Articoli con tag: informatica umanistica

“The big thing” è già qui

Tito Orlandi (che ringrazio) mi segnala questo interessante articolo pubblicato dal Chronicle of Higher Education. Si tratta di una cronaca dell’ultimo convegno della Modern Language Association, dove le Digital Humanities, secondo l’autore, si avviano a diventare “the next big thing”. La conferenza MLA, la grande kermesse statunitense dedicata agli studi di lingua e letteratura, si è infatti sempre dimostrata abbastanza scettica nei confronti delle novità tecnologiche. Ma le cose cambiano – a volte molto in fretta. Fra tante luci, anche qualche ombra, che rivela problemi comuni al di qua e al di là dell’atlantico: per esempio lo spinoso e tuttora irrisolto problema del riconoscimento dei prodotti digitali della ricerca. Nonché la questione delle difficoltà di inserimento delle nuove generazioni di ricercatori “nativi digitali”:

At the very moment when our profession needs revitalization and willingness to embrace chance, we have shut out the generation that is poised to provide it, and most of them will have to take their skills and enthusiasm elsewhere.

La domanda sorge spontanea: se i nostri giovani ricercatori fuggono dall’Italia, magari proprio per andare in USA, dove emigreranno quelli statunitensi? Assisteremo fra qualche anno a una migrazione da nord a sud, o meglio da centro a periferia? Sarà mica un segnale che anche le polarità geo-culturali, grazie alle nuove tecnologie, si stanno allentando?

C’è di che riflettere in questo inizio 2010.

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Associazione sì, ma con anima

Il 17 dicembre si è svolta a Firenze la riunione organizzata dalla Fondazione Rinascimento Digitale per discutere la creazione di un’associazione di Informatica Umanistica. La partecipazione è stata ampia e fra mattina e primo pomeriggio hanno parlato circa una ventina di persone provenienti da aree geografiche, esperienze e settori disciplinari diversi. Ciascuno ha avuto a disposizione circa cinque minuti per esporre le sue idee. In tale contesto è evidente che tutti abbiamo cercato elementi di convergenza, convinti come siamo della necessità di creare questa associazione sulla base – passatemi il termine in voga – di “larghe intese”. Tuttavia in cinque minuti non era possibile articolare una posizione. E dunque credo sia renda necessario, in vista anche della stesura dello statuto, un approfodimento della discussione, da portare avanti in varie forme (forum, mailing list, questo blog, ecc.).

Le riflessioni che seguono riprendono sia alcuni dei temi toccati negli interventi fiorentini sia un recente scambio di mail (ancora in corso) fra i vari partecipanti.

1) Mi pareva fosse chiaro sia dalle premesse (Tammaro, Bozzi) sia da molti interventi (Ciotti, ecc.), che l’associazione dovesse nascere il più possibile aperta verso ogni disciplina e ogni settore di ricerca. Il nome proposto è (era) infatti “Rete italiana per la cultura umanistica digitale”. Tuttavia, dopo aver letto alcune mail di colleghi e colleghe, credo sia il momento di domandarsi qual è il significato che ciascuno di noi assegna al termine “cultura digitale”. A Firenze è sembrato evidente che per alcuni (e la cornice in cui si svolgeva l’evento rafforza quest’impressione) tale “cultura digitale” si identifichi o tenda a identificarsi con la produzione e gestione di archivi, biblioteche e repositories digitali e con il suo vasto “indotto” (penso ad es. all’analisi dei contenuti, es. TAPoR). E’ vero che al momento il settore archivistico-bibliotecario ha assunto una funzione di traino nei confronti di ciò che chiamiamo informatica umanistica, ma a mio parere le digital humanities non sono né possono essere solo questo. Tanto per dirne una: la progettazione (e la riflessione su) degli strumenti di insegnamento riguarda gli specifici settori che ne fanno uso (dall’insegnamento delle lingue alla didattica della geografia o della storia), gli informatici oppure entrambi? E secondo quali percentuali?

2) Nel mio intervento ho cercato di spiegare che qualsiasi iniziativa vogliamo intraprendere non può non tenere conto del futuro, ovvero dell’investimento sui giovani. La domanda allora è: quali sono gli strumenti con cui dovremmo formare le nuove generazioni? Di qui la proposta di riflettere su un sillabo di IU e censire tutte le attività formative sul territorio nazionale. E tuttavia a che cosa attribuire la debolezza accademica dell’informatica umanistica se non all’assenza di un SSD di Informatica Umanistica (o comunque lo si voglia chiamare)? Sebbene sia in atto una riorganizzazione generale dei settori discplinari, va trovato un modo per garantite un futuro a questa disciplina o insieme di discipline, pensando alla progettazione di un dottorato e al rilancio e al consolidamento delle lauree magistrali. Per fare questo non possiamo escludere dall’orizzonte la creazione del gruppo disciplinare autonomo. Non solo non credo che questo sia in contraddizione con l’interdisciplinarietà, ma anzi ritengo che, almeno in Italia, questo sia l’unico modo per costruire uno spazio genuinamente interdisciplinare e libero da ipoteche. D’altra parte è sempre stato così: non solo la prima cattedra di Informatica in Italia risale agli anni Sessanta, ma ricordo che stessa sorte è toccata alla Sociologia, osteggiata fin dall’inizio sia dagli umanisti (filosofi, pedagogisti, ecc.) che dagli ’scienziati’ (psicologi, ecc.).

