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Verso l’informatica culturale?

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Sulla mia to do list campeggiava da oltre un mese la promessa di fare un post sull’articolo di Gregory Crane, David Bamman e Alison Jones ePhilology: when the books talk to their readers, pubblicato in quel fondamentale strumento che è il Companion to Digital Humanties. L’articolo in sé non è né originale né particolarmente esaustivo. Si tratta di un’onesta panoramica su metodologie e risorse informatiche per lo studio dei classici, abbastanza concentrata su ciò che è stato prodotto negli USA. Cuore dell’argomentazione, anticipata nel titolo, è l’ipotesi che la tecnologia in questo settore si stia evolvendo verso un modello in cui le macchine apprendono dagli input degli utenti. E attraverso l’analisi continua del feedback i software sarebbero in grado di incidere sullo stesso atto di lettura, modificando le caratteristiche del processo ermeneutico.

Non v’è dubbio che Gregory Crane sia un vecchio computing humanist e che sappia il fatto suo. Oltre ad aver creato la monumentale biblioteca digitale di classici Perseus, questo studioso è dotato di una visione culturale e “politica” che manca del tutto nelle nostre facoltà umanistiche (e non solo). A parte la discutibile affermazione che “all philological inquiry, whether classical or otherwise, is now a special case of corpus linguistics”, nelle conclusioni gli autori introducono l’interessante concetto di cultural informatics:

“ePhilology is part of a larger, cultural informatics: ePhilology represents one particular approach to a comprehensive analysis of earlier culture: we may center our attention on words, but our questions will soon lead us to the evidence of material culture. Classics may be big enough to sustain its own classical informatics, but we would be much better served by contributing to a larger cultural informatics.”

Qualche tempo fa avevo cercato di esprimere in modo assai meno efficace un concetto simile, parlando della filologia come “interfaccia della cultura”. Tuttavia all’epoca non avevo ancora esplorato le potenzialità dei cultural studies che oggi mi appaiono centrali anche per una revisione dei fondamenti dell’informatica umanistica. Nel commento al post precedente citavo la scoperta del filone etnografico capitanato da Wesch. Etnografia e studi culturali a mio avviso sono oggi l’alleato più potente per ridefinire la mappa concettuale e teorica delle Digital Humanities. Per fare ciò, ovvero per applicare un ethos etnografico all’informatica umanistica, occorre però andare oltre il feticcio del “documento” che ha appiattito gli oggetti culturali sulle loro rappresentazioni (vedi XML-TEI). In un classico dell’etnografia della cultura, James Clifford scriveva:

“[la cultura va considerata] come composta di codici e rappresentazioni in profondo contrasto fra di loro. [...] Il loro interesse [dei saggi raccolti nel volume da lui curato] per la costruzione del testo e la dimensione retorica vuole porre in evidenza la natura costruita e artificiale delle descrizioni culturali.” (J. Clifford, “Introduzione: verità parziali”, in J Clifford / G. E. Marcus, Scrivere le culture, Roma, Meltemi, 1997 [1986 ed. or.], p. 26)

Come ho cercato di mostrare in un intervento recente dedicato alla semiotica della codifica, anche la rappresentazione digitale non sfugge a questo regola: “I linguaggi di markup possono essere considerati, sia dal punto di vista intrinseco che estrinseco, vere e proprie ‘metalingue’ capaci di rappresentare e tradurre la conoscenza”. La semiotica della cultura di Lotman e Uspenskij può esserci di aiuto “per definire le basi di una teoria ‘culturale’ della codifica digitale, ovvero dei modi e delle forme in cui gli strumenti di digitalizzazione sviluppano, traducono e modificano i meccanismi della memoria e delle identità culturali.”

Tornando a Crane & c., la loro ipotesi di fusione istituzionale fra esigenze umanistiche e competenze informatiche fa sorgere alcune domande. Che cosa accadrà alle scienze del testo (di cui la filologia rappresenta il nucleo fondativo) quando il testo esisterà solo in formato digitale? Oggi la filologia si dedica alla conservazione e diffusione dei contenuti nati nel mondo della carta; ma la filologia del futuro sarà questo? A essere pessimisti, l’introduzione del termine cultural informatics potrebbe anche essere interpretato come l’ammissione di una sconfitta. La domanda da farsi infatti è: tra cinquanta anni chi farà ricerca in campo umanistico? Temo che in un tempo più breve di quello che pensiamo filologi, linguisti, glottologi, ecc. superstiti saranno tutti informatici. O semplicemente non saranno.

