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	<title>Infolet - Informatica e letteratura &#187; digital humanities</title>
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		<title>27 marzo: un altro giorno da umanisti digitali</title>
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		<pubDate>Wed, 21 Mar 2012 12:29:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Sordi</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Giunto alla quarta edizione, il Day of Digital Humanities si svolgerà quest&#8217;anno il prossimo martedì 27 marzo 2012. La giornata, che vede tra i fondatori Geoffrey Rockwell e si svolge per la prima volta sotto l&#8217;egida di centerNet, è un esperimento che riunisce docenti, ricercatori, studiosi e studenti in tanti blog individuali creati per l&#8217;occasione, per [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Giunto alla quarta edizione, il <a title="Day of DH 2012" href="http://tapor.ualberta.ca/taporwiki/index.php/Day_in_the_Life_of_the_Digital_Humanities_2012">Day of Digital Humanities</a> si svolgerà quest&#8217;anno il prossimo martedì <strong>27 marzo 2012</strong>.</p>
<p><a href="http://dayofdh2012.artsrn.ualberta.ca/register/"><img class="alignleft size-thumbnail wp-image-1044" src="http://infolet.it/files/2012/03/logo1-150x150.png" alt="" width="150" height="150" /></a>La giornata, che vede tra i fondatori <a title="Il sito di Geoffrey Rockwell" href="http://www.geoffreyrockwell.com/">Geoffrey Rockwell</a> e si svolge per la prima volta sotto l&#8217;egida di <a title="centerNet: An international network of digital humanities centers" href="http://digitalhumanities.org/centernet/">centerNet</a>, è un esperimento che riunisce docenti, ricercatori, studiosi e studenti in tanti blog individuali creati per l&#8217;occasione, per raccontare un giorno tipo della vita di un (una) umanista digitale. L&#8217;idea è quella di offrire una risposta aggregata e collettiva, per quanto approssimativa e certo non definitiva, alla domanda: <a title="Cosa sono le digital humanities?" href="http://tapor.ualberta.ca/taporwiki/index.php/How_do_you_define_Humanities_Computing_/_Digital_Humanities%3F">cosa fanno realmente gli umanisti digitali?</a> Chi intende partecipare alla narrazione, scrivendo almeno tre post, eventualmente arricchiti da fotografie e altre risorse, e leggendo (e magari commentando) i post degli altri partecipanti, può preparare il proprio blog <a title="Registrazione a Day of DH 2012" href="http://dayofdh2012.artsrn.ualberta.ca/register/">registrandosi all&#8217;evento</a>.</p>
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		<title>Steve Busa e Padre Jobs</title>
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		<pubDate>Wed, 09 Nov 2011 19:00:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Domenico Fiormonte</dc:creator>
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		<description><![CDATA[I giorni successivi alla scomparsa di Steve Jobs i media di tutto il mondo hanno dedicato le loro copertine, spesso apologetiche, alla figura e all&#8217;opera del co-fondatore di Apple.  Difficile sminuire i meriti di Jobs, ma quando i media beatificano qualcuno (o qualcosa) è spesso per ragioni autoreferenziali (i media che parlano dei media) o [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://infolet.it/files/2011/11/busa-card.jpg"><img class="size-medium wp-image-966 alignleft" src="http://infolet.it/files/2011/11/busa-card-300x200.jpg" alt="Una cartolina autografa di Padre Busa" width="300" height="200" /></a></p>
<p>I giorni successivi alla scomparsa di Steve Jobs i media di tutto il mondo hanno dedicato le loro <a href="https://pdf.internazionale.it/extra/supplemento_919.pdf" target="_blank">copertine</a>, spesso apologetiche, alla figura e all&#8217;opera del co-fondatore di Apple.  Difficile sminuire i meriti di Jobs, ma quando i media beatificano qualcuno (o qualcosa) è spesso per ragioni autoreferenziali (i media che parlano dei media) o emotive proporzionali all&#8217;impatto immediato che un certo fenomeno ha (o avrebbe, secondo i media) sulla società. Questa sovraesposizione è collegata anche al fervore quasi mistico dei fan della Mela, probabilmente il frutto principale della geniale creatività commerciale di Jobs: riuscire a <em>inventare</em> e <em>formare</em> i suoi consumatori. I 16 milioni di iPhone venduti nel mondo nella prima parte del 2011 non sono certo pochi, ma  rappresentano in fondo una piccola percentuale degli oltre 428 milioni di telefoni cellulari venduti nel 2011: segno che i prodotti di Apple sono ancora strumenti di <em>élite</em> (e da qui anche l&#8217;interesse dei media).</p>
<p>E&#8217; quanto <a href="http://infolet.it/files/2011/11/tre-appunti-su-jobs-cultura-e-informatica.pdf">ho sostenuto</a> lo scorso 19 ottobre a Roma Tre nel seminario <a href="http://nbtimes.it/prime/12708/leredita-di-steve-jobs-se-ne-dibatte-alluniversita-roma-tre.html" target="_blank">&#8220;L&#8217;eredità di Steve Jobs e il futuro dell&#8217;informatica&#8221;</a>, ricordando fra l&#8217;altro la figura di un altro <em>guru</em> recentemente scomparso, Padre Roberto Busa, il gesuita che nel 1949 si mise in testa di usare i calcolatori per analizzare l&#8217;opera di Tommaso D&#8217;Aquino. Fu grazie a lui che nacque la linguistica computazionale, vale a dire l&#8217;idea di trattare il linguaggio naturale con le macchine digitali. Ed è a lui che è intitolato un prestigioso premio internazionale, il <a href="http://www.allc.org/awards/busa-award" target="_blank"><em>Busa Award</em></a>, che ogni anno viene assegnato a un <em>digital humanist</em>, ovvero un umanista che si sia distinto nell&#8217;applicazione dell&#8217;informatica agli studi umanistici. Eppure quando è morto lo scorso 9 agosto (il 28 novembre avrebbe compiuto 98 anni) il solo quotidiano a ricordarlo adeguatamente è stato <a href="http://www3.lastampa.it/cronache/sezioni/articolo/lstp/415310/" target="_blank"><em>L&#8217;Osservatore Romano</em></a>. Il carismatico padre di Mac è stato sicuramente un personaggio indimenticabile, ma il Padre di Gallarate ha contribuito a costruire l&#8217;informatica così come la conosciamo oggi.</p>