3) Mi dispiace che a Firenze nessuno abbia ricordato che nel 2003 preparammo un documento che venne firmato da oltre 180 docenti, ricercatori ed esperti che riassumeva le caratteristiche principali dell’informatica umanistica. Questo documento avrebbe potuto essere una prima base di discussione ed evitare molte confusioni e molti fraintendimenti. Tuttavia per qualche motivo nessuno – me incluso – lo ha citato. Mea culpa. Il rispetto per la storia, inclusa la propria, è molto importante quando ci accingiamo a costruire qualcosa di nuovo.

4) Il problema dell’interdisciplinarietà è stato lo spettro che si aggirava per i soffitti dell’elegante sala della Casa di Dante. A tale proposito, nell’intervento di Maristella Agosti, docente di ingegneria alla Facoltà di Lettere di Padova, mi hanno colpito tre cose: a) l’affermazione che l’informatica umanistica probabilmente non esiste; b) la proposta che il convegno della neonanda associazione si svolgesse in appendice al convegno nazionale sulle biblioteche digitali (non ricordo esattamente quale); c) la rivendicazione di una presenza degli ingegneri in seno al MIBAC. Forse non rendo giustizia alle generose aperture della collega, ma credo che a) lo spazio di ricerca e riflessione creato da un piccolo gruppo di pionieri (italiani e non) negli ultimi trenta-quarant’anni sia diventato talmente importante che oggi persino gli ingegneri se ne occupano e lo rivendicano come proprio; b) in tutto il mondo esistono programmi di insegnamento e ricerche che esplicitamente fanno riferimento a quella storia e a quelle persone (cfr. T. Numerico / D. Fiormonte / F. Tomasi, L’umanista digitaleappendice, Il Mulino, in stampa). Forse non abbiamo bisogno di un’altra “scatola”, ma certamente non possiamo rtienerci soddisfatti di quelle attuali. Però, in quale scatola disciplinare racchiudere progetti come la Writers House o le opere di Noah Wardrip Fruin e altri? A me pare che questi campi non solo debbano essere rappresentati all’interno dell’associazione, ma ne possano costituire un punto di forza.  La ricerca di successo è quasi sempre interdisciplinare (forse meta-disciplinare), ma questo è ancora più vero nel campo delle DH dove il DNA della ricerca nasce già, per così dire, “disciplinarmente modificato”. Mi dispiace ricorrere ancora a un’inelegante autocitazione, ma forse un ripasso può essere utile:

I centri di ricerca, durante la Seconda guerra mondiale e negli anni immediatamente successivi ad essa, hanno creato uno spazio tra le discipline, una terra di nessuno nella quale, come disse Norbert Wiener, è stato possibile costruire l’innovazione. La nostra impressione è che i problemi etici, sociali, filosofici ed epistemologici siano stati tematizzati fin dalla nascita dell’informatica e siano stati presenti anche nel successivo passaggio innovativo: quando il computer fu rappresentato come uno strumento di comunicazione. Questa prospettiva comunicativa, che non esiteremmo a considerare rivoluzionaria, è stata alla base del concetto di interfaccia uomo-macchina e anche dell’idea di una rete di interconnessione tra tutte le macchine. A essa hanno contribuito personaggi come Vannevar Bush, J.C.R. Licklider, Robert Taylor, Douglas Engelbart, Ted Nelson, Donald Norman e altri. Costoro, o provenivano da una formazione di base in discipline umanistico-sociali, come Licklider, Taylor, Norman e Nelson, oppure avevano una profonda sensibilità che li spingeva a essere visionari nei confronti del futuro rapporto tra macchina e umanità. L’approccio umanistico ha quindi avuto un ruolo centrale nella storia dell’informatica. (T. Numerico / D. Fiormonte / F. Tomasi, L’umanista digitale, cit., p.9)

Come osservava Federico Meschini, è ovvio che tutti noi abbiamo collaborato e collaboreremo sempre di più con informatici e ingegneri, ma non è questo il punto. Il punto è capire chi siamo e che cosa vogliamo noi, che in questa fase di transizione siamo immersi e che nella migliore delle ipotesi abitiamo quella “terra di nessuno” di cui parlava Norbert Wiener.

Io credo che se l’associazione nascerà con e dalla consapevolezza e – permettetemi – l’orgoglio del ruolo fondativo della cultura umanistica nella nascita e nello sviluppo del concetto di informatica, allora avrà un senso; ma se invece sarà un contenitore e vetrina di un particolare gruppo di discipline in cerca di legittimità o peggio uno territorio da colonizzare da parte di discipline (o altri poteri) “forti”, allora non andremo da nessuna parte. Non è infatti questa l’informatica umanistica che molti fra noi hanno contribuito a sviluppare. Ma soprattutto non è questa l’informatica umanistica che si sta diffondendo nel mondo, come testimonia la conferenza DH, dove a ogni nuova edizione si allarga il ventaglio delle discipline e della reciproca contaminazione, emergendo chiaramente l’impossibilità (e direi l’inutilità) di disegnare confini netti e presunte egemonie. Anzi dove è proprio obiettivo epistemologico primario dimostrare che questo tipo di ricerche, seppure partendo spesso da premesse metodologiche comuni, prosperano nelle fluide e poco canoniche dimensioni di confine.

