Articoli con tag: informatica umanistica

La macchina nel tempo

La macchina nel tempo
Studi di informatica umanistica
in onore di Tito Orlandi.
A cura di Lorenzo Perilli e Domenico Fiormonte
Firenze, Le Lettere, 2011.
pp. XIII+336

 

Tito Orlandi è stato uno dei pionieri dell’informatica umanistica in Italia e in Europa. Per celebrare la sua figura e il suo fondamentale contributo scientifico, un gruppo di studiosi di varie discipline umanistiche si sono riuniti in un volume che non è solo un omaggio alla storia di questa disciplina, ma ne fotografa lo stato dell’arte.

I contributi raccolti si devono a specialisti per i quali si pretende però comunque omogeneità, anzitutto metodologica: nel tentativo di dare conto dello stato attuale degli studi, che vanno dalla filologia classica e moderna all’archeologia, dalla linguistica alla logica formale, dalla musicologia alla storia, dall’analisi del testo all’archivistica, fornendo però anche riflessioni che vanno oltre la singola disciplina e affrontano nodi decisivi e tuttora irrisolti, come quello della storia del rapporto tra informatica e scienze umanistiche, o della codifica dei materiali, testuali e non – del passaggio, insomma, dal mondo analogico a quello che si dice digitale.

Oggi le principali vittorie dell’informatica coincidono con le principali preoccupazioni dall’informatica umanistica: la superficialità delle realizzazioni applicative, la scarsa trasparenza dei processi di digitalizzazione, il dominio linguistico e geopolitico di una parte della comunità scientifica, il rischio di perdita o di manipolazione delle memorie culturali. Ma l’attualità di questa preoccupazioni dimostra, come i contributi raccolti in questo volume, che l’informatica umanistica è oggi più che mai viva e che è forse matura per raccogliere alcuni dei suoi frutti più importanti. Resta ancora aperta invece la sfida più affascinante e ambiziosa lanciata da Orlandi negli anni Ottanta, ovvero quella della ricerca di una convergenza fra scienze della natura e scienze della cultura che vada oltre l’orizzonte applicativo.

 

Autori e contributi

Edoardo Ballo e Massimo Parodi, Strumento e teoria.
Domenico Fiormonte e Teresa Numerico, Le radici interdisciplinari dell’informatica: logica, linguistica e gestione della conoscenza.
Dino Buzzetti, Oltre il rappresentare. Le potenzialità del markup.
Fabio Ciotti, La rappresentazione digitale del testo: il paradigma del markup e i suoi sviluppi.
Gino Roncaglia, Alcune note su modelli diversi di organizzazione ipertestuale.
Claude Cazalé Bérard, Ritratto dell’Ipercritico da giovane.
Maria Guercio, Gli archivi digitali.
Lorenzo Perilli, Filologia ieri, oggi … e domani.
Alberto Cadioli, Dall’ipersaggio all’archivio.
Nicola Tangari, Informatica, musica, musicologia.
Serge Noiret, Storia Digitale: sulle risorse di rete per gli storici.
Paola Moscati, Venti anni di «Archeologia e Calcolatori». Aspetti e momenti.
Maurizio Lana, Un database testuale per il latino tardo.
Ilaria Bonincontro, Edizioni critiche in formato elettronico.
Francesca Tomasi, Informatica Umanistica: iniziative, progetti e proposte.

 

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Dall’Informatica umanistica alle culture digitali. In memoria di GG

digilab homeIl 28 ottobre 2011 ricorre il decennale della scomparsa di Giuseppe Gigliozzi. La sua figura di studioso e di docente ha rappresentato un punto di riferimento fondamentale per lo sviluppo dell’Informatica Umanistica in Italia. Con il suo lavoro ha contribuito sia alla riflessione teorica, sia alla dimensione sperimentale e applicativa, spaziando dal mondo, a lui più vicino, degli studi letterari con metodologie informatiche a quello degli studi di archivistica e biblioteconomia digitale, fino alle prime riflessioni sulle nuove forme della cultura digitale.
Ma, senza dubbio, l’eredità più importante che Giuseppe ha lasciato consiste nelle diverse generazioni di ricercatori che passando per il suo magistero hanno contribuito alla crescita dell’informatica umanistica  in Italia e non solo. Per ricordare la sua figura, DigLab – Mediateca delle Scienze umanistiche dell’Università di Roma La Sapienza e la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Roma Tor Vergata, con il patrocinio dell’Associazione per l’Informatica Umanistica e la Cultura Digitale,  organizzano un convegno che si svolgerà nelle rispettive sedi nei giorni 27 e 28 ottobre.