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Il senso del testo digitale: tradizione o decostruzione?

Qualche mese fa avevo segnalato l’uscita dei saggi di Giuseppe Gigliozzi, maestro di informatica umanistica per una generazione di studenti e studentesse della Facoltà di Lettere della “Sapienza”. Un giorno probabilmente bisognerà raccontarla meglio che in un blog questa storia, ma bisogna sapere che Giuseppe dagli anni Ottanta e fino alla sua scomparsa non aveva certo lavorato da solo. Le sue attività sono indissolubilmente legate a un gruppo di docenti pionieri che hanno fatto la storia di questa disciplina: sopra tutti Tito Orlandi e Raul Mordenti.

L'altra critica, di Raul Mordenti

Quest’ultimo ha pubblicato nel 2007 il volume L’altra critica. La nuova critica della letteratura fra studi culturali, didattica e informatica, Roma, Meltemi (pagg. 215, € 18,50). Dico subito per onestà che sarei la persona meno adatta a recensire un libro di Mordenti, ma dato che questa non è una recensione vado avanti.  Quando ero studente alla “Sapienza” rimasi folgorato da un suo articolo (era il lontano 1992): “Informatica e filologia”, primo nucleo di quello splendido libro che sarà Informatica e critica dei testi (Roma, Bulzoni, 2001).  Nei confronti di quel primo testo contrassi un debito di riconoscenza intellettuale e professionale che ancora non è estinto – e forse proiettato com’è nel mito dei ventanni non sarà mai estinguibile. Anche per questo, forse, nell’estate del 2007, trascinato da mio fratello e i miei nipoti in un villaggio vacanze in Grecia, portai con me L’altra critica, unico libro “serio” nella valigia. Talmente serio che sui testi latini di Petrarca citati nel primo capitolo facevo esercitare mio nipote, il quale avendo accumulato un debito formativo nella lingua di Cicerone aveva strategicamente dimenticato ogni libro a casa. Fatto sta che sotto il sole di Alonissos e lo sguardo di riprovazione dei miei familiari divorai il volume. Capisco che il termine “divorare” appartenga a una sfera semantica aliena alla prosa accademica, ma è precisamente questo il motivo per cui Mordenti seduce anche sotto l’ombrellone: l’eleganza, la passionalità e al tempo stesso la chiarezza della sua scrittura.

In questo spazio (e me ne scuso con Mordenti) affronterò solo il quarto capitolo (”Sul concetto di ‘testo’ da Gutenberg all’informatica”) che è quello direttamente legato ai temi di questo blog e sul quale mi sento di lanciare qualche provocazione. I primi cinque paragrafi servono a inquadrare in un contesto storico-critico (con incursioni molto puntuali nell’antropologia e nella filosofia) le linee evolutive della testualità. Una della argomentazioni che prepara la discussione sul testo digitale (che Mordenti preferisce sempre chiamare “testo informatico” o “informatizzato”) è che la mobilità sia una caratteristica del testo in generale e non una virtù di quello digitalizzato. Su questo punto l’autore porta prove convincenti, proponendo tra l’altro un’originale lettura di alcuni passi del Fedro di Platone:

[T]utte le modalità di produzione, conservazione, fruizione della testualità antica (…) non sono affatto contrapposte ma, al contrario, sono come sovrapposte e confuse, intrecciate a descrivere una situazione testuale che ruota comunque intorno alla parola vivente e che proprio da questa assume valore e senso. (p. 141)

Nel paragrafo 7 (”A proposito del testo informatizzato”) si entra nel vivo della discussione che ci interessa.  Alcune di queste pagine sono ormai un “classico” della riflessione sul testo digitale e se non le avete mai lette e pensate di non averne bisogno siete pazzi. Mordenti è il creatore di alcuni mantra dell’informatica umanistica. In particolare consiglio di incorniciare e regalare agli ‘amici’ informatici il seguente: “L’informatica che ci interessa è più un’episteme che una tecnologia” (p. 150).  Lo studioso non nasconde ovviamente che i nuovi supporti e veicoli della scrittura “determinino anche una diversa idea di testo” (p. 150), ma come vedremo fra poco non accetta ciò che egli chiama la “deriva ermetica” (p. 161) che discenderebbe da un certo modo di interpretare la testualità digitale. Mordenti è di mestiere, oltre che critico, anche filologo e su questo tema, la filologia, ha scritto a mio parere le sue pagine più belle e drammatiche:

La domanda che occorre rivolgere alla filologia, giunti a questo punto del nostro ragionamento, è allora radicale (e si tratta di una domanda formulabile, cioè pensabile, solo a partire dall’informatica e dalla sua specifica modalità tecnologica di edizione non più gutemberghiana); tale domanda potrebbe essere così formulata: quanto c’è di intrinsecamente gutemberghiano, nella moderna teoria filologica? Quanto dipendono dalla stampa, ad es., il concetto di “archetipo” o quello di “originale” (che, non a caso, Avalle definisce “uno dei più sfuggenti e ambigui della critica del testo”?). E, soprattutto, quanto dipende dalla stampa la stessa idea di edizione intesa come costituzione di un testo e di uno solo, a cui risalire attraverso (ma si potrebbe dire anche: nonostante) la pluralità dei testi storicamente dati e viventi, degradando questi ultimi a meri testimoni subalterni, a pallida eco materiale (ma mendace e fuorviante) del Testo come idea pura? (p. 154)

A prenderlo sul serio, questo passaggio rappresenta uno dei più violenti attacchi mai sferrati alla scienza della ricostruzione del testo. E’ un passaggio già abbozzato nel saggio del ‘92 e ricordo che fu proprio riflettendo su questa intuizione di Mordenti che decisi di scrivere una tesi su come stesse cambiando la scrittura con l’avvento del computer. Ma sullo sfondo rimaneva quella filologia che, come scrive en passant Segre nelle ultime pagine del suo Avviamento all’analisi del testo letterario (Torino, Einaudi, 1985, p. 371),  insieme ai documenti costruisce “le diverse concezioni della verità, e perciò dell’autorità da conferire ai testi stessi”. Ma come Segre, di fronte a questa possibilità di smascheramento definitivo dell’interfaccia della cultura, fondamenta e scudo delle grandi narrazioni, Mordenti si arresta. Questo “processo al documento” (Foucault) non s’ha da fare. Paura? Sgomento? E il paragrafo finale del capitolo, (”Il senso del testo”), allora è tutta una difesa, strenua quanto tardiva, appassionata e affannata, del senso del testo contro la deriva ermetica e la decostruzione.

Il primo grado di questo contro-processo è l’individuazione di un colpevole, ovvero una “certa linea interpretativa, non per caso di provenienza specialmente americana, che lega direttamente il testo informatizzato (…) con la teoria decostruzionista” (p. 159). Insomma il povero Landow. Il secondo grado è ben più complesso e qui posso solo tentare di riassumerlo, ovvero il tentativo di operare un rovesciamento e una rivalutazione, con raffinati strumenti storico-etimologici, del concetto di tradizione, nel senso di attività di trasmissione “creativa e ricreativa” (p. 161) del testo. Il punto è dimostrare che la mobilità del testo informatizzato non è complemento necessario né fonte della “semiosi ermetica”.

Dico sinceramente che il primo grado mi sembra un processo imbastito con prove insufficienti: non si può liquidare (ma a dire il vero Mordenti si sforza di non farlo) il gigante decostruzionista celandolo dietro un nano (con tutto il rispetto per George Landow il quale ha svolto una funzione importantissima e meritoria nei primi anni della diffusione del web mostrandone agli umanisti le potenzialità). Inoltre al di là dei legami – tutto sommato ormai flebili – fra deriva ermetica e teoria del testo digitale, vi sono molti altri filoni di ricerca che non vengono presi in considerazione da Mordenti. Mi riferisco alla ricca letteratura che studia le forme native della comunicazione digitale, teoricamente agguerrita e oggi anche istituzionalmente solida.