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Rete Italiana per la Cultura Umanistica Digitale

La mattina del 17 dicembre si svolgerà a Firenze, presso la Fondazione Rinascimento Digitale, un incontro dedicato alla creazione di una “Rete italiana per la cultura umanistica digitale”. Da molti anni la comunità italiana dell’informatica umanistica si interroga sulla possibilità di fondare un’associazione nazionale e l’incontro fiorentino potrebbe costituire una buona occasione.  La riunione nasce a latere del convegno “Cultural Heritage online “ ed è organizzata da  Anna Maria Tammaro. Sul programma si legge: “La rete italiana per la cultura umanistica digitale si pone lo scopo di promuovere in Italia la cooperazione per la ricerca e la didattica in ambito digitale e di fornire un supporto organizzativo attraverso cui le comunità coinvolte possano essere rappresentate in tutti i progetti e le attività di interesse europeo”. Dopo un intervento della stessa Tammaro e un’introduzione di Andrea Bozzi, sono previste due ore circa di “discussione aperta” coordinata da Paolo Chiesa.

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Mordenti: informatica e neo-umanesimo

Insegnare a leggere e a scrivere nell’epoca del computer
Immagine tratta dal sito www.studiocanal.it La scuola delle tre ‘L’

di Raul Mordenti*
“Da più di cent’anni si è sparsa una grande quantità di lamenti sul disordine delle scuole e del metodo, e soprattutto poi negli ultimi trent’anni si è pensato ansiosamente ai rimedi. Ma con quale profitto?” (…)

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Nella terra di nessuno

Nel suo bel libro La letteratura dopo il World Wide Web (Bononia University Press, 2002),  Jerome McGann si domandava: “Fra cento anni, quali fra questi due nomi ha maggiore probabilità di restare presente nella tradizione della riflessione critica e quale (…) apparirà come una semplice espressione del proprio tempo: Vannevar Bush o Harold Bloom?” (p. 21). La disturbante domanda sembra trovare un’implicita risposta nel primo numero della neonata rivista “Informatica Umanistica” che sfida quanti (Moratti & Gelmini incluse) avevano scommesso sulla scomparsa della IU dal panorama universitario. Rivista_IU

Falcidiata di riforma in riforma, azzoppata dalla revisione delle classi di laurea e tuttora orfana di un raggruppamento disciplinare, l’informatica umanistica non ne vuole sapere di morire. La ragione si capisce scorrendo le cento pagine di cui si compone questo prezioso volume. Che rimarrà innanzitutto come punto di riferimento per tutti noi: una ricognizione, ai limiti dell’autocoscienza, di che cosa è, di che cosa siamo, di che cosa le discipline umanistiche stanno divenendo. “Future is now” è il titolo di un fortunato video di qualche anno fa che illustrava la creazione di un grande centro di New Humanities presso la Rutgers University. L’accademia raramente sa accogliere l’innovazione, ma qualche volta è costretta e quasi sempre si incarica di istituzionalizzarla (addomesticarla). Il futuro è qui: l’accademia italiana, nello sfacelo generale, può continuare a ignorarlo, ma un gruppo di studiosi e studiose ha deciso di raccogliere la sfida. Il volume è costruito come un collage di risposte (commentate) a cinque domande poste a dodici studiose e studiosi provenienti da varie discipline, ivi comprese informatica e diritto.  Trattandosi di un numero fondazionale, le domande ruotano attorno al dilemma delle “due culture”, alla natura (strumentale o teorica?) del rapporto fra informatica e discipline umanistiche e al contributo di queste ultime alla nascita e allo sviluppo tanto delle metodologie che delle applicazioni informatiche. L’insieme delle risposte è organizzato in tre sezioni più due capitoli autonomi (3 e 5), ma sempre collegati ai temi accennati: 1) Una questione di definizioni: rapporti fra discipline umanistiche e informatica; 2) Quantità e qualità. I testi, le biblioteche e l’accesso alle informazioni; 3) Tecnologie e problemi giuridici; 4) Cultura, didattica e ricerca; 5) Ai confini dell’informatica. Poiché non sarebbe possibile rendere giustizia alla ricchezza e complessità delle risposte, scelgo anch’io la via del collage (abridged), riportando alcuni passi che mi hanno colpito:

“Occorre tenere presente che l’informatica è una disciplina recente. Sia che se ne individui l’origine nelle ricerche sull’automazione dell’ultimo dopoguerra, sia che invece la si faccia discendere dalla tradizione del calcolo, la nascita dell’informatica è così prossima ai nostri giorni da far dubitare più di un ricercatore sulla sua natura di disciplina uniforme e definita…” (Cercare di capire, Editoriale, p. 10)

“È infatti evidente che la vecchia dicotomia tra studi scientifici e studi umanistici ha perso la sua attualità e sarebbe forse utile riflettere più a lungo sulle possibilità di una nuova alleanza (…). Il paradigma delle due culture (…) è ancora più superato di quelle gentiliano.” (Elio Franzini, p. 31)

“L’informatica, come è stato detto nell’editoriale della rivista, è una disciplina recente, senza uno statuto epistemologico ben chiaro e figlia di una serie di spazi interdisciplinari (…).  I luoghi della ricerca durante la II Guerra Mondiale e negli anni immediatamente successivi ad essa hanno creato uno spazio tra le discipline, una terra di nessuno nella quale, come disse Norbert Wiener, è stato possibile costruire l’innovazione. La mia impressione è che i problemi etici, sociali, filosofici ed epistemologici siano stati tematizzati fin dalla nascita dell’informatica e siano stati presenti anche nel successivo passaggio innovativo: quando il computer fu rappresentato come uno strumento di comunicazione. Questa prospettiva comunicativa, che non esiterei a considerare rivoluzionaria, è stata alla base del concetto di interfaccia uomo-macchina e anche dell’idea di una rete di interconnessione tra tutte le macchine. Ad essa hanno contribuito personaggi del calibro di Vannevar Bush, J.C.R. Licklider, Robert Taylor, Douglas Engelbart, Ted Nelson, Donald Norman, ed altri. Costoro, o provenivano da una formazione di base in discipline umanistiche, come Licklider, Taylor, Norman e Nelson, oppure avevano una profonda sensibilità che li spingeva a essere visionari nei confronti del futuro rapporto tra macchina e umanità. L’approccio umanistico, quindi, non solo può contribuire allo sviluppo dell’informatica, ma possiamo affermare che esso abbia già avuto un ruolo centrale nella sua storia.” (Teresa Numerico, pp. 34-35)