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Informatica testuale ad Arezzo

Il testo nell’era digitale: un dibattito alla facoltà di Lettere di Arezzo in occasione della pubblicazione  del libro di Tito Orlandi Informatica testuale. Teoria e prassi (Laterza, 2010).

Martedì 14 giugno alle ore 15
Aula 14 della Facoltà di Lettere e Filosofia di Arezzo, Campus del Pionta, viale Cittadini 33, Arezzo.

L’incontro è organizzato dal Master in Informatica del Testo-Edizione digitale in collaborazione con la Scuola di dottorato di ricerca in “Scienze del Testo. Edizione, analisi, lettura, comunicazione”. Intervengono Damiana Luzzi (Fondazione Rinascimento Digitale), Fabrizio Raschellà (Direttore della Scuola di dottorato in “Scienze del Libro”, Univ. di Siena), Francesco Stella (Coordinatore del Master in “Informatica del testo”, Univ. di Siena) e Caterina Tristano (coordinatrice della sezione “Scienze del Libro” della Scuola di dottorato in “Scienze del Testo”, Univ. di Siena).

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Presentazione “L’umanista digitale”

umanistadigitaleIl 24 maggio alle ore 11, nell’Aula Verra della Facoltà di Lettere e Filosofia di Roma Tre, Giampiero Gamaleri, Mario Tedeschini Lalli, Maurizio Lana, Tito Orlandi e gli studenti dei corsi di laurea in Scienze della comunicazione discuteranno il volume L’umanista digitale di Teresa Numerico, Domenico Fiormonte e Francesca Tomasi (Il Mulino, 2010).

La discussione si propone di affrontare le diverse prospettive critiche intrecciate nel libro: l’origine dell’informatica umanistica e le connessioni epistemiche con l’informatica, l’analisi dell’impatto delle tecnologie della comunicazione sulla società e le trasformazioni che attraversano le professioni legate alla produzione di contenuti.

Saranno presenti gli autori.

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“The big thing” è già qui

Tito Orlandi (che ringrazio) mi segnala questo interessante articolo pubblicato dal Chronicle of Higher Education. Si tratta di una cronaca dell’ultimo convegno della Modern Language Association, dove le Digital Humanities, secondo l’autore, si avviano a diventare “the next big thing”. La conferenza MLA, la grande kermesse statunitense dedicata agli studi di lingua e letteratura, si è infatti sempre dimostrata abbastanza scettica nei confronti delle novità tecnologiche. Ma le cose cambiano – a volte molto in fretta. Fra tante luci, anche qualche ombra, che rivela problemi comuni al di qua e al di là dell’atlantico: per esempio lo spinoso e tuttora irrisolto problema del riconoscimento dei prodotti digitali della ricerca. Nonché la questione delle difficoltà di inserimento delle nuove generazioni di ricercatori “nativi digitali”:

At the very moment when our profession needs revitalization and willingness to embrace chance, we have shut out the generation that is poised to provide it, and most of them will have to take their skills and enthusiasm elsewhere.

La domanda sorge spontanea: se i nostri giovani ricercatori fuggono dall’Italia, magari proprio per andare in USA, dove emigreranno quelli statunitensi? Assisteremo fra qualche anno a una migrazione da nord a sud, o meglio da centro a periferia? Sarà mica un segnale che anche le polarità geo-culturali, grazie alle nuove tecnologie, si stanno allentando?

C’è di che riflettere in questo inizio 2010.