Il secondo grado, se possibile, mi sembra ancora più pericoloso del primo. Condivido con Mordenti che il testo viva nel “movimento storico, nella kabbalah, e, se necessario, perfino nel ‘tradimento’” (p. 163). Tuttavia il recupero della tradizione, per quanto egli si sforzi di spiegarne e circostanziarne l’utilizzo, finisce, inevitabilmente, per offrire una sponda alle pratiche di recinzione della sacralità del testo (p. 162), cadendo dalla padella decostruzionista nella brace teologica. Il Testo Sacro infatti (e mi riferisco tanto al vecchio che al nuovo testamento) non è affatto immutabile se non proprio in quella “tradizione” stabilita in quanto canone teologico. E d’altronde era inevitabile, giacché con buona pace delle tesi di Canfora, Filologia e Teologia più che nemiche sono sorelle: entrambe tese alla ricerca della verità. Del senso del testo. La domanda è: il senso di chi? Altrove Raul Mordenti e Claude Cazalé per difendere il Testo dagli assalti decostruzionsti avevano fatto riferimento al concetto di “comunità di interpreti”. In tempi di Web 2.0 mi pare questo un miglior baluardo contro la perdita di senso, sebbene anche in questo caso occorra sempre vigilare su come storicamente si formino e acquistino potere tali comunità.

In conclusione, per cercare di rispondere (provvisoriamente) alla domanda del titolo, credo che il senso del testo digitale non vada ricercato nelle opposizioni (per quanto teoricamente feconde!). Esso a mio parere è racchiuso in quelle che Mordenti stesso chiama le “potenzialità pragmatiche” (p. 152) del testo informatico, ovvero quelle relazioni a geometria variabile che si stabiliscono fra lettore e programma e/o programmatore/scrittore. Dove il software, sintesi già in partenza multi-autoriale, interagisce con i fruitori, modificandosi e adattandosi al contesto.  Questo paradigma d’altra parte non è nuovo nella storia della comunicazione: Wittgenstein l’aveva prospettato nell’idea dei giochi linguistici nei quali non c’è distinzione rigida fra soggetto e oggetto, e dove la stessa costituzione dell’oggetto si realizza attraverso una dimensione pragmatico-comunicativa all’interno della comunità dei parlanti.

Mi rendo conto che questa prospettiva, applicata ai naviganti, non è priva di controindicazioni. Innanzitutto perché la rete non è (ancora?) un sistema semiotico autonomo.  Accettare questo punto vista negoziale sul significato vorrebbe dire poi lasciare che la scrittura (non più “invariante” [cfr. p. 163], ma mutante) della rete scinda gli ultimi legami col mondo della ricostruzione del testo. Tutte le problematice teoriche e tecnologiche che nascono dalla conservazione delle fonti, che pure riveste un ruolo fondamentale nella trasmissione dei saperi e delle memorie, cederebbero dunque il passo di fronte a nuovi modi di intendere la memoria e le identità (e dunque a nuove teorie e metodologie di indagine). Si dirà che l’esigenza della corretta conservazione dei ‘vecchi’ significati in fondo non esclude quella della ricerca di una comunicazione dei nuovi. Forse è così, ma temo che ormai la rete sia inevitabilmente avviata verso l’oblio di quei presupposti dell’universo testuale gutemberghiano (intrinsecamente gutemberghiano) che l’hanno contribuita a fondare.

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Domenico Formonte – Jonathan Usher (a cura di ), New Media and the Humanities: Research and Applications

Autore: Domenico Formonte – Jonathan Usher (a cura di )

Titolo: New Media and the Humanities: Research and Applications. Proceedings of the First Seminar “Computers, Literature and Philology”, Edinburgh, 7-9 September 1998.

Editore: Oxford University Computing Unit, University of Oxford

Luogo di Edizione: Oxford

Anno: 2001

N. pagine: XI + 176

Prezzo: Sterline 18.99

Codice ISBN: 0-9523301-6-4

Acquistabile su: http://www.amazon.co.uk/, http://www.hcu.ox.ac.uk/publications/clip.html

fiormonte_usherMost students of Italian literature probably judge books that feature the word “computer” in the title not worth their exploration. What could be further from the emotional and imaginative wellsprings of a novel or a poem, after all, than the sterile logic of disk drives and bits and bytes? But philology — that humanistic discipline which provides a foundation for higher-level literary criticism — employs its own rigorous methods of comparative analysis that are indeed amenable to, and in some cases can be greatly aided by computational processing, in other words, computers. The coin “humanities computing” has been with us for a few decades already and is not unfamiliar to many ears, though its scope and significance are still not widely appreciated. To literary-minded scholars, New Media and the Humanities: Research and Applications, the newly published proceedings of the first international “Computers, Literature and Philology” (CLiP) seminar, presents an invitation to become acquainted with some of the philological tools and theoretical approaches practitioners of humanities computing are currently developing, many with direct relation to Italian Studies.

