<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Infolet - Informatica e letteratura &#187; digital humanities</title>
	<atom:link href="http://infolet.it/tag/digital-humanities/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://infolet.it</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Mon, 12 Jul 2010 22:13:43 +0000</lastBuildDate>
	<generator>http://wordpress.org/?v=2.8.4</generator>
	<language>en</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
			<item>
		<title>Welcome to CIberalia</title>
		<link>http://infolet.it/2010/07/10/welcome-to-ciberalia/</link>
		<comments>http://infolet.it/2010/07/10/welcome-to-ciberalia/#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 10 Jul 2010 16:42:34 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Domenico Fiormonte</dc:creator>
				<category><![CDATA[Riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[Segnalazioni & Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[digital humanities]]></category>
		<category><![CDATA[humanidades digitales]]></category>
		<category><![CDATA[José Antonio Millán]]></category>
		<category><![CDATA[José Manuel Megías]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura digitale]]></category>
		<category><![CDATA[Mercedes López Suárez]]></category>
		<category><![CDATA[Spagna]]></category>
		<category><![CDATA[Universidad Complutense]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://infolet.it/?p=715</guid>
		<description><![CDATA[Si è concluso ieri a San Lorenzo del Escorial il corso estivo &#8220;El texto digital ante la encrucijada del libro electrónico y del hipertexto&#8221;, organizzato da José Manuel Lucía Megías e Mercedes López Suárez dell&#8217;Università Complutense di Madrid. L’evento non è stato solo l’occasione per fare il punto sull’informatica umanistica in Spagna, ma ha coinvolto [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://infolet.it/files/2010/07/Escorial.JPG"><img class="alignleft size-medium wp-image-720" title="Escorial" src="http://infolet.it/files/2010/07/Escorial-225x300.jpg" alt="Escorial" width="225" height="300" /></a>Si è concluso ieri a San Lorenzo del Escorial il corso estivo &#8220;El texto digital ante la encrucijada del libro electrónico y del hipertexto&#8221;, organizzato da José Manuel Lucía Megías e Mercedes López Suárez dell&#8217;Università Complutense di Madrid. L’evento non è stato solo l’occasione per fare il punto sull’informatica umanistica in Spagna, ma ha coinvolto istituzioni, editori, imprese, studiosi e anche autori in quattro giorni di conferenze e tavole rotonde sul presente e il futuro dei nuovi formati e generi del testo digitale. E’ prevista la pubblicazione degli atti e dunque ci sarà tempo per riflettere sui singoli contributi, ma dico subito che ho trovato interessante la tensione fra il punto di vista di istituzioni (<a href="http://www.mcu.es/libro/" target="_blank">Dirrección General del Libro, Archivos y Bibliotecas</a>; <a href="http://www.ucm.es/BUCM/atencion/5761.php" target="_blank">Biblioteca Digital Complutense</a>), editori (Santillana) e imprese (Google, Telefónica, ecc.) e i creatori di contenuti digitali (<a href="http://www.domenicochiappe.com" target="_blank">Doménico Chiappe</a>): i primi impegnati nel disegnare contenitori, modelli di business e in definitiva “regole di gestione”, i secondi nell’esplorare le possibilità offerte dalla convergenza mediale e consapevoli che l’opera digitale sfugge non solo alle classificazioni degli studiosi, ma anche ai tentativi di governi e aziende di regolamentarne confini e accessi. Si tratta ovviamente di problemi aperti e di difficile soluzione con gli attuali strumenti concettuali (tutti ereditati da Gutenberg), ma la mia impressione è che i secondi abbiano le idee molto più chiare dei primi.</p>
<p>Mi ha inoltre colpito la qualità degli interventi dei colleghi spagnoli: Laura Borrás e Dolores Romero hanno offerto un panorama estremamente interessante sia delle opere della <a href="http://www.hermeneia.net/" target="_blank">letteratura digitale</a> sia delle riflessioni teoriche in questo campo. La vitalità del panorama ispanico trova insomma conferma in queste giornate, articolate in modo sapiente da José Manuel Megías. Nelle mie <a href="http://infolet.it/files/2010/07/Humanista_digital2010.pdf">proposte conclusive</a>, oltre a riassumere la storia e le tendenze attuali delle <em><a href="http://tcp.hypotheses.org" target="_blank">Digital Humanities</a></em>, ho auspicato la creazione di una rete ibero-italiana di informatica umanistica. Da molto tempo infatti sostengo la necessità di federare le lingue romanze, non solo per evidenti ragioni di affinità culturale, ma poter realizzare proposte e progetti comuni in un campo in cui gran parte della tecnologia e del software è made in USA e le principali organizzazioni internazionali sono dominate dalla componente anglo-americana. Senza assumere una volontà di potenza da parte dei nostri colleghi d’oltre oceano (e d’oltre Manica), è urgente che l’identità romanza si doti di propri strumenti e propri luoghi di riflessione. Come scriveva già dieci anni fa <a href="http://jamillan.com/librosybitios/" target="_blank">José Antonio Millán</a>, se “las redes son las autopistas de los flujos de bienes y servicios digitales… las tecnologías serán los peajes obligatorios” (<em>Internet y el español</em>, Fundación Retevision, Madrid, 2001, p. 141). Il rischio, in un futuro non troppo lontano, è che saremo obbligati a pagare per poter utilizzare le nostre lingue.</p>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Si è concluso ieri a San Lorenzo del Escorial il corso estivo &#8220;El texto digital ante la encrucijada del libro electrónico y del hipertexto&#8221;, organizzato da José Manuel Lucía Megías e Mercedes López Suárez dell&#8217;Università Complutense di Madrid. L’evento non è stato solo l’occasione per fare il punto sull’informatica umanistica in Spagna, ma ha coinvolto istituzioni, editori, imprese, studiosi e anche autori in quattro giorni di conferenze e tavole rotonde sul presente e il futuro dei nuovi formati e generi del testo digitale. E’ prevista la pubblicazione degli atti e dunque ci sarà tempo per riflettere sui singoli contributi, ma dico subito che ho trovato interessante la tensione fra il punto di vista di istituzioni (Dirrección General del Libro, Archivos y Bibliotecas; Biblioteca Digital Complutense), editori (Santillana) e imprese (Google, Telefónica, ecc.) e i creatori di contenuti digitali (Domenico Chiappe): i primi impegnati nel disegnare contenitori, modelli di business e in definitiva “regole di gestione”, i secondi nell’esplorare le possibilità offerte dalla convergenza mediale e consapevoli che l’opera digitale sfugge non solo alle classificazioni degli studiosi, ma anche ai tentativi di governi e aziende di regolamentarne confini e accessi. Si tratta ovviamente di problemi aperti e di difficile soluzione con gli attuali strumenti concettuali (tutti ereditati da Gutenberg), ma la mia impressione è che i secondi abbiano le idee molto più chiare dei primi.</div>