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Associazione sì, ma con anima

Il 17 dicembre si è svolta a Firenze la riunione organizzata dalla Fondazione Rinascimento Digitale per discutere la creazione di un’associazione di Informatica Umanistica. La partecipazione è stata ampia e fra mattina e primo pomeriggio hanno parlato circa una ventina di persone provenienti da aree geografiche, esperienze e settori disciplinari diversi. Ciascuno ha avuto a disposizione circa cinque minuti per esporre le sue idee. In tale contesto è evidente che tutti abbiamo cercato elementi di convergenza, convinti come siamo della necessità di creare questa associazione sulla base – passatemi il termine in voga – di “larghe intese”. Tuttavia in cinque minuti non era possibile articolare una posizione. E dunque credo sia renda necessario, in vista anche della stesura dello statuto, un approfodimento della discussione, da portare avanti in varie forme (forum, mailing list, questo blog, ecc.).

Le riflessioni che seguono riprendono sia alcuni dei temi toccati negli interventi fiorentini sia un recente scambio di mail (ancora in corso) fra i vari partecipanti.

1) Mi pareva fosse chiaro sia dalle premesse (Tammaro, Bozzi) sia da molti interventi (Ciotti, ecc.), che l’associazione dovesse nascere il più possibile aperta verso ogni disciplina e ogni settore di ricerca. Il nome proposto è (era) infatti “Rete italiana per la cultura umanistica digitale”. Tuttavia, dopo aver letto alcune mail di colleghi e colleghe, credo sia il momento di domandarsi qual è il significato che ciascuno di noi assegna al termine “cultura digitale”. A Firenze è sembrato evidente che per alcuni (e la cornice in cui si svolgeva l’evento rafforza quest’impressione) tale “cultura digitale” si identifichi o tenda a identificarsi con la produzione e gestione di archivi, biblioteche e repositories digitali e con il suo vasto “indotto” (penso ad es. all’analisi dei contenuti, es. TAPoR). E’ vero che al momento il settore archivistico-bibliotecario ha assunto una funzione di traino nei confronti di ciò che chiamiamo informatica umanistica, ma a mio parere le digital humanities non sono né possono essere solo questo. Tanto per dirne una: la progettazione (e la riflessione su) degli strumenti di insegnamento riguarda gli specifici settori che ne fanno uso (dall’insegnamento delle lingue alla didattica della geografia o della storia), gli informatici oppure entrambi? E secondo quali percentuali?

2) Nel mio intervento ho cercato di spiegare che qualsiasi iniziativa vogliamo intraprendere non può non tenere conto del futuro, ovvero dell’investimento sui giovani. La domanda allora è: quali sono gli strumenti con cui dovremmo formare le nuove generazioni? Di qui la proposta di riflettere su un sillabo di IU e censire tutte le attività formative sul territorio nazionale. E tuttavia a che cosa attribuire la debolezza accademica dell’informatica umanistica se non all’assenza di un SSD di Informatica Umanistica (o comunque lo si voglia chiamare)? Sebbene sia in atto una riorganizzazione generale dei settori discplinari, va trovato un modo per garantite un futuro a questa disciplina o insieme di discipline, pensando alla progettazione di un dottorato e al rilancio e al consolidamento delle lauree magistrali. Per fare questo non possiamo escludere dall’orizzonte la creazione del gruppo disciplinare autonomo. Non solo non credo che questo sia in contraddizione con l’interdisciplinarietà, ma anzi ritengo che, almeno in Italia, questo sia l’unico modo per costruire uno spazio genuinamente interdisciplinare e libero da ipoteche. D’altra parte è sempre stato così: non solo la prima cattedra di Informatica in Italia risale agli anni Sessanta, ma ricordo che stessa sorte è toccata alla Sociologia, osteggiata fin dall’inizio sia dagli umanisti (filosofi, pedagogisti, ecc.) che dagli ‘scienziati’ (psicologi, ecc.).