“La presenza di teoria in ogni operazione informatica rende visibile un terreno sul quale si intersecano inscindibilmente scienze umane e scienze naturali.” (Commento editoriale, p. 76)

“L’applicazione pratica, la semplificazione procedurale e operativa dell’algoritmo, spesso occultano le scelte teoriche che danno una forma al mondo.” (Luca Giuliano, p. 77)

Non può mancare in questo florilegio il lupus della fabula, ovvero la voce di un informatico, Ottavio M. D’Antona, il quale alla domanda “come vedi la questione del rapporto con le discipline umanistiche?”, così risponde: ”Inizierei da quello che le discipline umanistiche non devono fare: non devono cercare di essere un’informatica che lavora in settori diversi. (…) In definitiva, credo che il principio di autenticità disciplinare consista soprattutto nell’avere la capacità di costruire i propri strumenti concettuali (…) ogni disciplina deve avere la dignità del proprio metodo” (p. 94). La prima parte della risposta è sorprendente, perché descrive esattamente la tentazione attuale delle facoltà umanistiche, il cui destino (già predetto da Tito Orlandi una decina di anni fa) sarà quello di essere colonizzate da ingegneri. Al contrario il progetto dell’Informatica Umanistica, pur non escludendo una stretta collaborazione con l’ingegneria e l’informatica, va nella direzione di un rilancio e non di una subordinazione delle discipline umanistiche. La seconda parte della risposta di D’Antona lascia più perplessi e parrebbe in contraddizione con quanto affermato più avanti, ovvero la necessità di una cooperazione da cui nasca “l’opportunità di immaginare problemi nuovi e nuove soluzioni” (p. 95). Ma com’è possibile immaginare nuovi modelli concettuali se la realtà digitale ci unisce, ma i metodi ci dividono? Anche il discorso del e sul metodo andrebbe dunque ripensato.

Cinquanta anni fa, Claude Lévi-Strauss, nella sua conferenza inaugurale al Collège de France per il conferimento della cattedra di Antropologia sociale (una delle prime al mondo), nel mappare gli incerti confini della nascente disciplina, descriveva l’antropologia come “l’occupante in buona fede di quel campo della semiologia che la linguistica ancora non ha rivendicato come proprio”. L’informatica umanistica è oggi nella stessa situazione? Rivendica e occupa cioè un campo ancora non dissodato (ma per quanto?) dall’informatica? La mia impressione è diversa. Io credo infatti che l’informatica sia parte di una nuova disciplina che ancora  deve nascere. Non si tratta dunque di ritagliarsi dei margini (per noi umanisti) o annettere nuovi territori (per ingegneri e informatici). E nemmeno di costruire una (accademicamente improbabile) alleanza. La storia della scienza, come insegna il caso dell’antropologia esposto da Lévi-Strauss (ma è lo stesso per la psicologia, la sociologia, la pedagogia, ecc.), procede per frammentazioni e specializzazioni.  Qualche volta per contaminazioni. Ragioni storiche opposte a quelle maturate nel corso degli ultimi due secoli spingono le discipline del trattamento dell’informazione e della manipolazione e interpretazione dei simboli verso una convergenza. Siamo nella terra di nessuno dell’innovazione. Ma una cosa è certa: non dovremo attendere cento anni perché questa nuova cosa acquisti un nome.

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Eppur si muove

Segnalo due eventi interessanti e meritevoli che testimoniano la caparbia vitalità dell’informatica umanistica:

  • Il Master in Informatica del testo ed edizione elettronica della Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Arezzo-Siena il 9 luglio organizza un seminario internazionale dal titolo “L’edizione digitale alla ricerca di standard”. Interventi di Andrea Bozzi (CNR-European Science Foundation), Florence Clavaud (Ecole Nationale des Chartes, Paris), Paul Spence (Centre for Computing in the Humanities, London), Roberto Rosselli Del Turco (Università di Pisa).
  • Il corso sulla conservazione digitale iniziato ieri all’Università di Roma La Sapienza presso le Vetrerie di San Lorenzo, Via dei Volsci 122, Aula G. Levi. Il corso, che dura fino a venerdì 3 luglio, è organizzato nell’ambito del progetto europeo CASPAR e si propone di fornire un quadro complessivo e dettagliato dei principi, dei metodi e degli strumenti per lo sviluppo di sistemi di conservazione digitale.

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Verso l’informatica culturale?

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Sulla mia to do list campeggiava da oltre un mese la promessa di fare un post sull’articolo di Gregory Crane, David Bamman e Alison Jones ePhilology: when the books talk to their readers, pubblicato in quel fondamentale strumento che è il Companion to Digital Humanties. L’articolo in sé non è né originale né particolarmente esaustivo. Si tratta di un’onesta panoramica su metodologie e risorse informatiche per lo studio dei classici, abbastanza concentrata su ciò che è stato prodotto negli USA. Cuore dell’argomentazione, anticipata nel titolo, è l’ipotesi che la tecnologia in questo settore si stia evolvendo verso un modello in cui le macchine apprendono dagli input degli utenti. E attraverso l’analisi continua del feedback i software sarebbero in grado di incidere sullo stesso atto di lettura, modificando le caratteristiche del processo ermeneutico.

