sembra ancora più pericoloso del primo. Condivido con Mordenti che il testo viva nel “movimento storico, nella kabbalah, e, se necessario, perfino nel ‘tradimento’” (p. 163). Tuttavia il recupero della tradizione, per quanto egli si sforzi di spiegarne e circostanziarne l’utilizzo, finisce, inevitabilmente, per offrire una sponda alle pratiche di recinzione della sacralità del testo (p. 162), cadendo dalla padella decostruzionista nella brace teologica. Il Testo Sacro infatti (e mi riferisco tanto al vecchio che al nuovo testamento) non è affatto immutabile se non proprio in quella “tradizione” stabilita in quanto canone teologico. E d’altronde era inevitabile, giacché con buona pace delle tesi di Canfora, Filologia e Teologia più che nemiche sono sorelle: entrambe tese alla ricerca della verità. Del senso del testo. La domanda è: il senso di chi? Altrove Raul Mordenti e Claude Cazalé per difendere il Testo dagli assalti decostruzionsti avevano fatto riferimento al concetto di “comunità di interpreti”. In tempi di Web 2.0 mi pare questo un miglior baluardo contro la perdita di senso, sebbene anche in questo caso occorra sempre vigilare su come storicamente si formino e acquistino potere tali comunità.

In conclusione, per cercare di rispondere (provvisoriamente) alla domanda del titolo, credo che il senso del testo digitale non vada ricercato nelle opposizioni (per quanto teoricamente feconde!). Esso a mio parere è racchiuso in quelle che Mordenti stesso chiama le “potenzialità pragmatiche” (p. 152) del testo informatico, ovvero quelle relazioni a geometria variabile che si stabiliscono fra lettore e programma e/o programmatore/scrittore. Dove il software, sintesi già in partenza multi-autoriale, interagisce con i fruitori, modificandosi e adattandosi al contesto.  Questo paradigma d’altra parte non è nuovo nella storia della comunicazione: Wittgenstein l’aveva prospettato nell’idea dei giochi linguistici nei quali non c’è distinzione rigida fra soggetto e oggetto, e dove la stessa costituzione dell’oggetto si realizza attraverso una dimensione pragmatico-comunicativa all’interno della comunità dei parlanti.

Mi rendo conto che questa prospettiva, applicata ai naviganti, non è priva di controindicazioni. Innanzitutto perché la rete non è (ancora?) un sistema semiotico autonomo.  Accettare questo punto vista negoziale sul significato vorrebbe dire poi lasciare che la scrittura (non più “invariante” [cfr. p. 163], ma mutante) della rete scinda gli ultimi legami col mondo della ricostruzione del testo. Tutte le problematice teoriche e tecnologiche che nascono dalla conservazione delle fonti, che pure riveste un ruolo fondamentale nella trasmissione dei saperi e delle memorie, cederebbero dunque il passo di fronte a nuovi modi di intendere la memoria e le identità (e dunque a nuove teorie e metodologie di indagine). Si dirà che l’esigenza della corretta conservazione dei ‘vecchi’ significati in fondo non esclude quella della ricerca di una comunicazione dei nuovi. Forse è così, ma temo che ormai la rete sia inevitabilmente avviata verso l’oblio di quei presupposti dell’universo testuale gutemberghiano (intrinsecamente gutemberghiano) che l’hanno contribuita a fondare.

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Giuseppe Gigliozzi, maestro

Con grande ritardo, ma ancora più grande gioia, segnalo l’uscita dei Saggi di informatica umanistica del maestro di informatica umanistica Giuseppe Gigliozzi (Milano, Unicopli, 2008, pp. 256). Saggi di informatica umanistica di Giuseppe GigliozziIl volume è curato da Myriam Trevisan e non le saremo mai abbastanza grati per il lavoro che ha svolto. I libri curati da Myriam in realtà sono due: il secondo (Saggi di informatica applicata all’analisi letteraria) è una raccolta di studi realizzati da alcuni dei più valenti allievi e collaboratori di Gigliozzi, sparsi fra Roma “La Sapienza” e Roma Tor Vergata: Veronica Giannini, Tiziana Mancinelli, Alessia Scacchi, Daniele Silvi e la stessa Myriam Trevisan.

