Articoli con tag: digital humanities

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EscorialSi è concluso ieri a San Lorenzo del Escorial il corso estivo “El texto digital ante la encrucijada del libro electrónico y del hipertexto”, organizzato da José Manuel Lucía Megías e Mercedes López Suárez dell’Università Complutense di Madrid. L’evento non è stato solo l’occasione per fare il punto sull’informatica umanistica in Spagna, ma ha coinvolto istituzioni, editori, imprese, studiosi e anche autori in quattro giorni di conferenze e tavole rotonde sul presente e il futuro dei nuovi formati e generi del testo digitale. E’ prevista la pubblicazione degli atti e dunque ci sarà tempo per riflettere sui singoli contributi, ma dico subito che ho trovato interessante la tensione fra il punto di vista di istituzioni (Dirrección General del Libro, Archivos y Bibliotecas; Biblioteca Digital Complutense), editori (Santillana) e imprese (Google, Telefónica, ecc.) e i creatori di contenuti digitali (Doménico Chiappe): i primi impegnati nel disegnare contenitori, modelli di business e in definitiva “regole di gestione”, i secondi nell’esplorare le possibilità offerte dalla convergenza mediale e consapevoli che l’opera digitale sfugge non solo alle classificazioni degli studiosi, ma anche ai tentativi di governi e aziende di regolamentarne confini e accessi. Si tratta ovviamente di problemi aperti e di difficile soluzione con gli attuali strumenti concettuali (tutti ereditati da Gutenberg), ma la mia impressione è che i secondi abbiano le idee molto più chiare dei primi.

Mi ha inoltre colpito la qualità degli interventi dei colleghi spagnoli: Laura Borrás e Dolores Romero hanno offerto un panorama estremamente interessante sia delle opere della letteratura digitale sia delle riflessioni teoriche in questo campo. La vitalità del panorama ispanico trova insomma conferma in queste giornate, articolate in modo sapiente da José Manuel Megías. Nelle mie proposte conclusive, oltre a riassumere la storia e le tendenze attuali delle Digital Humanities, ho auspicato la creazione di una rete ibero-italiana di informatica umanistica. Da molto tempo infatti sostengo la necessità di federare le lingue romanze, non solo per evidenti ragioni di affinità culturale, ma poter realizzare proposte e progetti comuni in un campo in cui gran parte della tecnologia e del software è made in USA e le principali organizzazioni internazionali sono dominate dalla componente anglo-americana. Senza assumere una volontà di potenza da parte dei nostri colleghi d’oltre oceano (e d’oltre Manica), è urgente che l’identità romanza si doti di propri strumenti e propri luoghi di riflessione. Come scriveva già dieci anni fa José Antonio Millán, se “las redes son las autopistas de los flujos de bienes y servicios digitales… las tecnologías serán los peajes obligatorios” (Internet y el español, Fundación Retevision, Madrid, 2001, p. 141). Il rischio, in un futuro non troppo lontano, è che saremo obbligati a pagare per poter utilizzare le nostre lingue.

Si è concluso ieri a San Lorenzo del Escorial il corso estivo “El texto digital ante la encrucijada del libro electrónico y del hipertexto”, organizzato da José Manuel Lucía Megías e Mercedes López Suárez dell’Università Complutense di Madrid. L’evento non è stato solo l’occasione per fare il punto sull’informatica umanistica in Spagna, ma ha coinvolto istituzioni, editori, imprese, studiosi e anche autori in quattro giorni di conferenze e tavole rotonde sul presente e il futuro dei nuovi formati e generi del testo digitale. E’ prevista la pubblicazione degli atti e dunque ci sarà tempo per riflettere sui singoli contributi, ma dico subito che ho trovato interessante la tensione fra il punto di vista di istituzioni (Dirrección General del Libro, Archivos y Bibliotecas; Biblioteca Digital Complutense), editori (Santillana) e imprese (Google, Telefónica, ecc.) e i creatori di contenuti digitali (Domenico Chiappe): i primi impegnati nel disegnare contenitori, modelli di business e in definitiva “regole di gestione”, i secondi nell’esplorare le possibilità offerte dalla convergenza mediale e consapevoli che l’opera digitale sfugge non solo alle classificazioni degli studiosi, ma anche ai tentativi di governi e aziende di regolamentarne confini e accessi. Si tratta ovviamente di problemi aperti e di difficile soluzione con gli attuali strumenti concettuali (tutti ereditati da Gutenberg), ma la mia impressione è che i secondi abbiano le idee molto più chiare dei primi.
Mi ha inoltre colpito la qualità degli interventi dei colleghi spagnoli: Laura Borrás e Dolores Romero hanno offerto un panorama estremamente interessante sia della letteratura digitale sia delle riflessioni teoriche in questo campo. La vitalità del panorama ispanico trova insomma conferma in queste giornate, articolate in modo sapiente da José Manuel Megías. Nelle mie proposte conclusive, oltre a riassumere la storia e le tendenze attuali delle Digital Humanities, ho auspicato la creazione di una rete ibero-italiana di informatica umanistica. Da molto tempo infatti sostengo la necessità di federare le lingue romanze, non solo per evidenti ragioni di affinità culturale, ma poter realizzare proposte e progetti comuni in un campo in cui gran parte della tecnologia e del software è made in USA e le principali organizzazioni internazionali sono dominate dalla componente anglo-americana. Senza assumere una volontà di potenza da parte dei nostri colleghi d’oltre oceano (e d’oltre Manica), è urgente che l’identità romanza si doti di propri strumenti e propri luoghi di riflessione. Come scriveva già dieci anni fa José Antonio Millán, se “las redes son las autopistas de los flujos de bienes y servicios digitales… las tecnologías serán los peajes obligatorios” (Internet y el español, Fundación Retevision, Madrid, 2001, p. 141). Il rischio, in un futuro non troppo lontano, è che saremo forzati a pagare per poter utilizzare la nostre lingue.