<div id="_mcePaste" style="position: absolute; left: -10000px; top: 0px; width: 1px; height: 1px; overflow-x: hidden; overflow-y: hidden;">Mi ha inoltre colpito la qualità degli interventi dei colleghi spagnoli: Laura Borrás e Dolores Romero hanno offerto un panorama estremamente interessante sia della letteratura digitale sia delle riflessioni teoriche in questo campo. La vitalità del panorama ispanico trova insomma conferma in queste giornate, articolate in modo sapiente da José Manuel Megías. Nelle mie proposte conclusive, oltre a riassumere la storia e le tendenze attuali delle Digital Humanities, ho auspicato la creazione di una rete ibero-italiana di informatica umanistica. Da molto tempo infatti sostengo la necessità di federare le lingue romanze, non solo per evidenti ragioni di affinità culturale, ma poter realizzare proposte e progetti comuni in un campo in cui gran parte della tecnologia e del software è made in USA e le principali organizzazioni internazionali sono dominate dalla componente anglo-americana. Senza assumere una volontà di potenza da parte dei nostri colleghi d’oltre oceano (e d’oltre Manica), è urgente che l’identità romanza si doti di propri strumenti e propri luoghi di riflessione. Come scriveva già dieci anni fa José Antonio Millán, se “las redes son las autopistas de los flujos de bienes y servicios digitales… las tecnologías serán los peajes obligatorios” (Internet y el español, Fundación Retevision, Madrid, 2001, p. 141). Il rischio, in un futuro non troppo lontano, è che saremo forzati a pagare per poter utilizzare la nostre lingue.</div>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://infolet.it/2010/07/10/welcome-to-ciberalia/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>&#8220;The big thing&#8221; è già qui</title>
		<link>http://infolet.it/2010/01/07/the-big-thing-e-gia-qui/</link>
		<comments>http://infolet.it/2010/01/07/the-big-thing-e-gia-qui/#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 06 Jan 2010 23:07:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Domenico Fiormonte</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni & Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[digital humanities]]></category>
		<category><![CDATA[Informatica culturale]]></category>
		<category><![CDATA[informatica umanistica]]></category>
		<category><![CDATA[Modern Language Association]]></category>
		<category><![CDATA[Tito Orlandi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://infolet.it/?p=599</guid>
		<description><![CDATA[Tito Orlandi (che ringrazio) mi segnala questo interessante articolo pubblicato dal Chronicle of Higher Education. Si tratta di una cronaca dell&#8217;ultimo convegno della Modern Language Association, dove le Digital Humanities, secondo l&#8217;autore, si avviano a diventare &#8220;the next big thing&#8221;. La conferenza MLA, la grande kermesse statunitense dedicata agli studi di lingua e letteratura, si è [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Tito Orlandi (che ringrazio) mi segnala questo interessante <a href="http://chronicle.com/blogPost/The-MLAthe-Digital/19468/" target="_blank">articolo</a> pubblicato dal <em><a href="http://chronicle.com/" target="_blank">Chronicle of Higher Education</a></em>. Si tratta di una cronaca dell&#8217;ultimo convegno della Modern Language Association, dove le Digital Humanities, secondo l&#8217;autore, si avviano a diventare &#8220;the next big thing&#8221;. La conferenza MLA, la grande kermesse statunitense dedicata agli studi di lingua e letteratura, si è infatti sempre dimostrata abbastanza scettica nei confronti delle novità tecnologiche. Ma le cose cambiano &#8211; a volte molto in fretta. Fra tante luci, anche qualche ombra, che rivela problemi comuni al di qua e al di là dell&#8217;atlantico: per esempio lo spinoso e tuttora irrisolto problema del riconoscimento dei prodotti digitali della ricerca. Nonché la questione delle difficoltà di inserimento delle nuove generazioni di ricercatori &#8220;nativi digitali&#8221;:</p>
<blockquote><p>At the very moment when our profession needs revitalization and willingness to embrace chance, we have shut out the generation that is poised to provide it, and most of them will have to take their skills and enthusiasm elsewhere.</p></blockquote>
<p>La domanda sorge spontanea: se i nostri giovani ricercatori fuggono dall&#8217;Italia, magari proprio per andare in USA, dove emigreranno quelli statunitensi? Assisteremo fra qualche anno a una migrazione da nord a sud, o meglio da centro a periferia? Sarà mica un segnale che anche le polarità geo-culturali, grazie alle nuove tecnologie, si stanno allentando?</p>
<p>C&#8217;è di che riflettere in questo inizio 2010.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://infolet.it/2010/01/07/the-big-thing-e-gia-qui/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Associazione sì, ma con anima</title>
		<link>http://infolet.it/2010/01/04/associazione-si-ma-con-anima/</link>
		<comments>http://infolet.it/2010/01/04/associazione-si-ma-con-anima/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 04 Jan 2010 17:43:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Domenico Fiormonte</dc:creator>
				<category><![CDATA[Risorse]]></category>
		<category><![CDATA[Segnalazioni & Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[associazione]]></category>
		<category><![CDATA[didattica]]></category>
		<category><![CDATA[digital humanities]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Ciotti]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Gigliozzi]]></category>
		<category><![CDATA[informatica umanistica]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://infolet.it/?p=576</guid>