3) Mi dispiace che a Firenze nessuno abbia ricordato che nel 2003 preparammo un documento che venne firmato da oltre 180 docenti, ricercatori ed esperti che riassumeva le caratteristiche principali dell’informatica umanistica. Questo documento avrebbe potuto essere una prima base di discussione ed evitare molte confusioni e molti fraintendimenti. Tuttavia per qualche motivo nessuno – me incluso – lo ha citato. Mea culpa. Il rispetto per la storia, inclusa la propria, è molto importante quando ci accingiamo a costruire qualcosa di nuovo.

4) Il problema dell’interdisciplinarietà è stato lo spettro che si aggirava per i soffitti dell’elegante sala della Casa di Dante. A tale proposito, nell’intervento di Maristella Agosti, docente di ingegneria alla Facoltà di Lettere di Padova, mi hanno colpito tre cose: a) l’affermazione che l’informatica umanistica probabilmente non esiste; b) la proposta che il convegno della neonanda associazione si svolgesse in appendice al convegno nazionale sulle biblioteche digitali (non ricordo esattamente quale); c) la rivendicazione di una presenza degli ingegneri in seno al MIBAC. Forse non rendo giustizia alle generose aperture della collega, ma credo che a) lo spazio di ricerca e riflessione creato da un piccolo gruppo di pionieri (italiani e non) negli ultimi trenta-quarant’anni sia diventato talmente importante che oggi persino gli ingegneri se ne occupano e lo rivendicano come proprio; b) in tutto il mondo esistono programmi di insegnamento e ricerche che esplicitamente fanno riferimento a quella storia e a quelle persone (cfr. T. Numerico / D. Fiormonte / F. Tomasi, L’umanista digitaleappendice, Il Mulino, in stampa). Forse non abbiamo bisogno di un’altra “scatola”, ma certamente non possiamo rtienerci soddisfatti di quelle attuali. Però, in quale scatola disciplinare racchiudere progetti come la Writers House o le opere di Noah Wardrip Fruin e altri? A me pare che questi campi non solo debbano essere rappresentati all’interno dell’associazione, ma ne possano costituire un punto di forza.  La ricerca di successo è quasi sempre interdisciplinare (forse meta-disciplinare), ma questo è ancora più vero nel campo delle DH dove il DNA della ricerca nasce già, per così dire, “disciplinarmente modificato”. Mi dispiace ricorrere ancora a un’inelegante autocitazione, ma forse un ripasso può essere utile:

I centri di ricerca, durante la Seconda guerra mondiale e negli anni immediatamente successivi ad essa, hanno creato uno spazio tra le discipline, una terra di nessuno nella quale, come disse Norbert Wiener, è stato possibile costruire l’innovazione. La nostra impressione è che i problemi etici, sociali, filosofici ed epistemologici siano stati tematizzati fin dalla nascita dell’informatica e siano stati presenti anche nel successivo passaggio innovativo: quando il computer fu rappresentato come uno strumento di comunicazione. Questa prospettiva comunicativa, che non esiteremmo a considerare rivoluzionaria, è stata alla base del concetto di interfaccia uomo-macchina e anche dell’idea di una rete di interconnessione tra tutte le macchine. A essa hanno contribuito personaggi come Vannevar Bush, J.C.R. Licklider, Robert Taylor, Douglas Engelbart, Ted Nelson, Donald Norman e altri. Costoro, o provenivano da una formazione di base in discipline umanistico-sociali, come Licklider, Taylor, Norman e Nelson, oppure avevano una profonda sensibilità che li spingeva a essere visionari nei confronti del futuro rapporto tra macchina e umanità. L’approccio umanistico ha quindi avuto un ruolo centrale nella storia dell’informatica. (T. Numerico / D. Fiormonte / F. Tomasi, L’umanista digitale, cit., p.9)

Come osservava Federico Meschini, è ovvio che tutti noi abbiamo collaborato e collaboreremo sempre di più con informatici e ingegneri, ma non è questo il punto. Il punto è capire chi siamo e che cosa vogliamo noi, che in questa fase di transizione siamo immersi e che nella migliore delle ipotesi abitiamo quella “terra di nessuno” di cui parlava Norbert Wiener.