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		<title>Dall&#8217;Informatica umanistica alle culture digitali. In memoria di GG</title>
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		<pubDate>Tue, 11 Oct 2011 19:53:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Domenico Fiormonte</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Giuseppe Gigliozzi]]></category>
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		<description><![CDATA[Il 28 ottobre 2011 ricorre il decennale della scomparsa di Giuseppe Gigliozzi. La sua figura di studioso e di docente ha rappresentato un punto di riferimento fondamentale per lo sviluppo dell&#8217;Informatica Umanistica in Italia. Con il suo lavoro ha contribuito sia alla riflessione teorica, sia alla dimensione sperimentale e applicativa, spaziando dal mondo, a lui [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://digilab.uniroma1.it/" target="_blank"><img class="alignleft size-medium wp-image-950" src="http://infolet.it/files/2011/10/digilab-home-300x175.jpg" alt="digilab home" width="300" height="175" /></a>Il 28 ottobre 2011 ricorre il decennale della scomparsa di Giuseppe Gigliozzi. La sua figura di studioso e di docente ha rappresentato un punto di riferimento fondamentale per lo sviluppo dell&#8217;Informatica Umanistica in Italia. Con il suo lavoro ha contribuito sia alla riflessione teorica, sia alla dimensione sperimentale e applicativa, spaziando dal mondo, a lui più vicino, degli studi letterari con metodologie informatiche a quello degli studi di archivistica e biblioteconomia digitale, fino alle prime riflessioni sulle nuove forme della cultura digitale.<br />
Ma, senza dubbio, l&#8217;eredità più importante che Giuseppe ha lasciato consiste nelle diverse generazioni di ricercatori che passando per il suo magistero hanno contribuito alla crescita dell’informatica umanistica  in Italia e non solo. Per ricordare la sua figura, <a href="http://digilab.uniroma1.it/" target="_blank">DigLab</a> &#8211; Mediateca delle Scienze umanistiche dell’Università di Roma La Sapienza e la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Roma Tor Vergata, con il patrocinio dell&#8217;<a href="http://www.umanisticadigitale.it" target="_blank">Associazione per l&#8217;Informatica Umanistica e la Cultura Digitale</a>,  organizzano un <a href="http://infolet.it/files/2011/10/Convegno-Gigliozzi.pdf">convegno</a> che si svolgerà nelle rispettive sedi nei giorni 27 e 28 ottobre.</p>
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		<title>Digital Humanities a Reading</title>
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		<pubDate>Sun, 04 Sep 2011 12:13:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Domenico Fiormonte</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Il 16 settembre si svolge all&#8217;Università di Reading un workshop introduttivo alle Digital Humanities. Fra i partecipanti alcuni nomi noti dell&#8217;informatica umanistica britannica, fra cui David Robey, Claire Warwick e James Cummings. Il seminario è organizzato da Tiziana Mancinelli, allieva della &#8220;scuola romana&#8221; di IU, alla quale vanno gli auguri e i complimenti di Infolet [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left"><a href="http://infolet.it/files/2011/09/dh-reading.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-930" src="http://infolet.it/files/2011/09/dh-reading-212x300.jpg" alt="" width="212" height="300" /></a>Il 16 settembre si svolge all&#8217;Università di Reading un <a title="programma DH at Reading" href="http://www.dhatreading.org.uk/programme/" target="_blank">workshop</a> introduttivo alle <em>Digital Humanities.</em> Fra i partecipanti alcuni nomi noti dell&#8217;informatica umanistica britannica, fra cui David Robey, Claire Warwick e James Cummings. Il seminario è organizzato da Tiziana Mancinelli, allieva della &#8220;scuola romana&#8221; di IU, alla quale vanno gli auguri e i complimenti di Infolet per questa iniziativa.</p>
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		<title>Il manifesto dei triennalisti (americani)</title>
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		<pubDate>Fri, 01 Jul 2011 23:29:16 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Domenico Fiormonte</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ogni tanto sento (ancora) dire da qualche studente/essa che le digital humanities le/gli &#8220;hanno aperto un mondo&#8221;. La cosa paradossalmente non è rara nemmeno fra i cosiddetti nativi digitali (ammesso che esistano). Lo testimonia questo Manifesto scritto da un gruppo di studenti undergraduate americani come attività di un corso della Bloomsburg University in Pennsylvania. Fra [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni tanto sento (ancora) dire da qualche studente/essa che le <em>digital humanities</em> le/gli &#8220;hanno aperto un mondo&#8221;. La cosa paradossalmente non è rara nemmeno fra i cosiddetti nativi digitali (ammesso che esistano). Lo testimonia questo <a href="http://humanistica.ualberta.ca/bloomsburg-u-undergraduate-manifesto-on-digital-humanities/" target="_blank">Manifesto</a> scritto da un gruppo di studenti <em>undergraduate</em> americani come attività di un <a href="http://stephanieschlitz.com/dh/about/" target="_blank">corso</a> della Bloomsburg University in Pennsylvania. Fra le altre cose scrivono gli studenti:<a href="http://stephanieschlitz.com/dh/about/" target="_blank"><img class="alignright size-medium wp-image-916" src="http://infolet.it/files/2011/07/2010-12-28-schlitz-course-banner-300x77.jpg" alt="" width="300" height="77" /></a></p>