		<description><![CDATA[Il 17 dicembre si è svolta a Firenze la riunione organizzata dalla Fondazione Rinascimento Digitale per discutere la creazione di un&#8217;associazione di Informatica Umanistica. La partecipazione è stata ampia e fra mattina e primo pomeriggio hanno parlato circa una ventina di persone provenienti da aree geografiche, esperienze e settori disciplinari diversi. Ciascuno ha avuto a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il 17 dicembre si è svolta a Firenze la <a href="http://www.rinascimento-digitale.it" target="_blank">riunione</a> organizzata dalla Fondazione Rinascimento Digitale per discutere la creazione di un&#8217;associazione di Informatica Umanistica. La partecipazione è stata ampia e fra mattina e primo pomeriggio hanno parlato circa una ventina di persone provenienti da aree geografiche, esperienze e settori disciplinari diversi. Ciascuno ha avuto a disposizione circa cinque minuti per esporre le sue idee. In tale contesto è evidente che tutti abbiamo cercato elementi di convergenza, convinti come siamo della necessità di creare questa associazione sulla base – passatemi il termine in voga – di “larghe intese”. Tuttavia in cinque minuti non era possibile articolare una posizione. E dunque credo sia renda necessario, in vista anche della stesura dello statuto, un approfodimento della discussione, da portare avanti in varie forme (forum, mailing list, questo blog, ecc.).</p>
<p>Le riflessioni che seguono riprendono sia alcuni dei temi toccati negli interventi fiorentini sia un recente scambio di mail (ancora in corso) fra i vari partecipanti.</p>
<p>1) Mi pareva fosse chiaro sia dalle premesse (Tammaro, Bozzi) sia da molti interventi (Ciotti, ecc.), che l’associazione dovesse nascere il più possibile aperta verso ogni disciplina e ogni settore di ricerca. Il nome proposto è (era) infatti &#8220;Rete italiana per la cultura umanistica digitale&#8221;. Tuttavia, dopo aver letto alcune mail di colleghi e colleghe, credo sia il momento di domandarsi qual è il significato che ciascuno di noi assegna al termine &#8220;cultura digitale&#8221;. A Firenze è sembrato evidente che per alcuni (e la cornice in cui si svolgeva l&#8217;evento rafforza quest&#8217;impressione) tale &#8220;cultura digitale&#8221; si identifichi o tenda a identificarsi con la produzione e gestione di archivi, biblioteche e <em>repositories</em> digitali e con il suo vasto “indotto” (penso ad es. all’analisi dei contenuti, es. <a href="http://portal.tapor.ca/" target="_blank">TAPoR</a>). E&#8217; vero che al momento il settore archivistico-bibliotecario ha assunto una funzione di traino nei confronti di ciò che chiamiamo informatica umanistica, ma a mio parere le <em>digital humanities</em> non sono né possono essere solo questo. Tanto per dirne una: la progettazione (e la riflessione su) degli strumenti di insegnamento riguarda gli specifici settori che ne fanno uso (dall’insegnamento delle lingue alla didattica della geografia o della storia), gli informatici oppure entrambi? E secondo quali percentuali?</p>
<p>2) Nel mio intervento ho cercato di spiegare che qualsiasi iniziativa vogliamo intraprendere non può non tenere conto del futuro, ovvero dell&#8217;investimento sui giovani. La domanda allora è: quali sono gli strumenti con cui dovremmo formare le nuove generazioni? Di qui la proposta di riflettere su un sillabo di IU e censire tutte le attività formative sul territorio nazionale. E tuttavia a che cosa attribuire la debolezza accademica dell&#8217;informatica umanistica se non all&#8217;assenza di un SSD di Informatica Umanistica (o comunque lo si voglia chiamare)? Sebbene sia in atto una riorganizzazione generale dei settori discplinari, va trovato un modo per garantite un futuro a questa disciplina o insieme di discipline, pensando alla progettazione di un dottorato e al rilancio e al consolidamento delle lauree magistrali. Per fare questo non possiamo escludere dall&#8217;orizzonte la creazione del gruppo disciplinare autonomo. Non solo non credo che questo sia in contraddizione con l&#8217;interdisciplinarietà, ma anzi ritengo che, almeno in Italia, questo sia l&#8217;unico modo per costruire uno spazio genuinamente interdisciplinare e libero da ipoteche. D&#8217;altra parte è sempre stato così: non solo la prima cattedra di Informatica in Italia risale agli anni Sessanta, ma ricordo che stessa sorte è toccata alla Sociologia, osteggiata fin dall&#8217;inizio sia dagli umanisti (filosofi, pedagogisti, ecc.) che dagli &#8217;scienziati&#8217; (psicologi, ecc.).</p>
<p>3) Mi dispiace che a Firenze nessuno abbia ricordato che nel 2003 preparammo un <a href="http://www.lingue.unitus.it//docenti/informatica/appello/" target="_blank">documento</a> che venne firmato da oltre 180 docenti, ricercatori ed esperti che riassumeva le caratteristiche principali dell&#8217;informatica umanistica. Questo documento avrebbe potuto essere una prima base di discussione ed evitare molte confusioni e molti fraintendimenti. Tuttavia per qualche motivo nessuno &#8211; me incluso &#8211; lo ha citato. <em>Mea culpa</em>. Il rispetto per la storia, inclusa la propria, è molto importante quando ci accingiamo a costruire qualcosa di nuovo.</p>
<p>4) Il problema dell’interdisciplinarietà è stato lo spettro che si aggirava per i soffitti dell&#8217;elegante sala della Casa di Dante. A tale proposito, nell’intervento di Maristella Agosti, docente di ingegneria alla Facoltà di Lettere di Padova, mi hanno colpito tre cose: a) l’affermazione che l’informatica umanistica probabilmente non esiste; b) la proposta che il convegno della neonanda associazione si svolgesse in appendice al convegno nazionale sulle biblioteche digitali (non ricordo esattamente quale); c) la rivendicazione di una presenza degli ingegneri in seno al MIBAC. Forse non rendo giustizia alle generose aperture della collega, ma credo che a) lo spazio di ricerca e riflessione creato da un piccolo gruppo di pionieri (italiani e non) negli ultimi trenta-quarant&#8217;anni sia diventato talmente importante che oggi persino gli ingegneri se ne occupano e lo rivendicano come proprio; b) in tutto il mondo esistono programmi di insegnamento e ricerche che esplicitamente fanno riferimento a quella storia e a quelle persone (cfr. T. Numerico / D. Fiormonte / F. Tomasi, <em>L&#8217;umanista digitale</em>, <a href="http://infolet.it/files/2010/01/appendice.pdf">appendice</a>, Il Mulino, in stampa). Forse non abbiamo bisogno di un&#8217;altra &#8220;scatola&#8221;, ma certamente non possiamo rtienerci soddisfatti di quelle attuali. Però, in quale scatola disciplinare racchiudere progetti come la <a href="http://wh.rutgers.edu/" target="_blank">Writers House</a> o le <a href="http://www.noahwf.com/" target="_blank">opere</a> di Noah Wardrip Fruin e altri? A me pare che questi campi non solo debbano essere rappresentati all&#8217;interno dell&#8217;associazione, ma ne possano costituire un punto di forza.  La ricerca di successo è quasi sempre interdisciplinare (forse meta-disciplinare), ma questo è ancora più vero nel campo delle DH dove il DNA della ricerca nasce già, per così dire, &#8220;disciplinarmente modificato&#8221;. Mi dispiace ricorrere ancora a un&#8217;inelegante autocitazione, ma forse un ripasso può essere utile:</p>