Italy was in fact the scene of one of the earliest humanities computing projects, the Index Thomisticus, a concordance with critical edition of the works of Thomas Aquinas that resulted from research begun in the late l940s by Jesuit Roberto Busa. Yet, as Dante Marianacci, Director of the Italian Cultural Institute in Edinburgh, points out in his foreword to New Media and the Humanities, the CLiP seminar held at Edinburgh University on 7-9 September 1998 “connected for the first time Italian Studies to mainstream research in Humanities Computing, establishing robust relationships between Italian research centres and pioneering institutions in USA and Europe” (vi). Since this initial meeting, CLiP has convened each year at a different European university, attracting a stable group of humanities computing professionals to participate in informal presentations and discussion of their methodologies and projects. New Media and the Humanities thus preserves the initial parleys of an ongoing, evolving conversation.

Unfortunately, however, the volume includes only the series of edited papers delivered at the Edinburgh seminar without any record of the undoubtedly lively and pointed exchanges among participants. Nevertheless, the collection of fourteen essays gives one a sense of the different directions from which the contributors approached the major themes of textual encoding, editing, and analysis. Editors Domenico Fiormonte and Jonathan Usher distill and recombine these themes in their introduction, but here we simply provide a précis of each of the essays, which fall roughly into three groupings, although the table of contents suggests no such organization: theoretical and practical constructs for understanding the significance of electronic philology, historical and critical perspectives on the development of computational linguistics and humanities computing, and case studies.

In the opening essay, humanities computing veteran Willard McCarty offers high-level perspectives on the discipline. “Humanities computing,” McCarty claims, “is centred on the mediation of thought by the machine and the implications and consequences of this mediation for scholarship” (3). Alluding to Busa, he argues that the computer must not be regarded as “just a tool,” but rather as “an agent of perception and instrument of thought,” a kind of “mental prosthesis” (3). As such, it shapes what we see and how we see it. When texts are encoded according to a rigorous scheme and then analyzed computationally, the result is a kind of translation of original ambiguities into a brutally simple logic that can at once reveal significant underlying patterns that might otherwise escape detection while throwing into relief the very richness of what cannot be adequately marked up. Francisco Marcos Marín agrees with McCarty that eleetronic philology is not just a tool limited merely to speeding up certain analytical processes and compiling statistics more accurately. Yet unlike McCarty, he does not propose theoretical models to explain or justify its existence. Instead he describes and classifies directly its processes and results, arguing for its place in intellectual and institutional landscapes based on the new questions and insights it makes possible.

In perhaps the most provocative piece in the volume, Allen Renear, the lone American among the otherwise European cohort, suggests that not enough thought or theoretical attention has been given to “non-critical editing,” a term he uses to encompass all but the most formal types of textual editing, and hence also the most common. Especially with the vast and ever-increasing publication of non-critically edited texts on the Web, the cultural consequences are enormous in Renear’s view. While marking up texts for presentation on the Web may seem a simple and straightforward task, he points out that literal transcription, or the “literal representation of the linguistic text of a particular document” (29), inevitably involves a complex set of problems. In order to achieve the appropriate balance between “getting the whole text” and “nothing but the text” (28), one must first understand what a text is, to which Renear gives the answer: an “Ordered Hierarchy of Content Objects” or OCHO (27) — a textual ontology that has been used to support strategies such as the Text Encoding Initiative (TEl).

Lou Burnard approaches the problem of encoding “just the text” from a somewhat different angle than Renear. Rather than departing from ontological concerns, Burnard works from a hermeneutical stance that may be specifically characterized as semiotic. Transcription inevitably involves interpretation because of the complex nature of textuality. A text, he points out, is simultaneously an image, a linguistic construct, and an information structure. A hermeneutical point of departure thus comes round to oritological categories in making its circle, so Burnard’s theses are not incompatible with Renear ‘s.