Giuseppe infatti non è stato solo uno studioso di razza, ma anche un grande catalizzatore di risorse umane. E questo vuoto non è stato mai colmato, producendo un danno irreperabile alla nostra comunità.  A ciò si aggiunge il fatto che il fondatore degli studi di informatica applicata al testo letterario è ancora troppo poco noto fuori d’Italia. Se qualcuno del board della TEI, di ALLC o di qualsiasi altro organismo internazionale di IU leggesse l’italiano forse la storia di questa disciplina potrebbe essere riscritta. Ma è inutile farsi illusioni. Qualche mese fa ho scritto una review per un articolo ‘submitted’ a Digital Humanities Quarterly. Il tema: la semiotica del markup. L’autore è persona competente e piuttosto nota nell’ambiente internazionale. Ebbene, presentava la questione come “un campo nuovo”. Vero. Non sono molte le pubblicazioni in inglese su questo tema. Ma leggete che cosa scriveva Giuseppe, profondo conoscitore della semiotica, nel 1987:

“Il termine codice assume un significato diverso e, forse, più ampio di quello che potevamo aspettarci. Non solo strumento per trasferire informazioni da un sistema all’altro, da una lingua all’altra, ma complesso meccanismo che modella la (e si modella sulla) materia trattata. […] È quasi inevitabile notare come l’operazione di codifica, oltre a rappresentare un valido strumento per la particolare traduzione alla quale sarà sottoposto il testo, si proponga come momento iniziale (ma centrale) di qualsiasi indagine.” (p. 86)

Il saggio da cui è tratto questa citazione è di per sé un gioiello (sin dal titolo): “Codice, testo e interpretazione” (pp. 85-100). La proverbiale eleganza dello stile di Giuseppe qui raggiunge un apice. Persino le piccole asperità (che via via GG attenuerà nei lavori successivi) sono come quei crinali di montagna che facciamo fatica a superare ma a cui, una volta arrivati in vetta, siamo grati di esistere.

Potrei continuare con le citazioni, ma tutti i saggi meritano un’approfondita rilettura. Per due ragioni: riascoltare la voce di un grande maestro e rivendicare con orgoglio la qualità e l’originalità della ricerca italiana nel campo delle Digital Humanities. Troppo spesso ce ne dimentichiamo.

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Dai margini dell’Impero

Sono stato a Digital Humanities 2008. Faceva freddo e confesso che questo non mi ha messo di buon umore. Anche a causa dello schock (passare da 35 gradi a 12 non è proprio un’esperienza piacevole) ho potuto seguire solo poche sessioni parallele e fare un giro per i poster. Non so quanto il clima finlandese abbia influito sulle mie capacità ricettive, in ogni caso confesso che quest’anno sono rimasto deluso. cover_book_abstracts2-222x300L’impressione generale, e del tutto parziale (spero anzi di essere smentito da altri partecipanti), è che nonostante l’aumento esponenziale del numero di submission le digital humanities si stiano un po’ avvitando su se stesse. Per la prima volta m’è parso di vedere poca innovazione persino – udite udite! – rispetto all’Italia. Sarà magari colpa degli standard, ma tutto appare sempre più specializzato e concentrato sugli aspetti tecnologici. Qualche volta metodologici. E i contenuti? Boh. A parte qualche paper su cultural heritage, multimedialità e social network questi anglo-nordici rimangono perlopiù concentrati sul testo, ovvero una speciale e asfittica versione di esso. Nel delirio di progetti e soldi investiti da biblioteche, archivi e centri specializzati non sono riuscito a intravedere né una seria discussione sui contenuti (ok gli strumenti, ma per fare quale ricerca?) né uno spazio per la riflessione teorica. Al loro posto, un’orgia di ontologie, metadati e information retrieval.