<blockquote><p>I centri di ricerca, durante la Seconda guerra mondiale e negli anni immediatamente successivi ad essa, hanno creato uno spazio tra le discipline, una terra di nessuno nella quale, come disse Norbert Wiener, è stato possibile costruire l’innovazione. La nostra impressione è che i problemi etici, sociali, filosofici ed epistemologici siano stati tematizzati fin dalla nascita dell’informatica e siano stati presenti anche nel successivo passaggio innovativo: quando il computer fu rappresentato come uno strumento di comunicazione. Questa prospettiva comunicativa, che non esiteremmo a considerare rivoluzionaria, è stata alla base del concetto di interfaccia uomo-macchina e anche dell’idea di una rete di interconnessione tra tutte le macchine. A essa hanno contribuito personaggi come Vannevar Bush, J.C.R. Licklider, Robert Taylor, Douglas Engelbart, Ted Nelson, Donald Norman e altri. Costoro, o provenivano da una formazione di base in discipline umanistico-sociali, come Licklider, Taylor, Norman e Nelson, oppure avevano una profonda sensibilità che li spingeva a essere visionari nei confronti del futuro rapporto tra macchina e umanità. L’approccio umanistico ha quindi avuto un ruolo centrale nella storia dell’informatica. (T. Numerico / D. Fiormonte / F. Tomasi, <em>L&#8217;umanista digitale</em>, cit., p.9)</p></blockquote>
<p>Come osservava Federico Meschini, è ovvio che tutti noi abbiamo collaborato e collaboreremo sempre di più con informatici e ingegneri, ma non è questo il punto. Il punto è capire chi siamo e che cosa vogliamo <strong>noi</strong>, che in questa fase di transizione siamo immersi e che nella migliore delle ipotesi abitiamo quella &#8220;<a href="http://infolet.it/2009/10/11/nella-terra-di-nessuno/" target="_blank">terra di nessuno</a>&#8221; di cui parlava Norbert Wiener.</p>
<p>Io credo che se l’associazione nascerà <em>con</em> e <em>dalla</em> consapevolezza e – permettetemi – l’orgoglio del ruolo fondativo della cultura umanistica nella nascita e nello sviluppo del concetto di informatica, allora avrà un senso; ma se invece sarà un contenitore e vetrina di un particolare gruppo di discipline in cerca di legittimità o peggio uno territorio da colonizzare da parte di discipline (o altri poteri) “forti”, allora non andremo da nessuna parte. Non è infatti questa l’informatica umanistica che molti fra noi hanno contribuito a sviluppare. Ma soprattutto non è questa l’informatica umanistica che si sta diffondendo nel mondo, come testimonia la conferenza <a href="http://www.cch.kcl.ac.uk/dh2010/" target="_blank">DH</a>, dove a ogni nuova edizione si allarga il ventaglio delle discipline e della reciproca contaminazione, emergendo chiaramente l’impossibilità (e direi l’inutilità) di disegnare confini netti e presunte egemonie. Anzi dove è proprio obiettivo epistemologico primario dimostrare che questo tipo di ricerche, seppure partendo spesso da premesse metodologiche comuni, prosperano nelle fluide e poco canoniche dimensioni di confine.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://infolet.it/2010/01/04/associazione-si-ma-con-anima/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>2</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Giuseppe Gigliozzi, maestro</title>
		<link>http://infolet.it/2008/12/04/giuseppe-gigliozzi-maestro/</link>
		<comments>http://infolet.it/2008/12/04/giuseppe-gigliozzi-maestro/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 04 Dec 2008 21:14:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Domenico Fiormonte</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Segnalazioni & Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[digital humanities]]></category>
		<category><![CDATA[Giuseppe Gigliozzi]]></category>
		<category><![CDATA[informatica umanistica]]></category>
		<category><![CDATA[semiotica]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.infolet.it/?p=37</guid>
		<description><![CDATA[Con grande ritardo, ma ancora più grande gioia, segnalo l&#8217;uscita dei Saggi di informatica umanistica del maestro di informatica umanistica Giuseppe Gigliozzi (Milano, Unicopli, 2008, pp. 256). Il volume è curato da Myriam Trevisan e non le saremo mai abbastanza grati per il lavoro che ha svolto. I libri curati da Myriam in realtà sono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Con grande ritardo, ma ancora più grande gioia, segnalo l&#8217;uscita dei <em>Saggi di informatica umanistica</em> del maestro di informatica umanistica Giuseppe Gigliozzi (Milano, Unicopli, 2008, pp. 256). <span style="color: #0000ee;text-decoration: underline"><img class="alignleft size-full wp-image-198" src="http://infolet.it/files/2008/06/copertina_gigliozzi-180x300.jpg" alt="Saggi di informatica umanistica di Giuseppe Gigliozzi" width="180" height="300" /></span>Il <a href="http://www.ibs.it/code/9788840012315/gigliozzi-giuseppe/saggi-di-informatica-umanistica.html">volume</a> è curato da Myriam Trevisan e non le saremo mai abbastanza grati per il lavoro che ha svolto. I libri curati da Myriam in realtà sono due: il secondo (<em>Saggi di informatica applicata all&#8217;analisi letteraria</em>) è una raccolta di studi realizzati da alcuni dei più valenti allievi e collaboratori di Gigliozzi, sparsi fra Roma &#8220;La Sapienza&#8221; e Roma Tor Vergata: Veronica Giannini, Tiziana Mancinelli, Alessia Scacchi, Daniele Silvi e la stessa Myriam Trevisan.</p>
<p>Giuseppe infatti non è stato solo uno studioso di razza, ma anche un grande catalizzatore di risorse umane. E questo vuoto non è stato mai colmato, producendo un danno irreperabile alla nostra comunità.  A ciò si aggiunge il fatto che il <a href="http://www.testoesenso.it/magazine/index/4">fondatore</a> degli studi di informatica applicata al testo letterario è ancora troppo poco noto fuori d&#8217;Italia. Se qualcuno del <em>board</em> della TEI, di ALLC o di qualsiasi altro organismo internazionale di IU leggesse l&#8217;italiano forse la storia di questa disciplina potrebbe essere riscritta. Ma è inutile farsi illusioni. Qualche mese fa ho scritto una <em>review</em> per un articolo &#8217;submitted&#8217; a <em>Digital Humanities Quarterly</em>. Il tema: la semiotica del markup. L&#8217;autore è persona competente e piuttosto nota nell&#8217;ambiente internazionale. Ebbene, presentava la questione come &#8220;un campo nuovo&#8221;. Vero. Non sono molte le pubblicazioni in inglese su questo tema. Ma leggete che cosa scriveva Giuseppe, profondo conoscitore della semiotica, nel 1987:</p>