Non v’è dubbio che Gregory Crane sia un vecchio computing humanist e che sappia il fatto suo. Oltre ad aver creato la monumentale biblioteca digitale di classici Perseus, questo studioso è dotato di una visione culturale e “politica” che manca del tutto nelle nostre facoltà umanistiche (e non solo). A parte la discutibile affermazione che “all philological inquiry, whether classical or otherwise, is now a special case of corpus linguistics”, nelle conclusioni gli autori introducono l’interessante concetto di cultural informatics:

“ePhilology is part of a larger, cultural informatics: ePhilology represents one particular approach to a comprehensive analysis of earlier culture: we may center our attention on words, but our questions will soon lead us to the evidence of material culture. Classics may be big enough to sustain its own classical informatics, but we would be much better served by contributing to a larger cultural informatics.”

Qualche tempo fa avevo cercato di esprimere in modo assai meno efficace un concetto simile, parlando della filologia come “interfaccia della cultura”. Tuttavia all’epoca non avevo ancora esplorato le potenzialità dei cultural studies che oggi mi appaiono centrali anche per una revisione dei fondamenti dell’informatica umanistica. Nel commento al post precedente citavo la scoperta del filone etnografico capitanato da Wesch. Etnografia e studi culturali a mio avviso sono oggi l’alleato più potente per ridefinire la mappa concettuale e teorica delle Digital Humanities. Per fare ciò, ovvero per applicare un ethos etnografico all’informatica umanistica, occorre però andare oltre il feticcio del “documento” che ha appiattito gli oggetti culturali sulle loro rappresentazioni (vedi XML-TEI). In un classico dell’etnografia della cultura, James Clifford scriveva:

“[la cultura va considerata] come composta di codici e rappresentazioni in profondo contrasto fra di loro. [...] Il loro interesse [dei saggi raccolti nel volume da lui curato] per la costruzione del testo e la dimensione retorica vuole porre in evidenza la natura costruita e artificiale delle descrizioni culturali.” (J. Clifford, “Introduzione: verità parziali”, in J Clifford / G. E. Marcus, Scrivere le culture, Roma, Meltemi, 1997 [1986 ed. or.], p. 26)

Come ho cercato di mostrare in un intervento recente dedicato alla semiotica della codifica, anche la rappresentazione digitale non sfugge a questo regola: “I linguaggi di markup possono essere considerati, sia dal punto di vista intrinseco che estrinseco, vere e proprie ‘metalingue’ capaci di rappresentare e tradurre la conoscenza”. La semiotica della cultura di Lotman e Uspenskij può esserci di aiuto “per definire le basi di una teoria ‘culturale’ della codifica digitale, ovvero dei modi e delle forme in cui gli strumenti di digitalizzazione sviluppano, traducono e modificano i meccanismi della memoria e delle identità culturali.”

Tornando a Crane & c., la loro ipotesi di fusione istituzionale fra esigenze umanistiche e competenze informatiche fa sorgere alcune domande. Che cosa accadrà alle scienze del testo (di cui la filologia rappresenta il nucleo fondativo) quando il testo esisterà solo in formato digitale? Oggi la filologia si dedica alla conservazione e diffusione dei contenuti nati nel mondo della carta; ma la filologia del futuro sarà questo? A essere pessimisti, l’introduzione del termine cultural informatics potrebbe anche essere interpretato come l’ammissione di una sconfitta. La domanda da farsi infatti è: tra cinquanta anni chi farà ricerca in campo umanistico? Temo che in un tempo più breve di quello che pensiamo filologi, linguisti, glottologi, ecc. superstiti saranno tutti informatici. O semplicemente non saranno.

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Il senso del testo digitale: tradizione o decostruzione?

Qualche mese fa avevo segnalato l’uscita dei saggi di Giuseppe Gigliozzi, maestro di informatica umanistica per una generazione di studenti e studentesse della Facoltà di Lettere della “Sapienza”. Un giorno probabilmente bisognerà raccontarla meglio che in un blog questa storia, ma bisogna sapere che Giuseppe dagli anni Ottanta e fino alla sua scomparsa non aveva certo lavorato da solo. Le sue attività sono indissolubilmente legate a un gruppo di docenti pionieri che hanno fatto la storia di questa disciplina: sopra tutti Tito Orlandi e Raul Mordenti.