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“The big thing” è già qui

Tito Orlandi (che ringrazio) mi segnala questo interessante articolo pubblicato dal Chronicle of Higher Education. Si tratta di una cronaca dell’ultimo convegno della Modern Language Association, dove le Digital Humanities, secondo l’autore, si avviano a diventare “the next big thing”. La conferenza MLA, la grande kermesse statunitense dedicata agli studi di lingua e letteratura, si è infatti sempre dimostrata abbastanza scettica nei confronti delle novità tecnologiche. Ma le cose cambiano – a volte molto in fretta. Fra tante luci, anche qualche ombra, che rivela problemi comuni al di qua e al di là dell’atlantico: per esempio lo spinoso e tuttora irrisolto problema del riconoscimento dei prodotti digitali della ricerca. Nonché la questione delle difficoltà di inserimento delle nuove generazioni di ricercatori “nativi digitali”:

At the very moment when our profession needs revitalization and willingness to embrace chance, we have shut out the generation that is poised to provide it, and most of them will have to take their skills and enthusiasm elsewhere.

La domanda sorge spontanea: se i nostri giovani ricercatori fuggono dall’Italia, magari proprio per andare in USA, dove emigreranno quelli statunitensi? Assisteremo fra qualche anno a una migrazione da nord a sud, o meglio da centro a periferia? Sarà mica un segnale che anche le polarità geo-culturali, grazie alle nuove tecnologie, si stanno allentando?

C’è di che riflettere in questo inizio 2010.

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Associazione sì, ma con anima

Il 17 dicembre si è svolta a Firenze la riunione organizzata dalla Fondazione Rinascimento Digitale per discutere la creazione di un’associazione di Informatica Umanistica. La partecipazione è stata ampia e fra mattina e primo pomeriggio hanno parlato circa una ventina di persone provenienti da aree geografiche, esperienze e settori disciplinari diversi. Ciascuno ha avuto a disposizione circa cinque minuti per esporre le sue idee. In tale contesto è evidente che tutti abbiamo cercato elementi di convergenza, convinti come siamo della necessità di creare questa associazione sulla base – passatemi il termine in voga – di “larghe intese”. Tuttavia in cinque minuti non era possibile articolare una posizione. E dunque credo sia renda necessario, in vista anche della stesura dello statuto, un approfodimento della discussione, da portare avanti in varie forme (forum, mailing list, questo blog, ecc.).

Le riflessioni che seguono riprendono sia alcuni dei temi toccati negli interventi fiorentini sia un recente scambio di mail (ancora in corso) fra i vari partecipanti.