<blockquote><p>&#8220;Il termine codice assume un significato diverso e, forse, più ampio di quello che potevamo aspettarci. Non solo strumento per trasferire informazioni da un sistema all’altro, da una lingua all’altra, ma complesso meccanismo che modella la (e si modella sulla) materia trattata. […] È quasi inevitabile notare come l’operazione di codifica, oltre a rappresentare un valido strumento per la particolare traduzione alla quale sarà sottoposto il testo, si proponga come momento iniziale (ma centrale) di qualsiasi indagine.&#8221; (p. 86)</p></blockquote>
<p>Il saggio da cui è tratto questa citazione è di per sé un gioiello (sin dal titolo): &#8220;Codice, testo e interpretazione&#8221; (pp. 85-100). La proverbiale eleganza dello stile di Giuseppe qui raggiunge un apice. Persino le piccole asperità (che via via GG attenuerà nei lavori successivi) sono come quei crinali di montagna che facciamo fatica a superare ma a cui, una volta arrivati in vetta, siamo grati di esistere.</p>
<p>Potrei continuare con le citazioni, ma tutti i saggi meritano un&#8217;approfondita rilettura. Per due ragioni: riascoltare la voce di un grande maestro e rivendicare con orgoglio la qualità e l&#8217;originalità della ricerca italiana nel campo delle Digital Humanities. Troppo spesso ce ne dimentichiamo.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://infolet.it/2008/12/04/giuseppe-gigliozzi-maestro/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Dai margini dell&#8217;Impero</title>
		<link>http://infolet.it/2008/07/03/dai-margini-dellimpero/</link>
		<comments>http://infolet.it/2008/07/03/dai-margini-dellimpero/#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 03 Jul 2008 17:00:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Domenico Fiormonte</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni & Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[associazione]]></category>
		<category><![CDATA[digital humanities]]></category>
		<category><![CDATA[informatica umanistica]]></category>
		<category><![CDATA[Orlandi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.infolet.it/?p=25</guid>
		<description><![CDATA[Sono stato a Digital Humanities 2008. Faceva freddo e confesso che questo non mi ha messo di buon umore. Anche a causa dello schock (passare da 35 gradi a 12 non è proprio un&#8217;esperienza piacevole) ho potuto seguire solo poche sessioni parallele e fare un giro per i poster. Non so quanto il clima finlandese [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono stato a <a title="Digital Humanities 2008" href="http://www.ekl.oulu.fi/dh2008/">Digital Humanities 2008</a>. Faceva freddo e confesso che questo non mi ha messo di buon umore. Anche a causa dello schock (passare da 35 gradi a 12 non è proprio un&#8217;esperienza piacevole) ho potuto seguire solo poche sessioni parallele e fare un giro per i poster. Non so quanto il clima finlandese abbia influito sulle mie capacità ricettive, in ogni caso confesso che  quest&#8217;anno sono rimasto deluso. <img class="alignright size-full wp-image-200" src="http://infolet.it/files/2008/06/cover_book_abstracts2-222x300.jpg" alt="cover_book_abstracts2-222x300" width="222" height="300" />L&#8217;impressione generale, e del tutto parziale (spero anzi di essere smentito da altri partecipanti), è che nonostante l&#8217;aumento esponenziale del numero di <em>submission</em> le digital humanities si stiano un po&#8217; avvitando su se stesse. Per la prima volta m&#8217;è parso di vedere poca innovazione persino &#8211; udite udite! &#8211; rispetto all&#8217;Italia.  Sarà magari colpa degli standard, ma tutto appare sempre più specializzato e concentrato sugli aspetti tecnologici. Qualche volta metodologici. E i contenuti? Boh. A parte qualche paper su <em>cultural heritage</em>, multimedialità e <em>social network</em> questi anglo-nordici rimangono perlopiù concentrati sul <strong>testo</strong>, ovvero una speciale e asfittica versione di esso. Nel delirio di progetti e soldi investiti da biblioteche, archivi e centri specializzati  non sono riuscito a intravedere né una seria discussione sui contenuti (ok gli strumenti, ma per fare quale ricerca?) né uno spazio per la riflessione teorica. Al loro posto, un&#8217;orgia di ontologie, metadati e <em>information retrieval</em>.</p>
<p>L&#8217;altro aspetto negativo che è emerso da questa edizione di DH è l&#8217;egemonia di due o tre grossi centri e istituzioni nella gestione sia politica sia scientifica delle digital humanities. Sai che novità, direte voi. E&#8217; vero. Che ci fosse un&#8217;egemonia anglo-americana in questi ambienti lo <a href="http://www.infolet.it/wp-content/uploads/2008/12/primacy051.pdf">sapevamo</a> da anni. E la morte di Antonio Zampolli ha indubbiamente peggiorato le cose. A volte ho l&#8217;impressione che permettere di presentare contributi in lingue diverse dall&#8217;inglese sia solo la &#8220;foglia di fico&#8221; o la giustificazione per definirsi &#8220;foro internazionale&#8221;.  Ma magari mi sbaglio. E in ogni caso, come diceva Stuart Hall, il padre degli Studi Culturali, &#8220;preferisco guardare il mondo dalla periferia piuttosto che dal centro&#8221;. Ho ritrovato questa rivalutazione della marginalità in un bellissimo libro su Hiroshima di <a title="Kenzaburo Oe Nobel Prize " href="http://nobelprize.org/nobel_prizes/literature/laureates/1994/oe-bio.html">Kenzaburo Oe</a>. (Ma diranno alcuni: noi mica vogliamo fare la fine degli <em>hibakusha</em>&#8230; E io rispondo: discutiamone il signficato profondo.)  Lo scenario che ho appena abbozzato, tuttavia, non credo debba scoraggiare l&#8217;informatica umanistica nostrana. Al contrario mi pare evidente che le riflessioni e le idee che avevamo cercato di diffondere negli ultimi quindici anni (penso soprattutto ai contributi di <a href="http://rmcisadu.let.uniroma1.it/~orlandi/">Tito Orlandi</a>) ci impongano di darci una mossa. Tanto per cominciare sarebbe importante far partire immediatamente l&#8217;Annuario Laterza. Secondo, parlando con Dino Buzzetti (l&#8217;unico rappresentante di un&#8217;università italiana nel comitato nell&#8217;<a title="ALLC Executive Committee" href="http://www.allc.org/content/about/executive.html">Executive Committee</a> di ALLC) concordavamo nell&#8217;osservare che è ora di creare questa benedetta associazione italiana di IU. Aperta a tutti e tutte le persone e le componenti del mondo accademico e della ricerca, senza chiusure e discriminazioni verso nessuno. Dal mio punto di vista questa associazione non dovrebbe proporsi come appendice di ALLC, ma chiedere l&#8217;affiliazione alla <a href="http://www.digitalhumanities.org/">Alliance of Digital Humanities</a>.  Ma su questa e altre idee spero si possa aprire un dibattito su questo Blog&#8230;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://infolet.it/2008/07/03/dai-margini-dellimpero/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>8</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Libro e atti</title>