L'altra critica, di Raul Mordenti

Quest’ultimo ha pubblicato nel 2007 il volume L’altra critica. La nuova critica della letteratura fra studi culturali, didattica e informatica, Roma, Meltemi (pagg. 215, € 18,50). Dico subito per onestà che sarei la persona meno adatta a recensire un libro di Mordenti, ma dato che questa non è una recensione vado avanti.  Quando ero studente alla “Sapienza” rimasi folgorato da un suo articolo (era il lontano 1992): “Informatica e filologia”, primo nucleo di quello splendido libro che sarà Informatica e critica dei testi (Roma, Bulzoni, 2001).  Nei confronti di quel primo testo contrassi un debito di riconoscenza intellettuale e professionale che ancora non è estinto – e forse proiettato com’è nel mito dei ventanni non sarà mai estinguibile. Anche per questo, forse, nell’estate del 2007, trascinato da mio fratello e i miei nipoti in un villaggio vacanze in Grecia, portai con me L’altra critica, unico libro “serio” nella valigia. Talmente serio che sui testi latini di Petrarca citati nel primo capitolo facevo esercitare mio nipote, il quale avendo accumulato un debito formativo nella lingua di Cicerone aveva strategicamente dimenticato ogni libro a casa. Fatto sta che sotto il sole di Alonissos e lo sguardo di riprovazione dei miei familiari divorai il volume. Capisco che il termine “divorare” appartenga a una sfera semantica aliena alla prosa accademica, ma è precisamente questo il motivo per cui Mordenti seduce anche sotto l’ombrellone: l’eleganza, la passionalità e al tempo stesso la chiarezza della sua scrittura.

In questo spazio (e me ne scuso con Mordenti) affronterò solo il quarto capitolo (”Sul concetto di ‘testo’ da Gutenberg all’informatica”) che è quello direttamente legato ai temi di questo blog e sul quale mi sento di lanciare qualche provocazione. I primi cinque paragrafi servono a inquadrare in un contesto storico-critico (con incursioni molto puntuali nell’antropologia e nella filosofia) le linee evolutive della testualità. Una della argomentazioni che prepara la discussione sul testo digitale (che Mordenti preferisce sempre chiamare “testo informatico” o “informatizzato”) è che la mobilità sia una caratteristica del testo in generale e non una virtù di quello digitalizzato. Su questo punto l’autore porta prove convincenti, proponendo tra l’altro un’originale lettura di alcuni passi del Fedro di Platone:

[T]utte le modalità di produzione, conservazione, fruizione della testualità antica (…) non sono affatto contrapposte ma, al contrario, sono come sovrapposte e confuse, intrecciate a descrivere una situazione testuale che ruota comunque intorno alla parola vivente e che proprio da questa assume valore e senso. (p. 141)

Nel paragrafo 7 (”A proposito del testo informatizzato”) si entra nel vivo della discussione che ci interessa.  Alcune di queste pagine sono ormai un “classico” della riflessione sul testo digitale e se non le avete mai lette e pensate di non averne bisogno siete pazzi. Mordenti è il creatore di alcuni mantra dell’informatica umanistica. In particolare consiglio di incorniciare e regalare agli ‘amici’ informatici il seguente: “L’informatica che ci interessa è più un’episteme che una tecnologia” (p. 150).  Lo studioso non nasconde ovviamente che i nuovi supporti e veicoli della scrittura “determinino anche una diversa idea di testo” (p. 150), ma come vedremo fra poco non accetta ciò che egli chiama la “deriva ermetica” (p. 161) che discenderebbe da un certo modo di interpretare la testualità digitale. Mordenti è di mestiere, oltre che critico, anche filologo e su questo tema, la filologia, ha scritto a mio parere le sue pagine più belle e drammatiche:

La domanda che occorre rivolgere alla filologia, giunti a questo punto del nostro ragionamento, è allora radicale (e si tratta di una domanda formulabile, cioè pensabile, solo a partire dall’informatica e dalla sua specifica modalità tecnologica di edizione non più gutemberghiana); tale domanda potrebbe essere così formulata: quanto c’è di intrinsecamente gutemberghiano, nella moderna teoria filologica? Quanto dipendono dalla stampa, ad es., il concetto di “archetipo” o quello di “originale” (che, non a caso, Avalle definisce “uno dei più sfuggenti e ambigui della critica del testo”?). E, soprattutto, quanto dipende dalla stampa la stessa idea di edizione intesa come costituzione di un testo e di uno solo, a cui risalire attraverso (ma si potrebbe dire anche: nonostante) la pluralità dei testi storicamente dati e viventi, degradando questi ultimi a meri testimoni subalterni, a pallida eco materiale (ma mendace e fuorviante) del Testo come idea pura? (p. 154)

A prenderlo sul serio, questo passaggio rappresenta uno dei più violenti attacchi mai sferrati alla scienza della ricostruzione del testo. E’ un passaggio già abbozzato nel saggio del ‘92 e ricordo che fu proprio riflettendo su questa intuizione di Mordenti che decisi di scrivere una tesi su come stesse cambiando la scrittura con l’avvento del computer. Ma sullo sfondo rimaneva quella filologia che, come scrive en passant Segre nelle ultime pagine del suo Avviamento all’analisi del testo letterario (Torino, Einaudi, 1985, p. 371),  insieme ai documenti costruisce “le diverse concezioni della verità, e perciò dell’autorità da conferire ai testi stessi”. Ma come Segre, di fronte a questa possibilità di smascheramento definitivo dell’interfaccia della cultura, fondamenta e scudo delle grandi narrazioni, Mordenti si arresta. Questo “processo al documento” (Foucault) non s’ha da fare. Paura? Sgomento? E il paragrafo finale del capitolo, (”Il senso del testo”), allora è tutta una difesa, strenua quanto tardiva, appassionata e affannata, del senso del testo contro la deriva ermetica e la decostruzione.

Il primo grado di questo contro-processo è l’individuazione di un colpevole, ovvero una “certa linea interpretativa, non per caso di provenienza specialmente americana, che lega direttamente il testo informatizzato (…) con la teoria decostruzionista” (p. 159). Insomma il povero Landow. Il secondo grado è ben più complesso e qui posso solo tentare di riassumerlo, ovvero il tentativo di operare un rovesciamento e una rivalutazione, con raffinati strumenti storico-etimologici, del concetto di tradizione, nel senso di attività di trasmissione “creativa e ricreativa” (p. 161) del testo. Il punto è dimostrare che la mobilità del testo informatizzato non è complemento necessario né fonte della “semiosi ermetica”.