1) Mi pareva fosse chiaro sia dalle premesse (Tammaro, Bozzi) sia da molti interventi (Ciotti, ecc.), che l’associazione dovesse nascere il più possibile aperta verso ogni disciplina e ogni settore di ricerca. Il nome proposto è (era) infatti “Rete italiana per la cultura umanistica digitale”. Tuttavia, dopo aver letto alcune mail di colleghi e colleghe, credo sia il momento di domandarsi qual è il significato che ciascuno di noi assegna al termine “cultura digitale”. A Firenze è sembrato evidente che per alcuni (e la cornice in cui si svolgeva l’evento rafforza quest’impressione) tale “cultura digitale” si identifichi o tenda a identificarsi con la produzione e gestione di archivi, biblioteche e repositories digitali e con il suo vasto “indotto” (penso ad es. all’analisi dei contenuti, es. TAPoR). E’ vero che al momento il settore archivistico-bibliotecario ha assunto una funzione di traino nei confronti di ciò che chiamiamo informatica umanistica, ma a mio parere le digital humanities non sono né possono essere solo questo. Tanto per dirne una: la progettazione (e la riflessione su) degli strumenti di insegnamento riguarda gli specifici settori che ne fanno uso (dall’insegnamento delle lingue alla didattica della geografia o della storia), gli informatici oppure entrambi? E secondo quali percentuali?

2) Nel mio intervento ho cercato di spiegare che qualsiasi iniziativa vogliamo intraprendere non può non tenere conto del futuro, ovvero dell’investimento sui giovani. La domanda allora è: quali sono gli strumenti con cui dovremmo formare le nuove generazioni? Di qui la proposta di riflettere su un sillabo di IU e censire tutte le attività formative sul territorio nazionale. E tuttavia a che cosa attribuire la debolezza accademica dell’informatica umanistica se non all’assenza di un SSD di Informatica Umanistica (o comunque lo si voglia chiamare)? Sebbene sia in atto una riorganizzazione generale dei settori discplinari, va trovato un modo per garantite un futuro a questa disciplina o insieme di discipline, pensando alla progettazione di un dottorato e al rilancio e al consolidamento delle lauree magistrali. Per fare questo non possiamo escludere dall’orizzonte la creazione del gruppo disciplinare autonomo. Non solo non credo che questo sia in contraddizione con l’interdisciplinarietà, ma anzi ritengo che, almeno in Italia, questo sia l’unico modo per costruire uno spazio genuinamente interdisciplinare e libero da ipoteche. D’altra parte è sempre stato così: non solo la prima cattedra di Informatica in Italia risale agli anni Sessanta, ma ricordo che stessa sorte è toccata alla Sociologia, osteggiata fin dall’inizio sia dagli umanisti (filosofi, pedagogisti, ecc.) che dagli ’scienziati’ (psicologi, ecc.).

3) Mi dispiace che a Firenze nessuno abbia ricordato che nel 2003 preparammo un documento che venne firmato da oltre 180 docenti, ricercatori ed esperti che riassumeva le caratteristiche principali dell’informatica umanistica. Questo documento avrebbe potuto essere una prima base di discussione ed evitare molte confusioni e molti fraintendimenti. Tuttavia per qualche motivo nessuno – me incluso – lo ha citato. Mea culpa. Il rispetto per la storia, inclusa la propria, è molto importante quando ci accingiamo a costruire qualcosa di nuovo.

4) Il problema dell’interdisciplinarietà è stato lo spettro che si aggirava per i soffitti dell’elegante sala della Casa di Dante. A tale proposito, nell’intervento di Maristella Agosti, docente di ingegneria alla Facoltà di Lettere di Padova, mi hanno colpito tre cose: a) l’affermazione che l’informatica umanistica probabilmente non esiste; b) la proposta che il convegno della neonanda associazione si svolgesse in appendice al convegno nazionale sulle biblioteche digitali (non ricordo esattamente quale); c) la rivendicazione di una presenza degli ingegneri in seno al MIBAC. Forse non rendo giustizia alle generose aperture della collega, ma credo che a) lo spazio di ricerca e riflessione creato da un piccolo gruppo di pionieri (italiani e non) negli ultimi trenta-quarant’anni sia diventato talmente importante che oggi persino gli ingegneri se ne occupano e lo rivendicano come proprio; b) in tutto il mondo esistono programmi di insegnamento e ricerche che esplicitamente fanno riferimento a quella storia e a quelle persone (cfr. T. Numerico / D. Fiormonte / F. Tomasi, L’umanista digitaleappendice, Il Mulino, in stampa). Forse non abbiamo bisogno di un’altra “scatola”, ma certamente non possiamo rtienerci soddisfatti di quelle attuali. Però, in quale scatola disciplinare racchiudere progetti come la Writers House o le opere di Noah Wardrip Fruin e altri? A me pare che questi campi non solo debbano essere rappresentati all’interno dell’associazione, ma ne possano costituire un punto di forza.  La ricerca di successo è quasi sempre interdisciplinare (forse meta-disciplinare), ma questo è ancora più vero nel campo delle DH dove il DNA della ricerca nasce già, per così dire, “disciplinarmente modificato”. Mi dispiace ricorrere ancora a un’inelegante autocitazione, ma forse un ripasso può essere utile:

I centri di ricerca, durante la Seconda guerra mondiale e negli anni immediatamente successivi ad essa, hanno creato uno spazio tra le discipline, una terra di nessuno nella quale, come disse Norbert Wiener, è stato possibile costruire l’innovazione. La nostra impressione è che i problemi etici, sociali, filosofici ed epistemologici siano stati tematizzati fin dalla nascita dell’informatica e siano stati presenti anche nel successivo passaggio innovativo: quando il computer fu rappresentato come uno strumento di comunicazione. Questa prospettiva comunicativa, che non esiteremmo a considerare rivoluzionaria, è stata alla base del concetto di interfaccia uomo-macchina e anche dell’idea di una rete di interconnessione tra tutte le macchine. A essa hanno contribuito personaggi come Vannevar Bush, J.C.R. Licklider, Robert Taylor, Douglas Engelbart, Ted Nelson, Donald Norman e altri. Costoro, o provenivano da una formazione di base in discipline umanistico-sociali, come Licklider, Taylor, Norman e Nelson, oppure avevano una profonda sensibilità che li spingeva a essere visionari nei confronti del futuro rapporto tra macchina e umanità. L’approccio umanistico ha quindi avuto un ruolo centrale nella storia dell’informatica. (T. Numerico / D. Fiormonte / F. Tomasi, L’umanista digitale, cit., p.9)

Come osservava Federico Meschini, è ovvio che tutti noi abbiamo collaborato e collaboreremo sempre di più con informatici e ingegneri, ma non è questo il punto. Il punto è capire chi siamo e che cosa vogliamo noi, che in questa fase di transizione siamo immersi e che nella migliore delle ipotesi abitiamo quella “terra di nessuno” di cui parlava Norbert Wiener.

Io credo che se l’associazione nascerà con e dalla consapevolezza e – permettetemi – l’orgoglio del ruolo fondativo della cultura umanistica nella nascita e nello sviluppo del concetto di informatica, allora avrà un senso; ma se invece sarà un contenitore e vetrina di un particolare gruppo di discipline in cerca di legittimità o peggio uno territorio da colonizzare da parte di discipline (o altri poteri) “forti”, allora non andremo da nessuna parte. Non è infatti questa l’informatica umanistica che molti fra noi hanno contribuito a sviluppare. Ma soprattutto non è questa l’informatica umanistica che si sta diffondendo nel mondo, come testimonia la conferenza DH, dove a ogni nuova edizione si allarga il ventaglio delle discipline e della reciproca contaminazione, emergendo chiaramente l’impossibilità (e direi l’inutilità) di disegnare confini netti e presunte egemonie. Anzi dove è proprio obiettivo epistemologico primario dimostrare che questo tipo di ricerche, seppure partendo spesso da premesse metodologiche comuni, prosperano nelle fluide e poco canoniche dimensioni di confine.

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Giuseppe Gigliozzi, maestro

Con grande ritardo, ma ancora più grande gioia, segnalo l’uscita dei Saggi di informatica umanistica del maestro di informatica umanistica Giuseppe Gigliozzi (Milano, Unicopli, 2008, pp. 256). Saggi di informatica umanistica di Giuseppe GigliozziIl volume è curato da Myriam Trevisan e non le saremo mai abbastanza grati per il lavoro che ha svolto. I libri curati da Myriam in realtà sono due: il secondo (Saggi di informatica applicata all’analisi letteraria) è una raccolta di studi realizzati da alcuni dei più valenti allievi e collaboratori di Gigliozzi, sparsi fra Roma “La Sapienza” e Roma Tor Vergata: Veronica Giannini, Tiziana Mancinelli, Alessia Scacchi, Daniele Silvi e la stessa Myriam Trevisan.

