Articoli con tag: etnografia digitale

Un giorno da umanista digitale

Come tradizione dal 2009, anche quest’anno si è svolto il Day in the Life of the Digital Humanities, un progetto curato dagli altri da Geoffrey Rockwell e ospitato dal TAPoR (Text Analysis Portal for Research) dell’Università di Alberta.

Il Day of DH è un esperimento di blog collettivo che riunisce gli umanisti digitali (qualunque cosa questo significhi) nello scrivere, per un giorno, un autoritratto dal quale possa ricavarsi un’identità etnografica, se possibile, delle digital humanities.

Questa è la pagina che aggrega tutti i blog, mentre questo, più modestamente, è il blog del sottoscritto.

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La memoria lunga della Rete

Quando la moglie di Greg Knauss ritrovò in un cassetto a lungo ignorato il biglietto da visita di Art Braaten, a riemergere non fu soltanto un nome, ma una serie di ricordi riaccesi dalla riscoperta. Il 1997. Il viaggio in Canada, giusto dopo il primo anniversario della loro unione. E in quel viaggio: la multa per eccesso di velocità, il freddo gelido e la delusione per non essere riusciti ad avvistare neanche una balena. Ma più di ogni altra cosa, la memoria di quella vacanza tornava a illuminarsi in una passeggiata tra parchi e panchine di Victoria, e in una visione, e il conseguente acquisto, di una deliziosa gabbia per uccelli, scelta tra una buona dozzina in esposizione sulla staccionata di una piccola casa. Dodici anni dopo, la gabbia non esisteva più, scalfita senza rimedio dal clima della California del Sud, e il nome dell’uomo che l’aveva costruita e venduta ai coniugi Knauss riaffiorava dal passato in un bigliettino che aveva viaggiato con la scatola della gabbia.
Ora, Greg Knauss è un professionista del Web, è uno sviluppatore di siti e applicazioni, è anche uno scrittore, ma per fare quello che ha fatto lui, dopo che la moglie aveva riaperto quel cassetto dimenticato, non c’è bisogno di essere un web designer, né di saper scrivere un libro. Greg Knauss ha fatto quello che molti di noi avrebbero fatto, nell’anno 2009, spinti dall’emotività di un ricordo felice: è andato al computer e ha digitato su Google ‘Art Braaten’, per scoprire che l’uomo con cui lui e sua moglie avevano non semplicemente concluso un affare ma trascorso un tempo amabile di una vacanza memorabile era morto due anni dopo il loro incontro. Art Braaten gli aveva parlato del cancro al colon e dei quaranta anni insieme a sua moglie, ma Greg, una volta tornato nella sua casa in California, a una vita e duemila chilometri di distanza da Victoria, Canada, non avrebbe mai saputo niente di più.
Una pagina web di un avviso funebre, invece, riemersa come il bigliettino da visita da un archivio in attesa continua di essere rovistato, gli raccontava adesso la vita e la morte di quell’uomo, il suo amore per la moglie Grace e i due figli, la passione per la pesca, i viaggi a Las Vegas, la pensione e le gabbie per gli uccelli, la malattia, la terapia e gli ultimi giorni insieme ai suoi cari, sempre da “uomo gentile e con un buon sense of humour”.
Parafrasando Chris Anderson, si potrebbe parlare di una ‘Coda Lunga della memoria’: Amazon e in genere tutti gli altri modelli digitali di mercato di successo, da iTunes a Netflix, passando per Rhapsody, generano una parte rilevante di profitto dai titoli di secondo piano, libri, canzoni, film trascurati e/o dimenticati che nessun negozio fisico potrebbe permettersi il lusso di conservare negli scaffali, in quanto sottrarrebbero letteralmente il posto ai titoli di successo che garantiscono la grande percentuale degli introiti. Nel momento in cui il negozio di atomi interrompe bruscamente la sua curva di vendita in coincidenza dell’ultimo greatest hit, il negozio di bit la prosegue, con numeri assoluti ovviamente inferiori ma costanti nel tempo, tanto che per fare un esempio più della metà delle vendite dei libri di Amazon avviene al di fuori dei grandi successi, che in una libreria fisica come Barnes&Noble significano un mercato composto da un numero di centotrentamila titoli.

You can find everything out there on the Long Tail. There’s the back catalog, older albums still fondly remembered by longtime fans or rediscovered by new ones. There are live tracks, B-sides, remixes, even (gasp) covers. There are niches by the thousands, genre within genre within genre: Imagine an entire Tower Records devoted to ’80s hair bands or ambient dub. There are foreign bands, once priced out of reach in the Import aisle, and obscure bands on even more obscure labels, many of which don’t have the distribution clout to get into Tower at all.