<blockquote><p>Today, we need <strong>collaboration</strong>, not lectures; we need to learn <strong>concepts</strong>, not singular facts; we need <strong>networking and socialization</strong>, not isolation; we need <strong>interactive learning</strong>, not to sit back and listen. We need new <strong>outcome objectives</strong>, not standardized tests…<br />
The literary scholar will tell you what Howl<span style="color: #008000"><strong>*</strong></span> means; the historian will give you context on the sociopolitical climate of the time; the chemist will test for drug residue on the original manuscripts; the computer scientist will create a Java-enhanced website; all of them will transcribe those manuscripts in TEI-XML; and none of this will be done alone.</p></blockquote>
<p>Mi sembra un contributo molto lucido che andrebbe diffuso non solo fra i nostri studenti come incoraggiamento, ma direi soprattutto fra i docenti (come psicotropo?). Interessante il richiamo alla trasversalità della ricerca umanistica, data in un certo senso come acquisita. Ciò che un tempo chi si iscriveva a Lettere pensava essere il frutto del genio solitario, oggi può essere realizzato solo da team interdisciplinari. Un doppio colpo per le scienze umanistiche che vedono crollare sia il primato della sacralità individuale dell&#8217;atto creativo sia l&#8217;immagine di disciplina &#8220;incontaminata&#8221;, lontana dalle tensioni sociali, dai poteri e dalle tecniche.</p>
<p><em><span style="color: #008000"><strong>*</strong> Si tratta, presumibilmente, della poesia di Allen Ginsberg</span>.</em></p>
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		<title>Un giorno da umanista digitale</title>
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		<pubDate>Fri, 18 Mar 2011 18:35:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Paolo Sordi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[etnografia digitale]]></category>

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		<description><![CDATA[Come tradizione dal 2009, anche quest&#8217;anno si è svolto il Day in the Life of the Digital Humanities, un progetto curato dagli altri da Geoffrey Rockwell e ospitato dal TAPoR (Text Analysis Portal for Research) dell&#8217;Università di Alberta. Il Day of DH è un esperimento di blog collettivo che riunisce gli umanisti digitali (qualunque cosa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come tradizione dal 2009, anche quest&#8217;anno si è svolto il <a title="Day in the Life of Digital Humanities: cos'è" href="http://tapor.ualberta.ca/taporwiki/index.php/Day_in_the_Life_of_the_Digital_Humanities_2011">Day in the Life of the Digital Humanities</a>, un progetto curato dagli altri da <a title="Geoffrey Rockwell: sito personale" href="http://www.geoffreyrockwell.com/">Geoffrey Rockwell</a> e ospitato dal <a title="TAPoR: cos'è" href="http://tapor.ualberta.ca/taporwiki/index.php/Main_Page">TAPoR (Text Analysis Portal for Research)</a> dell&#8217;Università di Alberta.</p>
<p>Il Day of DH è un esperimento di blog collettivo che riunisce gli umanisti digitali (<a title="Chi è un umanista digitale?" href="http://tapor.ualberta.ca/taporwiki/index.php/How_do_you_define_Humanities_Computing_/_Digital_Humanities%3F">qualunque cosa questo significhi</a>) nello scrivere, per un giorno, un autoritratto dal quale possa ricavarsi un&#8217;identità etnografica, se possibile, delle digital humanities.</p>
<p>Questa è <a title="Day in the Life: tutti i blog" href="http://ra.tapor.ualberta.ca/~dayofdh2011/">la pagina che aggrega tutti i blog</a>, mentre questo, più modestamente, è <a title="Un giorno nella vita di Paolo Sordi" href="http://ra.tapor.ualberta.ca/~dayofdh2011/paolosordi/">il blog del sottoscritto</a>.</p>
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		<title>L&#8217;autunno caldo delle (digital) Humanities</title>
		<link>http://infolet.it/2010/11/21/lautunno-caldo-delle-digital-humanities/</link>
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		<pubDate>Sun, 21 Nov 2010 03:40:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Domenico Fiormonte</dc:creator>
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		<category><![CDATA[didattica]]></category>