Dico sinceramente che il primo grado mi sembra un processo imbastito con prove insufficienti: non si può liquidare (ma a dire il vero Mordenti si sforza di non farlo) il gigante decostruzionista celandolo dietro un nano (con tutto il rispetto per George Landow il quale ha svolto una funzione importantissima e meritoria nei primi anni della diffusione del web mostrandone agli umanisti le potenzialità). Inoltre al di là dei legami – tutto sommato ormai flebili – fra deriva ermetica e teoria del testo digitale, vi sono molti altri filoni di ricerca che non vengono presi in considerazione da Mordenti. Mi riferisco alla ricca letteratura che studia le forme native della comunicazione digitale, teoricamente agguerrita e oggi anche istituzionalmente solida.

Il secondo grado, se possibile, mi sembra ancora più pericoloso del primo. Condivido con Mordenti che il testo viva nel “movimento storico, nella kabbalah, e, se necessario, perfino nel ‘tradimento’” (p. 163). Tuttavia il recupero della tradizione, per quanto egli si sforzi di spiegarne e circostanziarne l’utilizzo, finisce, inevitabilmente, per offrire una sponda alle pratiche di recinzione della sacralità del testo (p. 162), cadendo dalla padella decostruzionista nella brace teologica. Il Testo Sacro infatti (e mi riferisco tanto al vecchio che al nuovo testamento) non è affatto immutabile se non proprio in quella “tradizione” stabilita in quanto canone teologico. E d’altronde era inevitabile, giacché con buona pace delle tesi di Canfora, Filologia e Teologia più che nemiche sono sorelle: entrambe tese alla ricerca della verità. Del senso del testo. La domanda è: il senso di chi? Altrove Raul Mordenti e Claude Cazalé per difendere il Testo dagli assalti decostruzionsti avevano fatto riferimento al concetto di “comunità di interpreti”. In tempi di Web 2.0 mi pare questo un miglior baluardo contro la perdita di senso, sebbene anche in questo caso occorra sempre vigilare su come storicamente si formino e acquistino potere tali comunità.

In conclusione, per cercare di rispondere (provvisoriamente) alla domanda del titolo, credo che il senso del testo digitale non vada ricercato nelle opposizioni (per quanto teoricamente feconde!). Esso a mio parere è racchiuso in quelle che Mordenti stesso chiama le “potenzialità pragmatiche” (p. 152) del testo informatico, ovvero quelle relazioni a geometria variabile che si stabiliscono fra lettore e programma e/o programmatore/scrittore. Dove il software, sintesi già in partenza multi-autoriale, interagisce con i fruitori, modificandosi e adattandosi al contesto.  Questo paradigma d’altra parte non è nuovo nella storia della comunicazione: Wittgenstein l’aveva prospettato nell’idea dei giochi linguistici nei quali non c’è distinzione rigida fra soggetto e oggetto, e dove la stessa costituzione dell’oggetto si realizza attraverso una dimensione pragmatico-comunicativa all’interno della comunità dei parlanti.

Mi rendo conto che questa prospettiva, applicata ai naviganti, non è priva di controindicazioni. Innanzitutto perché la rete non è (ancora?) un sistema semiotico autonomo.  Accettare questo punto vista negoziale sul significato vorrebbe dire poi lasciare che la scrittura (non più “invariante” [cfr. p. 163], ma mutante) della rete scinda gli ultimi legami col mondo della ricostruzione del testo. Tutte le problematice teoriche e tecnologiche che nascono dalla conservazione delle fonti, che pure riveste un ruolo fondamentale nella trasmissione dei saperi e delle memorie, cederebbero dunque il passo di fronte a nuovi modi di intendere la memoria e le identità (e dunque a nuove teorie e metodologie di indagine). Si dirà che l’esigenza della corretta conservazione dei ‘vecchi’ significati in fondo non esclude quella della ricerca di una comunicazione dei nuovi. Forse è così, ma temo che ormai la rete sia inevitabilmente avviata verso l’oblio di quei presupposti dell’universo testuale gutemberghiano (intrinsecamente gutemberghiano) che l’hanno contribuita a fondare.

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Giuseppe Gigliozzi, maestro

Con grande ritardo, ma ancora più grande gioia, segnalo l’uscita dei Saggi di informatica umanistica del maestro di informatica umanistica Giuseppe Gigliozzi (Milano, Unicopli, 2008, pp. 256). Saggi di informatica umanistica di Giuseppe GigliozziIl volume è curato da Myriam Trevisan e non le saremo mai abbastanza grati per il lavoro che ha svolto. I libri curati da Myriam in realtà sono due: il secondo (Saggi di informatica applicata all’analisi letteraria) è una raccolta di studi realizzati da alcuni dei più valenti allievi e collaboratori di Gigliozzi, sparsi fra Roma “La Sapienza” e Roma Tor Vergata: Veronica Giannini, Tiziana Mancinelli, Alessia Scacchi, Daniele Silvi e la stessa Myriam Trevisan.