Nella stessa identica maniera, da diciassette anni, la Rete si accresce di siti, blog, pagine, note, documenti e articoli che generano un traffico di pochi e ininfluenti (da un punto di vista commerciale) navigatori, ma tutti insieme vanno a depositarsi in un fondo della memoria che resta in stand-by, dormiente, fino a quando una ricerca serendipitica che parte da un rettangolino di carta impolverato non la attiva assegnandogli un senso nella ricomposizione di un ricordo e nella ricostruzione di una storia personale che si intreccia con altre storie personali.

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Verso l’informatica culturale?

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Sulla mia to do list campeggiava da oltre un mese la promessa di fare un post sull’articolo di Gregory Crane, David Bamman e Alison Jones ePhilology: when the books talk to their readers, pubblicato in quel fondamentale strumento che è il Companion to Digital Humanties. L’articolo in sé non è né originale né particolarmente esaustivo. Si tratta di un’onesta panoramica su metodologie e risorse informatiche per lo studio dei classici, abbastanza concentrata su ciò che è stato prodotto negli USA. Cuore dell’argomentazione, anticipata nel titolo, è l’ipotesi che la tecnologia in questo settore si stia evolvendo verso un modello in cui le macchine apprendono dagli input degli utenti. E attraverso l’analisi continua del feedback i software sarebbero in grado di incidere sullo stesso atto di lettura, modificando le caratteristiche del processo ermeneutico.

Non v’è dubbio che Gregory Crane sia un vecchio computing humanist e che sappia il fatto suo. Oltre ad aver creato la monumentale biblioteca digitale di classici Perseus, questo studioso è dotato di una visione culturale e “politica” che manca del tutto nelle nostre facoltà umanistiche (e non solo). A parte la discutibile affermazione che “all philological inquiry, whether classical or otherwise, is now a special case of corpus linguistics”, nelle conclusioni gli autori introducono l’interessante concetto di cultural informatics:

“ePhilology is part of a larger, cultural informatics: ePhilology represents one particular approach to a comprehensive analysis of earlier culture: we may center our attention on words, but our questions will soon lead us to the evidence of material culture. Classics may be big enough to sustain its own classical informatics, but we would be much better served by contributing to a larger cultural informatics.”

Qualche tempo fa avevo cercato di esprimere in modo assai meno efficace un concetto simile, parlando della filologia come “interfaccia della cultura”. Tuttavia all’epoca non avevo ancora esplorato le potenzialità dei cultural studies che oggi mi appaiono centrali anche per una revisione dei fondamenti dell’informatica umanistica. Nel commento al post precedente citavo la scoperta del filone etnografico capitanato da Wesch. Etnografia e studi culturali a mio avviso sono oggi l’alleato più potente per ridefinire la mappa concettuale e teorica delle Digital Humanities. Per fare ciò, ovvero per applicare un ethos etnografico all’informatica umanistica, occorre però andare oltre il feticcio del “documento” che ha appiattito gli oggetti culturali sulle loro rappresentazioni (vedi XML-TEI). In un classico dell’etnografia della cultura, James Clifford scriveva:

“[la cultura va considerata] come composta di codici e rappresentazioni in profondo contrasto fra di loro. [...] Il loro interesse [dei saggi raccolti nel volume da lui curato] per la costruzione del testo e la dimensione retorica vuole porre in evidenza la natura costruita e artificiale delle descrizioni culturali.” (J. Clifford, “Introduzione: verità parziali”, in J Clifford / G. E. Marcus, Scrivere le culture, Roma, Meltemi, 1997 [1986 ed. or.], p. 26)

Come ho cercato di mostrare in un intervento recente dedicato alla semiotica della codifica, anche la rappresentazione digitale non sfugge a questo regola: “I linguaggi di markup possono essere considerati, sia dal punto di vista intrinseco che estrinseco, vere e proprie ‘metalingue’ capaci di rappresentare e tradurre la conoscenza”. La semiotica della cultura di Lotman e Uspenskij può esserci di aiuto “per definire le basi di una teoria ‘culturale’ della codifica digitale, ovvero dei modi e delle forme in cui gli strumenti di digitalizzazione sviluppano, traducono e modificano i meccanismi della memoria e delle identità culturali.”

Tornando a Crane & c., la loro ipotesi di fusione istituzionale fra esigenze umanistiche e competenze informatiche fa sorgere alcune domande. Che cosa accadrà alle scienze del testo (di cui la filologia rappresenta il nucleo fondativo) quando il testo esisterà solo in formato digitale? Oggi la filologia si dedica alla conservazione e diffusione dei contenuti nati nel mondo della carta; ma la filologia del futuro sarà questo? A essere pessimisti, l’introduzione del termine cultural informatics potrebbe anche essere interpretato come l’ammissione di una sconfitta. La domanda da farsi infatti è: tra cinquanta anni chi farà ricerca in campo umanistico? Temo che in un tempo più breve di quello che pensiamo filologi, linguisti, glottologi, ecc. superstiti saranno tutti informatici. O semplicemente non saranno.

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