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		<description><![CDATA[Negli ultimi due mesi gli effetti della crisi finanziaria globale hanno iniziato a colpire duro scuola e università. I tagli colpiscono un po&#8217; ovunque nel mondo occidentale e se in Francia, Regno Unito, Italia e Austria si scende in piazza (anche con scontri violenti, come abbiamo visto a Londra), il dibattito non è meno infuocato [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://infolet.it/files/2010/11/immagine-NYT.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-741" src="http://infolet.it/files/2010/11/immagine-NYT-203x300.jpg" alt="" width="203" height="300" /></a>Negli ultimi due mesi gli effetti della crisi finanziaria globale hanno iniziato a colpire duro scuola e università. I tagli colpiscono un po&#8217; ovunque nel mondo occidentale e se in Francia, <a href="http://www.guardian.co.uk/education/2010/oct/15/browne-review-universities-cuts" target="_blank">Regno Unito</a>, <a href="http://www.alfabeta2.it/2010/10/14/alfabeta2-numero-3-dal-15-ottobre/" target="_blank">Italia</a> e <a href="http://www.uniriot.org/uniriotII/index.php?option=com_content&amp;view=article&amp;id=2008:austria-university-burnsstill-again&amp;catid=132:euniriot&amp;Itemid=324" target="_blank">Austria</a> si scende in piazza (anche con scontri violenti, come abbiamo visto a <a href="http://www.bbc.co.uk/news/education-11726822" target="_blank">Londra</a>), il dibattito non è meno infuocato negli Stati Uniti o nel resto d&#8217;Europa. E come sempre accade nei  momenti di crisi, le scienze umane sono le prime a farne le spese.</p>
<p>La crisi delle <em>Humanities</em> in USA risale agli inizi degli Novanta, quando la Modern Language Association cominciò a  documentare il crollo nell&#8217;offerta dei posti di lingue e letterature moderne. Ma l&#8217;incattivimento neo-liberista degli ultimi anni indica un salto di qualità. Segnalo qui di seguito alcuni interventi che sembrano avere in comune una riflessione di fondo: il danno materiale della riduzione dei finanziamenti nasconde il dato ideologico, ovvero che sotto attacco è la stessa legittimità ad esistere dell&#8217;università in quanto luogo di produzione e trasmissione dei saperi.  In questo senso si esprimono lo storico Keith Thomas sul <em>Times Literary Supplement</em> (<a href="http://infolet.it/files/2010/11/what-are-university-for.pdf">What are university for?</a>) e Stanley Fish sul <em>New York Times </em>(<a href="http://opinionator.blogs.nytimes.com/2010/10/11/the-crisis-of-the-humanities-officially-arrives/" target="_blank">The crisis of the humanities officially arrives</a>), il quale non solo <a href="http://" target="_blank">spiega</a> come in molti casi i soldi delle tasse pagate dagli studenti di Humanities facciano campare il resto delle facoltà non-umanistiche, ma invita a non accontentarsi delle briciole (CRUI docet) e a sfidare politici e amministratori sul loro terreno:</p>
<blockquote><p>&#8220;And as you do this, drop the deferential pose, leave off being a<br />
petitioner and ask some pointed questions: Do you know what a university is, and if you don’t, don’t you think you should, since you’re making its funding decisions? Do you want a university — an institution that takes its place in a tradition dating back centuries — or do you want something else, a trade school perhaps? (Nothing wrong with that.) And if you do want a university, are you willing to pay for it, which means not confusing it with a profit center? And if you don’t want a<br />
university, will you fess up and tell the citizens of the state that<br />
you’re abandoning the academic enterprise, or will you keep on mouthing the pieties while withholding the funds?&#8221;</p></blockquote>
<p>Ma non tutti sono su questa linea. Per alcuni le responsabilità della crisi dell&#8217;università vanno ricercate al proprio interno. Così lo storico delle religioni della Columbia Marc C. Taylor, che in un articolo dal titolo significativo (<a href="http://www.nytimes.com/2009/04/27/opinion/27taylor.html?_r=1" target="_blank">End the University as We Know It</a>), invoca una serie di riforme lacrime e sangue, fra cui l&#8217;abolizione della <em>tenure</em> (assunzione a tempo indeterminato):  &#8221;initially intended to protect academic freedom, tenure has resulted in institutions with little turnover and professors impervious to change.&#8221;</p>
<p>In questo caos, inaspettatamente, si alzano voci in difesa delle Humanities addirittura fra gli <a href="http://bilbo.economicoutlook.net/blog/?p=12121" target="_blank">economisti</a>:</p>
<blockquote><p>&#8220;One of the vehicles the neo-liberals use to promote their anti-intellectual agenda is the false claims that governments are financially constrained. By appealing to this myth lots of questions about motivation are avoided. They promote the myth that some activity is “too expensive” or “not productive enough” and we are thus shoe-horned into that way of thinking. But I feel good knowing there are libraries full of books of poems and plays and stories and I know that sovereign government are not financially constrained. I might not be able to defend the quality of a poem but I can certainly explain how the monetary system works. So you poets and playwrights under threat – come aboard and learn about fiscal policy and the monetary system and spread the word.&#8221;</p></blockquote>
<p>E&#8217; evidente che le ragioni della crisi planetaria dell&#8217;università sono complesse, ma se i governi non hanno timore di tagliare senza pietà l&#8217;educazione pubblica è perché una larga fetta di società è indifferente o apertamente ostile al sistema di formazione. Opporsi a un&#8217;idelogia liberista che giunta al capolinea mostra i suoi aspetti più violenti è nostro dovere, ma come possiamo rispondere a quell&#8217;ostilità? A mio parere non si tratta solo della crisi di un modello sociale, come scrive <a href="http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/11/11/il-modello-perduto.html" target="_blank">Luciano Gallino</a>, ma di un intero sistema di valori, riferimenti e identità culturali. Ci possiamo stracciare le vesti di fronte a questo fenomeno, ma sarebbe troppo facile cavarsela con la solita accusa di apatia nei confronti della società: se la massa non reagisce di fronte allo smantellamento