Fabio Ciotti approaches the problem of transcription from yet a third angle, namely epistemology. Departing from the premise that transcription is essentially concerned with reproducing the sequence of graphic symbols, Ciotti emphasizes the role played by the transcriber’s knowledge and competence in recognizing linguistic codes. From this standpoint, the act of transcribing, or re-encoding a code appears as a primarily epistemic endeavor that can be isolated in practice from metaphysical or ontological concerns. Textual encoding, according to Ciotti, is a theoretical language used to provide access to one set of codes through another.

Shifting to a reader-centered perspective, Claire Warwick asks whether there remains a role for the editor in the hypertext environment where readers have more determination than ever about to how read a text. She answers affirmatively, but argues that role is necessarily changed by the medium. The main difference she sees is that the discrete tasks involved in textual editing are less likely to be performed by an isolated individual than by several working in collaboration. Complementing Warwick’s views with a final theoretical perspective, Federico Pellizzi suggests that theories of discourse elaborated by Foucault and Bakhtin relate well to theories of hypertext since the latter, like the former, place emphasis on the different positions or distance inherent in communicative interactions.

Moving away from the theoretical aspects of textuality and textual encoding, Antonio Zampolli examines in more practical terms the current situation and opportunities for cooperation between computational linguistics and humanities computing, first on a global scale and then particularly in Italy. This is a task which he is uniquely qualified to do, given his continuous involvement in the field of computational linguistics since 1967 and his directorship of the CNR Institute of Computational Linguistics at the University of Pisa. Zampolli traces the parallel but often divergent histories of the two disciplines, pointing out avenues for future cooperation, urging practitioners of computational linguistics and humanities computing to collaborate in the creation of large linguistic repositories and of tools to analyze them. Likewise critical of the isolation of computational linguistics from the concerns of the humanities, Elizabeth Burr advocates setting aside a theory-driven approach to linguistics, which she argues has suffered from a dualistic conception of language based in the analysis of binary opposites, in favor of a data-driven approach, which assumes a functional attitude toward language and focuses on the analysis of corpora of naturally-occurring linguistic productions. A functional stance furthermore introduces an historical perspective that recognizes the evolutionary development of dialects and sociolects, as well as a linguistic knowledge perspective that considers the limits of a speaker’s competence. In his essay on “Researching and teaching literature in the digital era,” Giuseppe Gigliozzi outlines various initiatives of the Centro Ricerche Informatica e Letteratura (CRILet) at the University of Rome, which he directs, before turning to some theoretical reflections on the methodologies he has employed. In the final section, Gigliozzi offers a series of observations on the situation of humanities computing in Italy, correlating its emergence with the need to define alternative professional profiles within glutted humanities faculties.

Readers less interested in theoretical or professional concerns may wish to turn directly to the last four essays, which offer a variety of case studies. David Robey discusses computerized techniques he has used to analyze the sound features of Dante’s Divine Comedy and investigate whether patterns of accented syllables and assonance can be correlated with literary devices operating in the poem. In the only non-English contribution to the volume, Massimo Guerrieri discusses a project to present and compare statistically the variant editions of Eugenio Montale’s Mottetti. Guerrieri’s paper will help those less familiar with SGML (Standard Generalized Markup Language) and the TEl understand how they can be used to prepare textual corpora for analysis using tools such as TACT (Text Analysis Computing Tools), developed at the University of Toronto. Staffan Björk and Lars Erik Holmquist, two younger researchers from the Interactive Institute in Gothenburg, Sweden, sketch their development of software to facilitate sirpultaneous browsing of textual variants. Their work on interface design and screen display issues highlights the importance of devoting attention to these practical aspects of humanities computing in tandem with refining programs to perform computational and lexical analysis. Finally, Licia Calvi describes a hypertext project built around the teaching of postmodern Italian literature at Brown University.

The regrettable absence of a centralized site for CLiP on the Web makes following the evolution of the annual seminar difficult, though remnants of earlier calls for papers do contain some useful links to further information about participants and their projects. In addition, New Media and the Humanities includes a comprehensive list of works cited. More current sources on electronic philology can be found by browsing issues of Computers and the Humanities or the archives of the Humanist electronic discussion group (both sponsored by the Association for Computers and the Humanities), as well as the journals Literary and Linguistic Computing and Computational Linguistics.

Christian Dupont
Director, Special Collections Research Center
600 E.S. Bird Library
Syracuse University, NY
(Review originally published in: Annali d’Italianistica, n. 20 (2001), pp. 581-84).

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