Io credo che se l’associazione nascerà con e dalla consapevolezza e – permettetemi – l’orgoglio del ruolo fondativo della cultura umanistica nella nascita e nello sviluppo del concetto di informatica, allora avrà un senso; ma se invece sarà un contenitore e vetrina di un particolare gruppo di discipline in cerca di legittimità o peggio uno territorio da colonizzare da parte di discipline (o altri poteri) “forti”, allora non andremo da nessuna parte. Non è infatti questa l’informatica umanistica che molti fra noi hanno contribuito a sviluppare. Ma soprattutto non è questa l’informatica umanistica che si sta diffondendo nel mondo, come testimonia la conferenza DH, dove a ogni nuova edizione si allarga il ventaglio delle discipline e della reciproca contaminazione, emergendo chiaramente l’impossibilità (e direi l’inutilità) di disegnare confini netti e presunte egemonie. Anzi dove è proprio obiettivo epistemologico primario dimostrare che questo tipo di ricerche, seppure partendo spesso da premesse metodologiche comuni, prosperano nelle fluide e poco canoniche dimensioni di confine.

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Rete Italiana per la Cultura Umanistica Digitale

La mattina del 17 dicembre si svolgerà a Firenze, presso la Fondazione Rinascimento Digitale, un incontro dedicato alla creazione di una “Rete italiana per la cultura umanistica digitale”. Da molti anni la comunità italiana dell’informatica umanistica si interroga sulla possibilità di fondare un’associazione nazionale e l’incontro fiorentino potrebbe costituire una buona occasione.  La riunione nasce a latere del convegno “Cultural Heritage online “ ed è organizzata da  Anna Maria Tammaro. Sul programma si legge: “La rete italiana per la cultura umanistica digitale si pone lo scopo di promuovere in Italia la cooperazione per la ricerca e la didattica in ambito digitale e di fornire un supporto organizzativo attraverso cui le comunità coinvolte possano essere rappresentate in tutti i progetti e le attività di interesse europeo”. Dopo un intervento della stessa Tammaro e un’introduzione di Andrea Bozzi, sono previste due ore circa di “discussione aperta” coordinata da Paolo Chiesa.

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Mordenti: informatica e neo-umanesimo

Insegnare a leggere e a scrivere nell’epoca del computer
Immagine tratta dal sito www.studiocanal.it La scuola delle tre ‘L’

di Raul Mordenti*
“Da più di cent’anni si è sparsa una grande quantità di lamenti sul disordine delle scuole e del metodo, e soprattutto poi negli ultimi trent’anni si è pensato ansiosamente ai rimedi. Ma con quale profitto?” (…)

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Nella terra di nessuno

Nel suo bel libro La letteratura dopo il World Wide Web (Bononia University Press, 2002),  Jerome McGann si domandava: “Fra cento anni, quali fra questi due nomi ha maggiore probabilità di restare presente nella tradizione della riflessione critica e quale (…) apparirà come una semplice espressione del proprio tempo: Vannevar Bush o Harold Bloom?” (p. 21). La disturbante domanda sembra trovare un’implicita risposta nel primo numero della neonata rivista “Informatica Umanistica” che sfida quanti (Moratti & Gelmini incluse) avevano scommesso sulla scomparsa della IU dal panorama universitario. Rivista_IU