L’altro aspetto negativo che è emerso da questa edizione di DH è l’egemonia di due o tre grossi centri e istituzioni nella gestione sia politica sia scientifica delle digital humanities. Sai che novità, direte voi. E’ vero. Che ci fosse un’egemonia anglo-americana in questi ambienti lo sapevamo da anni. E la morte di Antonio Zampolli ha indubbiamente peggiorato le cose. A volte ho l’impressione che permettere di presentare contributi in lingue diverse dall’inglese sia solo la “foglia di fico” o la giustificazione per definirsi “foro internazionale”. Ma magari mi sbaglio. E in ogni caso, come diceva Stuart Hall, il padre degli Studi Culturali, “preferisco guardare il mondo dalla periferia piuttosto che dal centro”. Ho ritrovato questa rivalutazione della marginalità in un bellissimo libro su Hiroshima di Kenzaburo Oe. (Ma diranno alcuni: noi mica vogliamo fare la fine degli hibakusha… E io rispondo: discutiamone il signficato profondo.) Lo scenario che ho appena abbozzato, tuttavia, non credo debba scoraggiare l’informatica umanistica nostrana. Al contrario mi pare evidente che le riflessioni e le idee che avevamo cercato di diffondere negli ultimi quindici anni (penso soprattutto ai contributi di Tito Orlandi) ci impongano di darci una mossa. Tanto per cominciare sarebbe importante far partire immediatamente l’Annuario Laterza. Secondo, parlando con Dino Buzzetti (l’unico rappresentante di un’università italiana nel comitato nell’Executive Committee di ALLC) concordavamo nell’osservare che è ora di creare questa benedetta associazione italiana di IU. Aperta a tutti e tutte le persone e le componenti del mondo accademico e della ricerca, senza chiusure e discriminazioni verso nessuno. Dal mio punto di vista questa associazione non dovrebbe proporsi come appendice di ALLC, ma chiedere l’affiliazione alla Alliance of Digital Humanities. Ma su questa e altre idee spero si possa aprire un dibattito su questo Blog…

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Intervista sull’informatica umanistica

Segnalo che su studenti.it è uscita una mia intervista sull’informatica umanistica. Nessuna novità rispetto alle cose che vado (andiamo) ripetendo da anni, ma magari a qualcuno può servire un ripasso. Vera novità invece è il volume di Francesca Tomasi, Metodologie informatiche e discipline umanistiche, Roma, Carocci, 2008. Una lettura ideale per queste breve vacanze pasquali!

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Libro e atti

Segnalo due cose: 1) l’uscita online degli Atti del VI convegno Luminar, quest’anno dedicato all’incontro fra filologia e informatica. Mi hanno colpito in particolare i progetti presentati in alcuni poster, fra cui uno sconvolgente lavoro sulle fonti della Commedia di Dante. Sapevate dell’esistenza di un libro intitolato Lectura Super Apocalipsim di Pietro di Giovanni Olivi, francescano della Linguadoca? No? Nemmeno io. Ebbene su questo libro “matrice” Dante innesta un’incredibile fitta rete di rimandi incrociati (a Pietro, ma anche alla Bibbia), rappresentata dall’autore del poster attraverso un complesso ipertesto. Da brivido.

2) La seconda segnalazione è più tranquillizzante: si tratta dell’utile Introduzione alla Linguistica Computazionale, di Isabella Chiari, pubblicata da Laterza che ospita anche una ricca appendice online. Peccato lo scarso o nullo spazio dedicato all’informatica umanistica e alle Digital Humanities.