dell&#8217;istruzione è anche perché è insoddisfatta di come l&#8217;istruzione funziona. Nostro dovere è allora anche cominciare a pensare ad alternative per rispondere a questa crisi di legittimità. Andrew Prescott, in un recente contributo su <a href="http://www.digitalhumanities.org/humanist/Archives/Current/Humanist.vol24.txt" target="_blank">Humanist</a>, sottolineava come le Digital Humanities possano svolgere un ruolo trainante in questa fase di crisi, coagulando le &#8220;migliori difese&#8221; contro le argomentazioni che attribuiscono scarsa utilità alle discipline umanistiche. E&#8217; un fatto che la novità rappresentata dalle Digital Humanities stia ricevendo <a href="http://www.nytimes.com/2010/11/17/arts/17digital.html?pagewanted=2&amp;_r=2&amp;hp" target="_blank">una crescente</a> visibilità, ma a mio parere la vera carica rivoluzionaria di questo ibrido disciplinare non risiede solo nella facoltà di produrre risultati scientifici originali, ma nella capacità di creare un nuovo <em>epistème </em> che scompigli i tradizionali recinti accademici e mandi in frantumi il tradizionale e ormai inservibile modello docente/emittente &#8211; destinatario/allievo. Investire nelle Digital Humanities allora non vorrà più dire salvare le scienze umane dall&#8217;estinzione accademica, ma rilanciare il loro ruolo nella società.</p>
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		<title>Welcome to CIberalia</title>
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		<pubDate>Sat, 10 Jul 2010 16:42:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Domenico Fiormonte</dc:creator>
				<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Segnalazioni & Eventi]]></category>
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		<description><![CDATA[Si è concluso ieri a San Lorenzo del Escorial il corso estivo &#8220;El texto digital ante la encrucijada del libro electrónico y del hipertexto&#8221;, organizzato da José Manuel Lucía Megías e Mercedes López Suárez dell&#8217;Università Complutense di Madrid. L’evento non è stato solo l’occasione per fare il punto sull’informatica umanistica in Spagna, ma ha coinvolto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://infolet.it/files/2010/07/Escorial.JPG"><img class="alignleft size-medium wp-image-720" title="Escorial" src="http://infolet.it/files/2010/07/Escorial-225x300.jpg" alt="Escorial" width="225" height="300" /></a>Si è concluso ieri a San Lorenzo del Escorial il corso estivo &#8220;El texto digital ante la encrucijada del libro electrónico y del hipertexto&#8221;, organizzato da José Manuel Lucía Megías e Mercedes López Suárez dell&#8217;Università Complutense di Madrid. L’evento non è stato solo l’occasione per fare il punto sull’informatica umanistica in Spagna, ma ha coinvolto istituzioni, editori, imprese, studiosi e anche autori in quattro giorni di conferenze e tavole rotonde sul presente e il futuro dei nuovi formati e generi del testo digitale. E’ prevista la pubblicazione degli atti e dunque ci sarà tempo per riflettere sui singoli contributi, ma dico subito che ho trovato interessante la tensione fra il punto di vista di istituzioni (<a href="http://www.mcu.es/libro/" target="_blank">Dirrección General del Libro, Archivos y Bibliotecas</a>; <a href="http://www.ucm.es/BUCM/atencion/5761.php" target="_blank">Biblioteca Digital Complutense</a>), editori (Santillana) e imprese (Google, Telefónica, ecc.) e i creatori di contenuti digitali (<a href="http://www.domenicochiappe.com" target="_blank">Doménico Chiappe</a>): i primi impegnati nel disegnare contenitori, modelli di business e in definitiva “regole di gestione”, i secondi nell’esplorare le possibilità offerte dalla convergenza mediale e consapevoli che l’opera digitale sfugge non solo alle classificazioni degli studiosi, ma anche ai tentativi di governi e aziende di regolamentarne confini e accessi. Si tratta ovviamente di problemi aperti e di difficile soluzione con gli attuali strumenti concettuali (tutti ereditati da Gutenberg), ma la mia impressione è che i secondi abbiano le idee molto più chiare dei primi.</p>
<p>Mi ha inoltre colpito la qualità degli interventi dei colleghi spagnoli: Laura Borrás e Dolores Romero hanno offerto un panorama estremamente interessante sia delle opere della <a href="http://www.hermeneia.net/" target="_blank">letteratura digitale</a> sia delle riflessioni teoriche in questo campo. La vitalità del panorama ispanico trova insomma conferma in queste giornate, articolate in modo sapiente da José Manuel Megías. Nelle mie <a href="http://infolet.it/files/2010/07/Humanista_digital2010.pdf">proposte conclusive</a>, oltre a riassumere la storia e le tendenze attuali delle <em><a href="http://tcp.hypotheses.org" target="_blank">Digital Humanities</a></em>, ho auspicato la creazione di una rete ibero-italiana di informatica umanistica. Da molto tempo infatti sostengo la necessità di federare le lingue romanze, non solo per evidenti ragioni di affinità culturale, ma poter realizzare proposte e progetti comuni in un campo in cui gran parte della tecnologia e del software è made in USA e le principali organizzazioni internazionali sono dominate dalla componente anglo-americana. Senza assumere una volontà di potenza da parte dei nostri colleghi d’oltre oceano (e d’oltre Manica), è urgente che l’identità romanza si doti di propri strumenti e propri luoghi di riflessione. Come scriveva già dieci anni fa <a href="http://jamillan.com/librosybitios/" target="_blank">José Antonio Millán</a>, se “las redes son las autopistas de los flujos de bienes y servicios digitales… las tecnologías serán los peajes obligatorios” (<em>Internet y el español</em>, Fundación Retevision, Madrid, 2001, p. 141). Il rischio, in un futuro non troppo lontano, è che saremo obbligati a pagare per poter utilizzare le nostre lingue.