		<link>http://infolet.it/2007/06/18/libro-e-atti/</link>
		<comments>http://infolet.it/2007/06/18/libro-e-atti/#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 18 Jun 2007 03:34:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Domenico Fiormonte</dc:creator>
				<category><![CDATA[Segnalazioni & Eventi]]></category>
		<category><![CDATA[Bibbia]]></category>
		<category><![CDATA[Dante]]></category>
		<category><![CDATA[digital humanities]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Olivi]]></category>
		<category><![CDATA[informatica umanistica]]></category>
		<category><![CDATA[Isabella Chiari]]></category>
		<category><![CDATA[linguistica computazionale]]></category>
		<category><![CDATA[Luminar]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://localhost:8888/wordpress/?p=9</guid>
		<description><![CDATA[Segnalo due cose: 1) l&#8217;uscita online degli Atti del VI convegno Luminar, quest&#8217;anno dedicato all&#8217;incontro fra filologia e informatica. Mi hanno colpito in particolare i progetti presentati in alcuni poster, fra cui uno sconvolgente lavoro sulle fonti della Commedia di Dante. Sapevate dell&#8217;esistenza di un libro intitolato Lectura Super Apocalipsim di Pietro di Giovanni Olivi, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Segnalo due cose: <strong>1)</strong> l&#8217;uscita online degli <a href="http://www.engramma.it/engramma_revolution/54/054_internetumanesimo.html">Atti</a> del VI convegno Luminar, quest&#8217;anno dedicato all&#8217;incontro fra filologia e informatica. Mi hanno colpito in particolare i progetti presentati in alcuni poster, fra cui uno <a href="http://www.engramma.it/engramma_revolution/57/fonti/057_Dante.pdf">sconvolgente lavoro</a> sulle fonti della Commedia di Dante. Sapevate dell&#8217;esistenza di un libro intitolato <em>Lectura Super Apocalipsim</em> di Pietro di Giovanni Olivi, francescano della Linguadoca? No? Nemmeno io. Ebbene su questo libro &#8220;matrice&#8221; Dante innesta un&#8217;incredibile fitta rete di rimandi incrociati (a Pietro, ma anche alla Bibbia), rappresentata dall&#8217;autore del poster attraverso un complesso ipertesto. Da brivido.</p>
<p><strong>2)</strong> La seconda segnalazione è più tranquillizzante: si tratta dell&#8217;utile <em>Introduzione alla Linguistica Computazionale</em>, di Isabella Chiari, pubblicata da Laterza che ospita anche <a href="http://www.laterza.it/scheda_libro.asp?isbn=9788842082095">una ricca appendice</a> online. Peccato lo scarso o nullo spazio dedicato all&#8217;informatica umanistica e alle <em>Digital Humanities</em>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://infolet.it/2007/06/18/libro-e-atti/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Domenico Formonte &#8211; Jonathan Usher (a cura di ), New Media and the Humanities: Research and Applications</title>
		<link>http://infolet.it/2001/12/30/domenico-formonte-jonathan-usher-a-cura-di-new-media-and-the-humanities/</link>
		<comments>http://infolet.it/2001/12/30/domenico-formonte-jonathan-usher-a-cura-di-new-media-and-the-humanities/#comments</comments>
		<pubDate>Sun, 30 Dec 2001 11:31:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>benedetta</dc:creator>
				<category><![CDATA[Libri]]></category>
		<category><![CDATA[Allen Renear]]></category>
		<category><![CDATA[Antonio Zampolli]]></category>
		<category><![CDATA[Christian Dupont]]></category>
		<category><![CDATA[CLiP]]></category>
		<category><![CDATA[CRILet]]></category>
		<category><![CDATA[David Robey]]></category>
		<category><![CDATA[digital humanities]]></category>
		<category><![CDATA[Domenico Fiormonte]]></category>
		<category><![CDATA[Fabio Ciotti]]></category>
		<category><![CDATA[filologia]]></category>
		<category><![CDATA[filologia digitale]]></category>
		<category><![CDATA[Francisco Marcos Marín]]></category>
		<category><![CDATA[Humanities]]></category>
		<category><![CDATA[Humanities Computing]]></category>
		<category><![CDATA[Jonathan Usher]]></category>
		<category><![CDATA[Licia Calvi]]></category>
		<category><![CDATA[Lou Burnard]]></category>
		<category><![CDATA[New Media]]></category>
		<category><![CDATA[philology]]></category>
		<category><![CDATA[Roberto Busa]]></category>
		<category><![CDATA[TACT]]></category>
		<category><![CDATA[Text Encoding Initiative]]></category>
		<category><![CDATA[Willard McCarty]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://infolet.it/?p=367</guid>
		<description><![CDATA[Autore:          Domenico Formonte &#8211; Jonathan Usher (a cura di )
Titolo: New Media and the Humanities: Research          and Applications. Proceedings of the First Seminar “Computers,          Literature and Philology”, Edinburgh, [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Autore</strong>:          Domenico Formonte &#8211; Jonathan Usher (a cura di )</p>
<p><strong>Titolo</strong>: <em>New Media and the Humanities: Research          and Applications</em>. Proceedings of the First Seminar “Computers,          Literature and Philology”, Edinburgh, 7-9 September 1998.</p>
<p><strong>Editore</strong>: Oxford University Computing Unit, University          of Oxford</p>
<p><strong>Luogo di Edizione</strong>: Oxford</p>
<p><strong>Anno</strong>: 2001</p>
<p><strong>N. pagine</strong>: XI + 176</p>
<p><strong>Prezzo</strong>: Sterline 18.99</p>
<p><strong>Codice ISBN</strong>: 0-9523301-6-4</p>
<p><strong>Acquistabile su</strong>: <a href="http://www.amazon.co.uk/" target="_blank">http://www.amazon.co.uk/</a>,          <a href="http://www.hcu.ox.ac.uk/publications/clip.html" target="_blank">http://www.hcu.ox.ac.uk/publications/clip.html</a></p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-369" src="http://infolet.it/files/2001/12/fiormonte_usher.gif" alt="fiormonte_usher" width="150" height="209" />Most students of Italian literature probably judge books that feature          the word “computer” in the title not worth their exploration.          What could be further from the emotional and imaginative wellsprings of          a novel or a poem, after all, than the sterile logic of disk drives and          bits and bytes? But philology — that humanistic discipline which          provides a foundation for higher-level literary criticism — employs          its own rigorous methods of comparative analysis that are indeed amenable          to, and in some cases can be greatly aided by computational processing,          in other words, computers. The coin “humanities computing”          has been with us for a few decades already and is not unfamiliar to many          ears, though its scope and significance are still not widely appreciated.          To literary-minded scholars, <em>New Media and the Humanities: Research          and Applications,</em> the newly published proceedings of the first international          “Computers, Literature and Philology” (CLiP) seminar, presents          an invitation to become acquainted with some of the philological tools          and theoretical approaches practitioners of humanities computing are currently          developing, many with direct relation to Italian Studies.</p>