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Domenico Fiormonte (a cura di), Informatica umanistica. Dalla ricerca all’insegnamento

Autore: Domenico Fiormonte (a cura di)

Titolo: Informatica umanistica. Dalla ricerca all’insegnamento

Editore: Bulzoni

Luogo edizione: Roma

Anno: 2003

N° Pagine: 303

Prezzo: € 21,00

Codice ISBN: 88-8319-824-7

fiormonte_iuLanciati da Domenico Fiormonte nel 1998 a Edinburgh, i seminari CLiP (Computer Literacy and Philology) riuniscono di anno in anno i più qualificati studiosi di informatica applicata alle discipline umanistiche. Gli Atti dei convegni di Roma 1999 e Alicante 2000 sono ora raccolti in questo volume, dedicato a Giuseppe Gigliozzi e pubblicato nella collana “Informatica e discipline umanistiche” diretta da Tito Orlandi.

I saggi, che il curatore suddivide tematicamente in due parti, ruotano intorno al dibattito sulla definizione di un curriculum di informatica umanistica, e del suo relativo statuto disciplinare, e alla elaborazione di progetti per la ricerca e l’insegnamento. Ma al di là dello specifico dibattitto sull’autonomia della disciplina o della particolare illustrazione di progetti e strumenti, gli interventi pubblicati (si citano qui, tra gli altri, Burr, Burnard e Ciotti) non sono soltanto un’“introduzione ideale” all’informatica umanistica, sono una testimonianza vitale (“l’informatica umanistica non vuole morire”, recita l’incipit della prefazione di Orlandi) di un settore di studi e ricerca che fornisce la propria originale interpretazione — critica e sensata — all’utilizzo delle tecnologie nella società dell’informazione.

(Paolo Sordi)

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Vespignani (a cura di), Informatica per le scienze umanistiche

Autore: Teresa Numerico-Arturo Vespignani (a cura di)

Titolo: Informatica per le scienze umanistiche

Editore: Mulino

Luogo edizione: Bologna

Anno: 2003

N° Pagine: 257

Prezzo: € 15,00

Codice ISBN: 88-15-09295-1

numericoIl testo a cura di Numerico e Vespignani si propone come strumento per iniziare gli studenti delle facoltà umanistiche all’applicazione, e, di conseguenza, alle problematiche dell’Informatica umanistica (IU). Infatti, partendo dalla storia del calcolatore e del world wide web, i diversi autori, tutti docenti di IU, con i loro saggi tracciano la figura del nuovo umanista nell’ambito della base di dati e della sua struttura; nella rappresentazione dell’informazione testuale con i linguaggi di markup; nella scrittura ipertestuale; nella trasmissione e catalogazione di testi, immagini, suoni e video.

Vengono affrontati i problemi di ordine epistemologico dell’IU, tipici dei processi innovativi:  problemi derivati, ad esempio, dal fatto che non esiste ancora una posizione degli studiosi sui confini teorici della materia. Inoltre questa disciplina, che è già entrata nelle facoltà umanistiche, si sta ancora confrontando con il problema del suo riconoscimento accademico, e quindi, del riconoscimento degli esperti in tale settore. Ne deriva che l’IU non è solamente una disciplina finalizzata all’insegnamento di conoscenze tecniche utilizzabili dall’umanista nel suo settore, ma è soprattutto un progetto culturale, ossia il tentativo di cambiare la mentalità degli studiosi di materie umanistiche e degli informatici, per creare un nuovo sapere.

Essa è la sfida del nuovo millennio per quegli studenti di facoltà umanistiche disposti a creare un sodalizio tra il loro sapere specifico e gli strumenti tecnologici adatti per il proprio settore; ed il testo in questione si propone come un mezzo introduttivo allo studio delle applicazioni e delle problematiche dell’ IU per l’umanista del nuovo millennio.

(Simona Casciano)

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Raul Mordenti, L’insegnamento dell’Informatica nelle Facoltà Umanistiche

Intervento di Raul Mordenti all’XI Convegno annuale di informatica umanistica della Fondazione Ezio Franceschini.

L’informatica umanistica oggi. Lo statuto e gli strumenti nella ricerca e nella didattica.

Verona, 28 febbraio – 1 marzo 2003 – PDF

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