</p>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Si è concluso ieri a San Lorenzo del Escorial il corso estivo &#8220;El texto digital ante la encrucijada del libro electrónico y del hipertexto&#8221;, organizzato da José Manuel Lucía Megías e Mercedes López Suárez dell&#8217;Università Complutense di Madrid. L’evento non è stato solo l’occasione per fare il punto sull’informatica umanistica in Spagna, ma ha coinvolto istituzioni, editori, imprese, studiosi e anche autori in quattro giorni di conferenze e tavole rotonde sul presente e il futuro dei nuovi formati e generi del testo digitale. E’ prevista la pubblicazione degli atti e dunque ci sarà tempo per riflettere sui singoli contributi, ma dico subito che ho trovato interessante la tensione fra il punto di vista di istituzioni (Dirrección General del Libro, Archivos y Bibliotecas; Biblioteca Digital Complutense), editori (Santillana) e imprese (Google, Telefónica, ecc.) e i creatori di contenuti digitali (Domenico Chiappe): i primi impegnati nel disegnare contenitori, modelli di business e in definitiva “regole di gestione”, i secondi nell’esplorare le possibilità offerte dalla convergenza mediale e consapevoli che l’opera digitale sfugge non solo alle classificazioni degli studiosi, ma anche ai tentativi di governi e aziende di regolamentarne confini e accessi. Si tratta ovviamente di problemi aperti e di difficile soluzione con gli attuali strumenti concettuali (tutti ereditati da Gutenberg), ma la mia impressione è che i secondi abbiano le idee molto più chiare dei primi.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Mi ha inoltre colpito la qualità degli interventi dei colleghi spagnoli: Laura Borrás e Dolores Romero hanno offerto un panorama estremamente interessante sia della letteratura digitale sia delle riflessioni teoriche in questo campo. La vitalità del panorama ispanico trova insomma conferma in queste giornate, articolate in modo sapiente da José Manuel Megías. Nelle mie proposte conclusive, oltre a riassumere la storia e le tendenze attuali delle Digital Humanities, ho auspicato la creazione di una rete ibero-italiana di informatica umanistica. Da molto tempo infatti sostengo la necessità di federare le lingue romanze, non solo per evidenti ragioni di affinità culturale, ma poter realizzare proposte e progetti comuni in un campo in cui gran parte della tecnologia e del software è made in USA e le principali organizzazioni internazionali sono dominate dalla componente anglo-americana. Senza assumere una volontà di potenza da parte dei nostri colleghi d’oltre oceano (e d’oltre Manica), è urgente che l’identità romanza si doti di propri strumenti e propri luoghi di riflessione. Come scriveva già dieci anni fa José Antonio Millán, se “las redes son las autopistas de los flujos de bienes y servicios digitales… las tecnologías serán los peajes obligatorios” (Internet y el español, Fundación Retevision, Madrid, 2001, p. 141). Il rischio, in un futuro non troppo lontano, è che saremo forzati a pagare per poter utilizzare la nostre lingue.</div>
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		<title>&#8220;The big thing&#8221; è già qui</title>
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		<pubDate>Wed, 06 Jan 2010 23:07:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Domenico Fiormonte</dc:creator>
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		<category><![CDATA[digital humanities]]></category>
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		<description><![CDATA[Tito Orlandi (che ringrazio) mi segnala questo interessante articolo pubblicato dal Chronicle of Higher Education. Si tratta di una cronaca dell&#8217;ultimo convegno della Modern Language Association, dove le Digital Humanities, secondo l&#8217;autore, si avviano a diventare &#8220;the next big thing&#8221;. La conferenza MLA, la grande kermesse statunitense dedicata agli studi di lingua e letteratura, si è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tito Orlandi (che ringrazio) mi segnala questo interessante <a href="http://chronicle.com/blogPost/The-MLAthe-Digital/19468/" target="_blank">articolo</a> pubblicato dal <em><a href="http://chronicle.com/" target="_blank">Chronicle of Higher Education</a></em>. Si tratta di una cronaca dell&#8217;ultimo convegno della Modern Language Association, dove le Digital Humanities, secondo l&#8217;autore, si avviano a diventare &#8220;the next big thing&#8221;. La conferenza MLA, la grande kermesse statunitense dedicata agli studi di lingua e letteratura, si è infatti sempre dimostrata abbastanza scettica nei confronti delle novità tecnologiche. Ma le cose cambiano &#8211; a volte molto in fretta. Fra tante luci, anche qualche ombra, che rivela problemi comuni al di qua e al di là dell&#8217;atlantico: per esempio lo spinoso e tuttora irrisolto problema del riconoscimento dei prodotti digitali della ricerca. Nonché la questione delle difficoltà di inserimento delle nuove generazioni di ricercatori &#8220;nativi digitali&#8221;:</p>
<blockquote><p>At the very moment when our profession needs revitalization and willingness to embrace chance, we have shut out the generation that is poised to provide it, and most of them will have to take their skills and enthusiasm elsewhere.</p></blockquote>