<p>Italy was in fact the scene of one of the earliest humanities computing          projects, the <em>Index Thomisticus,</em> a concordance with critical edition          of the works of Thomas Aquinas that resulted from research begun in the          late l940s by Jesuit Roberto Busa. Yet, as Dante Marianacci, Director          of the Italian Cultural Institute in Edinburgh, points out in his foreword          to <em>New Media and the Humanities,</em> the CLiP seminar held at Edinburgh          University on 7-9 September 1998 “connected for the first time Italian          Studies to mainstream research in Humanities Computing, establishing robust          relationships between Italian research centres and pioneering institutions          in USA and Europe” (vi). Since this initial meeting, CLiP has convened          each year at a different European university, attracting a stable group          of humanities computing professionals to participate in informal presentations          and discussion of their methodologies and projects. <em>New Media and the          Humanities</em> thus preserves the initial parleys of an ongoing, evolving          conversation.</p>
<p>Unfortunately, however, the volume includes only the series of edited          papers delivered at the Edinburgh seminar without any record of the undoubtedly          lively and pointed exchanges among participants. Nevertheless, the collection          of fourteen essays gives one a sense of the different directions from          which the contributors approached the major themes of textual encoding,          editing, and analysis. Editors Domenico Fiormonte and Jonathan Usher distill          and recombine these themes in their introduction, but here we simply provide          a précis of each of the essays, which fall roughly into three groupings,          although the table of contents suggests no such organization: theoretical          and practical constructs for understanding the significance of electronic          philology, historical and critical perspectives on the development of          computational linguistics and humanities computing, and case studies.</p>
<p>In the opening essay, humanities computing veteran Willard McCarty offers          high-level perspectives on the discipline. “Humanities computing,”          McCarty claims, “is centred on the mediation of thought by the machine          and the implications and consequences of this mediation for scholarship”          (3). Alluding to Busa, he argues that the computer must not be regarded          as “just a tool,” but rather as “an agent of perception          and instrument of thought,” a kind of “mental prosthesis”          (3). As such, it shapes what we see and how we see it. When texts are          encoded according to a rigorous scheme and then analyzed computationally,          the result is a kind of translation of original ambiguities into a brutally          simple logic that can at once reveal significant underlying patterns that          might otherwise escape detection while throwing into relief the very richness          of what cannot be adequately marked up. Francisco Marcos Marín agrees          with McCarty that eleetronic philology is not just a tool limited merely          to speeding up certain analytical processes and compiling statistics more          accurately. Yet unlike McCarty, he does not propose theoretical models          to explain or justify its existence. Instead he describes and classifies          directly its processes and results, arguing for its place in intellectual          and institutional landscapes based on the new questions and insights it          makes possible.</p>
<p>In perhaps the most provocative piece in the volume, Allen Renear, the          lone American among the otherwise European cohort, suggests that not enough          thought or theoretical attention has been given to “non-critical          editing,” a term he uses to encompass all but the most formal types          of textual editing, and hence also the most common. Especially with the          vast and ever-increasing publication of non-critically edited texts on          the Web, the cultural consequences are enormous in Renear’s view.          While marking up texts for presentation on the Web may seem a simple and          straightforward task, he points out that literal transcription, or the          “literal representation of the linguistic text of a particular document”          (29), inevitably involves a complex set of problems. In order to achieve          the appropriate balance between “getting the whole text” and          “nothing but the text” (28), one must first understand what          a text is, to which Renear gives the answer: an “Ordered Hierarchy          of Content Objects” or OCHO (27) — a textual ontology that          has been used to support strategies such as the Text Encoding Initiative          (TEl).</p>
<p>Lou Burnard approaches the problem of encoding “just the text”          from a somewhat different angle than Renear. Rather than departing from          ontological concerns, Burnard works from a hermeneutical stance that may          be specifically characterized as semiotic. Transcription inevitably involves          interpretation because of the complex nature of textuality. A text, he          points out, is simultaneously an image, a linguistic construct, and an          information structure. A hermeneutical point of departure thus comes round          to oritological categories in making its circle, so Burnard’s theses          are not incompatible with Renear ‘s.</p>