Falcidiata di riforma in riforma, azzoppata dalla revisione delle classi di laurea e tuttora orfana di un raggruppamento disciplinare, l’informatica umanistica non ne vuole sapere di morire. La ragione si capisce scorrendo le cento pagine di cui si compone questo prezioso volume. Che rimarrà innanzitutto come punto di riferimento per tutti noi: una ricognizione, ai limiti dell’autocoscienza, di che cosa è, di che cosa siamo, di che cosa le discipline umanistiche stanno divenendo. “Future is now” è il titolo di un fortunato video di qualche anno fa che illustrava la creazione di un grande centro di New Humanities presso la Rutgers University. L’accademia raramente sa accogliere l’innovazione, ma qualche volta è costretta e quasi sempre si incarica di istituzionalizzarla (addomesticarla). Il futuro è qui: l’accademia italiana, nello sfacelo generale, può continuare a ignorarlo, ma un gruppo di studiosi e studiose ha deciso di raccogliere la sfida. Il volume è costruito come un collage di risposte (commentate) a cinque domande poste a dodici studiose e studiosi provenienti da varie discipline, ivi comprese informatica e diritto.  Trattandosi di un numero fondazionale, le domande ruotano attorno al dilemma delle “due culture”, alla natura (strumentale o teorica?) del rapporto fra informatica e discipline umanistiche e al contributo di queste ultime alla nascita e allo sviluppo tanto delle metodologie che delle applicazioni informatiche. L’insieme delle risposte è organizzato in tre sezioni più due capitoli autonomi (3 e 5), ma sempre collegati ai temi accennati: 1) Una questione di definizioni: rapporti fra discipline umanistiche e informatica; 2) Quantità e qualità. I testi, le biblioteche e l’accesso alle informazioni; 3) Tecnologie e problemi giuridici; 4) Cultura, didattica e ricerca; 5) Ai confini dell’informatica. Poiché non sarebbe possibile rendere giustizia alla ricchezza e complessità delle risposte, scelgo anch’io la via del collage (abridged), riportando alcuni passi che mi hanno colpito:

“Occorre tenere presente che l’informatica è una disciplina recente. Sia che se ne individui l’origine nelle ricerche sull’automazione dell’ultimo dopoguerra, sia che invece la si faccia discendere dalla tradizione del calcolo, la nascita dell’informatica è così prossima ai nostri giorni da far dubitare più di un ricercatore sulla sua natura di disciplina uniforme e definita…” (Cercare di capire, Editoriale, p. 10)

“È infatti evidente che la vecchia dicotomia tra studi scientifici e studi umanistici ha perso la sua attualità e sarebbe forse utile riflettere più a lungo sulle possibilità di una nuova alleanza (…). Il paradigma delle due culture (…) è ancora più superato di quelle gentiliano.” (Elio Franzini, p. 31)

“L’informatica, come è stato detto nell’editoriale della rivista, è una disciplina recente, senza uno statuto epistemologico ben chiaro e figlia di una serie di spazi interdisciplinari (…).  I luoghi della ricerca durante la II Guerra Mondiale e negli anni immediatamente successivi ad essa hanno creato uno spazio tra le discipline, una terra di nessuno nella quale, come disse Norbert Wiener, è stato possibile costruire l’innovazione. La mia impressione è che i problemi etici, sociali, filosofici ed epistemologici siano stati tematizzati fin dalla nascita dell’informatica e siano stati presenti anche nel successivo passaggio innovativo: quando il computer fu rappresentato come uno strumento di comunicazione. Questa prospettiva comunicativa, che non esiterei a considerare rivoluzionaria, è stata alla base del concetto di interfaccia uomo-macchina e anche dell’idea di una rete di interconnessione tra tutte le macchine. Ad essa hanno contribuito personaggi del calibro di Vannevar Bush, J.C.R. Licklider, Robert Taylor, Douglas Engelbart, Ted Nelson, Donald Norman, ed altri. Costoro, o provenivano da una formazione di base in discipline umanistiche, come Licklider, Taylor, Norman e Nelson, oppure avevano una profonda sensibilità che li spingeva a essere visionari nei confronti del futuro rapporto tra macchina e umanità. L’approccio umanistico, quindi, non solo può contribuire allo sviluppo dell’informatica, ma possiamo affermare che esso abbia già avuto un ruolo centrale nella sua storia.” (Teresa Numerico, pp. 34-35)

“La presenza di teoria in ogni operazione informatica rende visibile un terreno sul quale si intersecano inscindibilmente scienze umane e scienze naturali.” (Commento editoriale, p. 76)

“L’applicazione pratica, la semplificazione procedurale e operativa dell’algoritmo, spesso occultano le scelte teoriche che danno una forma al mondo.” (Luca Giuliano, p. 77)