<p>La domanda sorge spontanea: se i nostri giovani ricercatori fuggono dall&#8217;Italia, magari proprio per andare in USA, dove emigreranno quelli statunitensi? Assisteremo fra qualche anno a una migrazione da nord a sud, o meglio da centro a periferia? Sarà mica un segnale che anche le polarità geo-culturali, grazie alle nuove tecnologie, si stanno allentando?</p>
<p>C&#8217;è di che riflettere in questo inizio 2010.</p>
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		<title>Associazione sì, ma con anima</title>
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		<pubDate>Mon, 04 Jan 2010 17:43:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Domenico Fiormonte</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Fabio Ciotti]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Gigliozzi]]></category>
		<category><![CDATA[informatica umanistica]]></category>

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		<description><![CDATA[Il 17 dicembre si è svolta a Firenze la riunione organizzata dalla Fondazione Rinascimento Digitale per discutere la creazione di un&#8217;associazione di Informatica Umanistica. La partecipazione è stata ampia e fra mattina e primo pomeriggio hanno parlato circa una ventina di persone provenienti da aree geografiche, esperienze e settori disciplinari diversi. Ciascuno ha avuto a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il 17 dicembre si è svolta a Firenze la <a href="http://www.rinascimento-digitale.it" target="_blank">riunione</a> organizzata dalla Fondazione Rinascimento Digitale per discutere la creazione di un&#8217;associazione di Informatica Umanistica. La partecipazione è stata ampia e fra mattina e primo pomeriggio hanno parlato circa una ventina di persone provenienti da aree geografiche, esperienze e settori disciplinari diversi. Ciascuno ha avuto a disposizione circa cinque minuti per esporre le sue idee. In tale contesto è evidente che tutti abbiamo cercato elementi di convergenza, convinti come siamo della necessità di creare questa associazione sulla base – passatemi il termine in voga – di “larghe intese”. Tuttavia in cinque minuti non era possibile articolare una posizione. E dunque credo sia renda necessario, in vista anche della stesura dello statuto, un approfodimento della discussione, da portare avanti in varie forme (forum, mailing list, questo blog, ecc.).</p>
<p>Le riflessioni che seguono riprendono sia alcuni dei temi toccati negli interventi fiorentini sia un recente scambio di mail (ancora in corso) fra i vari partecipanti.</p>
<p>1) Mi pareva fosse chiaro sia dalle premesse (Tammaro, Bozzi) sia da molti interventi (Ciotti, ecc.), che l’associazione dovesse nascere il più possibile aperta verso ogni disciplina e ogni settore di ricerca. Il nome proposto è (era) infatti &#8220;Rete italiana per la cultura umanistica digitale&#8221;. Tuttavia, dopo aver letto alcune mail di colleghi e colleghe, credo sia il momento di domandarsi qual è il significato che ciascuno di noi assegna al termine &#8220;cultura digitale&#8221;. A Firenze è sembrato evidente che per alcuni (e la cornice in cui si svolgeva l&#8217;evento rafforza quest&#8217;impressione) tale &#8220;cultura digitale&#8221; si identifichi o tenda a identificarsi con la produzione e gestione di archivi, biblioteche e <em>repositories</em> digitali e con il suo vasto “indotto” (penso ad es. all’analisi dei contenuti, es. <a href="http://portal.tapor.ca/" target="_blank">TAPoR</a>). E&#8217; vero che al momento il settore archivistico-bibliotecario ha assunto una funzione di traino nei confronti di ciò che chiamiamo informatica umanistica, ma a mio parere le <em>digital humanities</em> non sono né possono essere solo questo. Tanto per dirne una: la progettazione (e la riflessione su) degli strumenti di insegnamento riguarda gli specifici settori che ne fanno uso (dall’insegnamento delle lingue alla didattica della geografia o della storia), gli informatici oppure entrambi? E secondo quali percentuali?</p>
<p>2) Nel mio intervento ho cercato di spiegare che qualsiasi iniziativa vogliamo intraprendere non può non tenere conto del futuro, ovvero dell&#8217;investimento sui giovani. La domanda allora è: quali sono gli strumenti con cui dovremmo formare le nuove generazioni? Di qui la proposta di riflettere su un sillabo di IU e censire tutte le attività formative sul territorio nazionale. E tuttavia a che cosa attribuire la debolezza accademica dell&#8217;informatica umanistica se non all&#8217;assenza di un SSD di Informatica Umanistica (o comunque lo si voglia chiamare)? Sebbene sia in atto una riorganizzazione generale dei settori discplinari, va trovato un modo per garantite un futuro a questa disciplina o insieme di discipline, pensando alla progettazione di un dottorato e al rilancio e al consolidamento delle lauree magistrali. Per fare questo non possiamo escludere dall&#8217;orizzonte la creazione del gruppo disciplinare autonomo. Non solo non credo che questo sia in contraddizione con l&#8217;interdisciplinarietà, ma anzi ritengo che, almeno in Italia, questo sia l&#8217;unico modo per costruire uno spazio genuinamente interdisciplinare e libero da ipoteche. D&#8217;altra parte è sempre stato così: non solo la prima cattedra di Informatica in Italia risale agli anni Sessanta, ma ricordo che stessa sorte è toccata alla Sociologia, osteggiata fin dall&#8217;inizio sia dagli umanisti (filosofi, pedagogisti, ecc.) che dagli &#8216;scienziati&#8217; (psicologi, ecc.).</p>