<p>Fabio Ciotti approaches the problem of transcription from yet a third          angle, namely epistemology. Departing from the premise that transcription          is essentially concerned with reproducing the sequence of graphic symbols,          Ciotti emphasizes the role played by the transcriber’s knowledge          and competence in recognizing linguistic codes. From this standpoint,          the act of transcribing, or re-encoding a code appears as a primarily          epistemic endeavor that can be isolated in practice from metaphysical          or ontological concerns. Textual encoding, according to Ciotti, is a theoretical          language used to provide access to one set of codes through another.</p>
<p>Shifting to a reader-centered perspective, Claire Warwick asks whether          there remains a role for the editor in the hypertext environment where          readers have more determination than ever about to how read a text. She          answers affirmatively, but argues that role is necessarily changed by          the medium. The main difference she sees is that the discrete tasks involved          in textual editing are less likely to be performed by an isolated individual          than by several working in collaboration. Complementing Warwick’s          views with a final theoretical perspective, Federico Pellizzi suggests          that theories of discourse elaborated by Foucault and Bakhtin relate well          to theories of hypertext since the latter, like the former, place emphasis          on the different positions or distance inherent in communicative interactions.</p>
<p>Moving away from the theoretical aspects of textuality and textual encoding,          Antonio Zampolli examines in more practical terms the current situation          and opportunities for cooperation between computational linguistics and          humanities computing, first on a global scale and then particularly in          Italy. This is a task which he is uniquely qualified to do, given his          continuous involvement in the field of computational linguistics since          1967 and his directorship of the CNR Institute of Computational Linguistics          at the University of Pisa. Zampolli traces the parallel but often divergent          histories of the two disciplines, pointing out avenues for future cooperation,          urging practitioners of computational linguistics and humanities computing          to collaborate in the creation of large linguistic repositories and of          tools to analyze them. Likewise critical of the isolation of computational          linguistics from the concerns of the humanities, Elizabeth Burr advocates          setting aside a theory-driven approach to linguistics, which she argues          has suffered from a dualistic conception of language based in the analysis          of binary opposites, in favor of a data-driven approach, which assumes          a functional attitude toward language and focuses on the analysis of corpora          of naturally-occurring linguistic productions. A functional stance furthermore          introduces an historical perspective that recognizes the evolutionary          development of dialects and sociolects, as well as a linguistic knowledge          perspective that considers the limits of a speaker’s competence.          In his essay on “Researching and teaching literature in the digital          era,” Giuseppe Gigliozzi outlines various initiatives of the Centro          Ricerche Informatica e Letteratura (CRILet) at the University of Rome,          which he directs, before turning to some theoretical reflections on the          methodologies he has employed. In the final section, Gigliozzi offers          a series of observations on the situation of humanities computing in Italy,          correlating its emergence with the need to define alternative professional          profiles within glutted humanities faculties.</p>
<p>Readers less interested in theoretical or professional concerns may wish          to turn directly to the last four essays, which offer a variety of case          studies. David Robey discusses computerized techniques he has used to          analyze the sound features of Dante’s Divine Comedy and investigate          whether patterns of accented syllables and assonance can be correlated          with literary devices operating in the poem. In the only non-English contribution          to the volume, Massimo Guerrieri discusses a project to present and compare          statistically the variant editions of Eugenio Montale’s <em>Mottetti</em>.          Guerrieri’s paper will help those less familiar with SGML (Standard          Generalized Markup Language) and the TEl understand how they can be used          to prepare textual corpora for analysis using tools such as TACT (Text          Analysis Computing Tools), developed at the University of Toronto. Staffan          Björk and Lars Erik Holmquist, two younger researchers from the Interactive          Institute in Gothenburg, Sweden, sketch their development of software          to facilitate sirpultaneous browsing of textual variants. Their work on          interface design and screen display issues highlights the importance of          devoting attention to these practical aspects of humanities computing          in tandem with refining programs to perform computational and lexical          analysis. Finally, Licia Calvi describes a hypertext project built around          the teaching of postmodern Italian literature at Brown University.</p>
<p>The regrettable absence of a centralized site for CLiP on the Web makes          following the evolution of the annual seminar difficult, though remnants          of earlier calls for papers do contain some useful links to further information          about participants and their projects. In addition, <em>New Media and the          Humanities</em> includes a comprehensive list of works cited. More current          sources on electronic philology can be found by browsing issues of <em>Computers          and the Humanities</em> or the archives of the <em>Humanist</em> electronic          discussion group (both sponsored by the Association for Computers and          the Humanities), as well as the journals <em>Literary and Linguistic Computing</em> and <em>Computational Linguistics.</em></p>
<p>Christian Dupont<br />
Director, Special Collections Research Center<br />
600 E.S. Bird Library<br />
Syracuse University, NY<strong><br />
(Review originally published in: <em>Annali d’Italianistica</em>,          n. 20 (2001), pp. 581-84).</strong></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://infolet.it/2001/12/30/domenico-formonte-jonathan-usher-a-cura-di-new-media-and-the-humanities/feed/</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