Non può mancare in questo florilegio il lupus della fabula, ovvero la voce di un informatico, Ottavio M. D’Antona, il quale alla domanda “come vedi la questione del rapporto con le discipline umanistiche?”, così risponde: ”Inizierei da quello che le discipline umanistiche non devono fare: non devono cercare di essere un’informatica che lavora in settori diversi. (…) In definitiva, credo che il principio di autenticità disciplinare consista soprattutto nell’avere la capacità di costruire i propri strumenti concettuali (…) ogni disciplina deve avere la dignità del proprio metodo” (p. 94). La prima parte della risposta è sorprendente, perché descrive esattamente la tentazione attuale delle facoltà umanistiche, il cui destino (già predetto da Tito Orlandi una decina di anni fa) sarà quello di essere colonizzate da ingegneri. Al contrario il progetto dell’Informatica Umanistica, pur non escludendo una stretta collaborazione con l’ingegneria e l’informatica, va nella direzione di un rilancio e non di una subordinazione delle discipline umanistiche. La seconda parte della risposta di D’Antona lascia più perplessi e parrebbe in contraddizione con quanto affermato più avanti, ovvero la necessità di una cooperazione da cui nasca “l’opportunità di immaginare problemi nuovi e nuove soluzioni” (p. 95). Ma com’è possibile immaginare nuovi modelli concettuali se la realtà digitale ci unisce, ma i metodi ci dividono? Anche il discorso del e sul metodo andrebbe dunque ripensato.

Cinquanta anni fa, Claude Lévi-Strauss, nella sua conferenza inaugurale al Collège de France per il conferimento della cattedra di Antropologia sociale (una delle prime al mondo), nel mappare gli incerti confini della nascente disciplina, descriveva l’antropologia come “l’occupante in buona fede di quel campo della semiologia che la linguistica ancora non ha rivendicato come proprio”. L’informatica umanistica è oggi nella stessa situazione? Rivendica e occupa cioè un campo ancora non dissodato (ma per quanto?) dall’informatica? La mia impressione è diversa. Io credo infatti che l’informatica sia parte di una nuova disciplina che ancora  deve nascere. Non si tratta dunque di ritagliarsi dei margini (per noi umanisti) o annettere nuovi territori (per ingegneri e informatici). E nemmeno di costruire una (accademicamente improbabile) alleanza. La storia della scienza, come insegna il caso dell’antropologia esposto da Lévi-Strauss (ma è lo stesso per la psicologia, la sociologia, la pedagogia, ecc.), procede per frammentazioni e specializzazioni.  Qualche volta per contaminazioni. Ragioni storiche opposte a quelle maturate nel corso degli ultimi due secoli spingono le discipline del trattamento dell’informazione e della manipolazione e interpretazione dei simboli verso una convergenza. Siamo nella terra di nessuno dell’innovazione. Ma una cosa è certa: non dovremo attendere cento anni perché questa nuova cosa acquisti un nome.

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Eppur si muove

Segnalo due eventi interessanti e meritevoli che testimoniano la caparbia vitalità dell’informatica umanistica:

  • Il Master in Informatica del testo ed edizione elettronica della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Arezzo-Siena il 9 luglio organizza un seminario internazionale dal titolo “L’edizione digitale alla ricerca di standard”. Interventi di Andrea Bozzi (CNR-European Science Foundation), Florence Clavaud (Ecole Nationale des Chartes, Paris), Paul Spence (Centre for Computing in the Humanities, London), Roberto Rosselli Del Turco (Università di Pisa).
  • Il corso sulla conservazione digitale iniziato ieri all’Università di Roma La Sapienza presso le Vetrerie di San Lorenzo, Via dei Volsci 122, Aula G. Levi. Il corso, che dura fino a venerdì 3 luglio, è organizzato nell’ambito del progetto europeo CASPAR e si propone di fornire un quadro complessivo e dettagliato dei principi, dei metodi e degli strumenti per lo sviluppo di sistemi di conservazione digitale.

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