Giuseppe infatti non è stato solo uno studioso di razza, ma anche un grande catalizzatore di risorse umane. E questo vuoto non è stato mai colmato, producendo un danno irreperabile alla nostra comunità.  A ciò si aggiunge il fatto che il fondatore degli studi di informatica applicata al testo letterario è ancora troppo poco noto fuori d’Italia. Se qualcuno del board della TEI, di ALLC o di qualsiasi altro organismo internazionale di IU leggesse l’italiano forse la storia di questa disciplina potrebbe essere riscritta. Ma è inutile farsi illusioni. Qualche mese fa ho scritto una review per un articolo ’submitted’ a Digital Humanities Quarterly. Il tema: la semiotica del markup. L’autore è persona competente e piuttosto nota nell’ambiente internazionale. Ebbene, presentava la questione come “un campo nuovo”. Vero. Non sono molte le pubblicazioni in inglese su questo tema. Ma leggete che cosa scriveva Giuseppe, profondo conoscitore della semiotica, nel 1987:

“Il termine codice assume un significato diverso e, forse, più ampio di quello che potevamo aspettarci. Non solo strumento per trasferire informazioni da un sistema all’altro, da una lingua all’altra, ma complesso meccanismo che modella la (e si modella sulla) materia trattata. […] È quasi inevitabile notare come l’operazione di codifica, oltre a rappresentare un valido strumento per la particolare traduzione alla quale sarà sottoposto il testo, si proponga come momento iniziale (ma centrale) di qualsiasi indagine.” (p. 86)

Il saggio da cui è tratto questa citazione è di per sé un gioiello (sin dal titolo): “Codice, testo e interpretazione” (pp. 85-100). La proverbiale eleganza dello stile di Giuseppe qui raggiunge un apice. Persino le piccole asperità (che via via GG attenuerà nei lavori successivi) sono come quei crinali di montagna che facciamo fatica a superare ma a cui, una volta arrivati in vetta, siamo grati di esistere.

Potrei continuare con le citazioni, ma tutti i saggi meritano un’approfondita rilettura. Per due ragioni: riascoltare la voce di un grande maestro e rivendicare con orgoglio la qualità e l’originalità della ricerca italiana nel campo delle Digital Humanities. Troppo spesso ce ne dimentichiamo.

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Dai margini dell’Impero

Sono stato a Digital Humanities 2008. Faceva freddo e confesso che questo non mi ha messo di buon umore. Anche a causa dello schock (passare da 35 gradi a 12 non è proprio un’esperienza piacevole) ho potuto seguire solo poche sessioni parallele e fare un giro per i poster. Non so quanto il clima finlandese abbia influito sulle mie capacità ricettive, in ogni caso confesso che quest’anno sono rimasto deluso. cover_book_abstracts2-222x300L’impressione generale, e del tutto parziale (spero anzi di essere smentito da altri partecipanti), è che nonostante l’aumento esponenziale del numero di submission le digital humanities si stiano un po’ avvitando su se stesse. Per la prima volta m’è parso di vedere poca innovazione persino – udite udite! – rispetto all’Italia. Sarà magari colpa degli standard, ma tutto appare sempre più specializzato e concentrato sugli aspetti tecnologici. Qualche volta metodologici. E i contenuti? Boh. A parte qualche paper su cultural heritage, multimedialità e social network questi anglo-nordici rimangono perlopiù concentrati sul testo, ovvero una speciale e asfittica versione di esso. Nel delirio di progetti e soldi investiti da biblioteche, archivi e centri specializzati non sono riuscito a intravedere né una seria discussione sui contenuti (ok gli strumenti, ma per fare quale ricerca?) né uno spazio per la riflessione teorica. Al loro posto, un’orgia di ontologie, metadati e information retrieval.

L’altro aspetto negativo che è emerso da questa edizione di DH è l’egemonia di due o tre grossi centri e istituzioni nella gestione sia politica sia scientifica delle digital humanities. Sai che novità, direte voi. E’ vero. Che ci fosse un’egemonia anglo-americana in questi ambienti lo sapevamo da anni. E la morte di Antonio Zampolli ha indubbiamente peggiorato le cose. A volte ho l’impressione che permettere di presentare contributi in lingue diverse dall’inglese sia solo la “foglia di fico” o la giustificazione per definirsi “foro internazionale”. Ma magari mi sbaglio. E in ogni caso, come diceva Stuart Hall, il padre degli Studi Culturali, “preferisco guardare il mondo dalla periferia piuttosto che dal centro”. Ho ritrovato questa rivalutazione della marginalità in un bellissimo libro su Hiroshima di Kenzaburo Oe. (Ma diranno alcuni: noi mica vogliamo fare la fine degli hibakusha… E io rispondo: discutiamone il signficato profondo.) Lo scenario che ho appena abbozzato, tuttavia, non credo debba scoraggiare l’informatica umanistica nostrana. Al contrario mi pare evidente che le riflessioni e le idee che avevamo cercato di diffondere negli ultimi quindici anni (penso soprattutto ai contributi di Tito Orlandi) ci impongano di darci una mossa. Tanto per cominciare sarebbe importante far partire immediatamente l’Annuario Laterza. Secondo, parlando con Dino Buzzetti (l’unico rappresentante di un’università italiana nel comitato nell’Executive Committee di ALLC) concordavamo nell’osservare che è ora di creare questa benedetta associazione italiana di IU. Aperta a tutti e tutte le persone e le componenti del mondo accademico e della ricerca, senza chiusure e discriminazioni verso nessuno. Dal mio punto di vista questa associazione non dovrebbe proporsi come appendice di ALLC, ma chiedere l’affiliazione alla Alliance of Digital Humanities. Ma su questa e altre idee spero si possa aprire un dibattito su questo Blog…

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