<p>3) Mi dispiace che a Firenze nessuno abbia ricordato che nel 2003 preparammo un <a href="http://www.lingue.unitus.it//docenti/informatica/appello/" target="_blank">documento</a> che venne firmato da oltre 180 docenti, ricercatori ed esperti che riassumeva le caratteristiche principali dell&#8217;informatica umanistica. Questo documento avrebbe potuto essere una prima base di discussione ed evitare molte confusioni e molti fraintendimenti. Tuttavia per qualche motivo nessuno &#8211; me incluso &#8211; lo ha citato. <em>Mea culpa</em>. Il rispetto per la storia, inclusa la propria, è molto importante quando ci accingiamo a costruire qualcosa di nuovo.</p>
<p>4) Il problema dell’interdisciplinarietà è stato lo spettro che si aggirava per i soffitti dell&#8217;elegante sala della Casa di Dante. A tale proposito, nell’intervento di Maristella Agosti, docente di ingegneria alla Facoltà di Lettere di Padova, mi hanno colpito tre cose: a) l’affermazione che l’informatica umanistica probabilmente non esiste; b) la proposta che il convegno della neonanda associazione si svolgesse in appendice al convegno nazionale sulle biblioteche digitali (non ricordo esattamente quale); c) la rivendicazione di una presenza degli ingegneri in seno al MIBAC. Forse non rendo giustizia alle generose aperture della collega, ma credo che a) lo spazio di ricerca e riflessione creato da un piccolo gruppo di pionieri (italiani e non) negli ultimi trenta-quarant&#8217;anni sia diventato talmente importante che oggi persino gli ingegneri se ne occupano e lo rivendicano come proprio; b) in tutto il mondo esistono programmi di insegnamento e ricerche che esplicitamente fanno riferimento a quella storia e a quelle persone (cfr. T. Numerico / D. Fiormonte / F. Tomasi, <em>L&#8217;umanista digitale</em>, <a href="http://infolet.it/files/2010/01/appendice.pdf">appendice</a>, Il Mulino, in stampa). Forse non abbiamo bisogno di un&#8217;altra &#8220;scatola&#8221;, ma certamente non possiamo rtienerci soddisfatti di quelle attuali. Però, in quale scatola disciplinare racchiudere progetti come la <a href="http://wh.rutgers.edu/" target="_blank">Writers House</a> o le <a href="http://www.noahwf.com/" target="_blank">opere</a> di Noah Wardrip Fruin e altri? A me pare che questi campi non solo debbano essere rappresentati all&#8217;interno dell&#8217;associazione, ma ne possano costituire un punto di forza.  La ricerca di successo è quasi sempre interdisciplinare (forse meta-disciplinare), ma questo è ancora più vero nel campo delle DH dove il DNA della ricerca nasce già, per così dire, &#8220;disciplinarmente modificato&#8221;. Mi dispiace ricorrere ancora a un&#8217;inelegante autocitazione, ma forse un ripasso può essere utile:</p>
<blockquote><p>I centri di ricerca, durante la Seconda guerra mondiale e negli anni immediatamente successivi ad essa, hanno creato uno spazio tra le discipline, una terra di nessuno nella quale, come disse Norbert Wiener, è stato possibile costruire l’innovazione. La nostra impressione è che i problemi etici, sociali, filosofici ed epistemologici siano stati tematizzati fin dalla nascita dell’informatica e siano stati presenti anche nel successivo passaggio innovativo: quando il computer fu rappresentato come uno strumento di comunicazione. Questa prospettiva comunicativa, che non esiteremmo a considerare rivoluzionaria, è stata alla base del concetto di interfaccia uomo-macchina e anche dell’idea di una rete di interconnessione tra tutte le macchine. A essa hanno contribuito personaggi come Vannevar Bush, J.C.R. Licklider, Robert Taylor, Douglas Engelbart, Ted Nelson, Donald Norman e altri. Costoro, o provenivano da una formazione di base in discipline umanistico-sociali, come Licklider, Taylor, Norman e Nelson, oppure avevano una profonda sensibilità che li spingeva a essere visionari nei confronti del futuro rapporto tra macchina e umanità. L’approccio umanistico ha quindi avuto un ruolo centrale nella storia dell’informatica. (T. Numerico / D. Fiormonte / F. Tomasi, <em>L&#8217;umanista digitale</em>, cit., p.9)</p></blockquote>
<p>Come osservava Federico Meschini, è ovvio che tutti noi abbiamo collaborato e collaboreremo sempre di più con informatici e ingegneri, ma non è questo il punto. Il punto è capire chi siamo e che cosa vogliamo <strong>noi</strong>, che in questa fase di transizione siamo immersi e che nella migliore delle ipotesi abitiamo quella &#8220;<a href="http://infolet.it/2009/10/11/nella-terra-di-nessuno/" target="_blank">terra di nessuno</a>&#8221; di cui parlava Norbert Wiener.</p>
<p>Io credo che se l’associazione nascerà <em>con</em> e <em>dalla</em> consapevolezza e – permettetemi – l’orgoglio del ruolo fondativo della cultura umanistica nella nascita e nello sviluppo del concetto di informatica, allora avrà un senso; ma se invece sarà un contenitore e vetrina di un particolare gruppo di discipline in cerca di legittimità o peggio uno territorio da colonizzare da parte di discipline (o altri poteri) “forti”, allora non andremo da nessuna parte. Non è infatti questa l’informatica umanistica che molti fra noi hanno contribuito a sviluppare. Ma soprattutto non è questa l’informatica umanistica che si sta diffondendo nel mondo, come testimonia la conferenza <a href="http://www.cch.kcl.ac.uk/dh2010/" target="_blank">DH</a>, dove a ogni nuova edizione si allarga il ventaglio delle discipline e della reciproca contaminazione, emergendo chiaramente l’impossibilità (e direi l’inutilità) di disegnare confini netti e presunte egemonie. Anzi dove è proprio obiettivo epistemologico primario dimostrare che questo tipo di ricerche, seppure partendo spesso da premesse metodologiche comuni, prosperano nelle fluide e poco canoniche dimensioni di confine.</p>
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