Giuseppe infatti non è stato solo uno studioso di razza, ma anche un grande catalizzatore di risorse umane. E questo vuoto non è stato mai colmato, producendo un danno irreperabile alla nostra comunità.  A ciò si aggiunge il fatto che il fondatore degli studi di informatica applicata al testo letterario è ancora troppo poco noto fuori d’Italia. Se qualcuno del board della TEI, di ALLC o di qualsiasi altro organismo internazionale di IU leggesse l’italiano forse la storia di questa disciplina potrebbe essere riscritta. Ma è inutile farsi illusioni. Qualche mese fa ho scritto una review per un articolo ’submitted’ a Digital Humanities Quarterly. Il tema: la semiotica del markup. L’autore è persona competente e piuttosto nota nell’ambiente internazionale. Ebbene, presentava la questione come “un campo nuovo”. Vero. Non sono molte le pubblicazioni in inglese su questo tema. Ma leggete che cosa scriveva Giuseppe, profondo conoscitore della semiotica, nel 1987:

“Il termine codice assume un significato diverso e, forse, più ampio di quello che potevamo aspettarci. Non solo strumento per trasferire informazioni da un sistema all’altro, da una lingua all’altra, ma complesso meccanismo che modella la (e si modella sulla) materia trattata. […] È quasi inevitabile notare come l’operazione di codifica, oltre a rappresentare un valido strumento per la particolare traduzione alla quale sarà sottoposto il testo, si proponga come momento iniziale (ma centrale) di qualsiasi indagine.” (p. 86)

Il saggio da cui è tratto questa citazione è di per sé un gioiello (sin dal titolo): “Codice, testo e interpretazione” (pp. 85-100). La proverbiale eleganza dello stile di Giuseppe qui raggiunge un apice. Persino le piccole asperità (che via via GG attenuerà nei lavori successivi) sono come quei crinali di montagna che facciamo fatica a superare ma a cui, una volta arrivati in vetta, siamo grati di esistere.

Potrei continuare con le citazioni, ma tutti i saggi meritano un’approfondita rilettura. Per due ragioni: riascoltare la voce di un grande maestro e rivendicare con orgoglio la qualità e l’originalità della ricerca italiana nel campo delle Digital Humanities. Troppo spesso ce ne dimentichiamo.

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Dai margini dell’Impero

Sono stato a Digital Humanities 2008. Faceva freddo e confesso che questo non mi ha messo di buon umore. Anche a causa dello schock (passare da 35 gradi a 12 non è proprio un’esperienza piacevole) ho potuto seguire solo poche sessioni parallele e fare un giro per i poster. Non so quanto il clima finlandese abbia influito sulle mie capacità ricettive, in ogni caso confesso che quest’anno sono rimasto deluso. cover_book_abstracts2-222x300L’impressione generale, e del tutto parziale (spero anzi di essere smentito da altri partecipanti), è che nonostante l’aumento esponenziale del numero di submission le digital humanities si stiano un po’ avvitando su se stesse. Per la prima volta m’è parso di vedere poca innovazione persino – udite udite! – rispetto all’Italia. Sarà magari colpa degli standard, ma tutto appare sempre più specializzato e concentrato sugli aspetti tecnologici. Qualche volta metodologici. E i contenuti? Boh. A parte qualche paper su cultural heritage, multimedialità e social network questi anglo-nordici rimangono perlopiù concentrati sul testo, ovvero una speciale e asfittica versione di esso. Nel delirio di progetti e soldi investiti da biblioteche, archivi e centri specializzati non sono riuscito a intravedere né una seria discussione sui contenuti (ok gli strumenti, ma per fare quale ricerca?) né uno spazio per la riflessione teorica. Al loro posto, un’orgia di ontologie, metadati e information retrieval.

L’altro aspetto negativo che è emerso da questa edizione di DH è l’egemonia di due o tre grossi centri e istituzioni nella gestione sia politica sia scientifica delle digital humanities. Sai che novità, direte voi. E’ vero. Che ci fosse un’egemonia anglo-americana in questi ambienti lo sapevamo da anni. E la morte di Antonio Zampolli ha indubbiamente peggiorato le cose. A volte ho l’impressione che permettere di presentare contributi in lingue diverse dall’inglese sia solo la “foglia di fico” o la giustificazione per definirsi “foro internazionale”. Ma magari mi sbaglio. E in ogni caso, come diceva Stuart Hall, il padre degli Studi Culturali, “preferisco guardare il mondo dalla periferia piuttosto che dal centro”. Ho ritrovato questa rivalutazione della marginalità in un bellissimo libro su Hiroshima di Kenzaburo Oe. (Ma diranno alcuni: noi mica vogliamo fare la fine degli hibakusha… E io rispondo: discutiamone il signficato profondo.) Lo scenario che ho appena abbozzato, tuttavia, non credo debba scoraggiare l’informatica umanistica nostrana. Al contrario mi pare evidente che le riflessioni e le idee che avevamo cercato di diffondere negli ultimi quindici anni (penso soprattutto ai contributi di Tito Orlandi) ci impongano di darci una mossa. Tanto per cominciare sarebbe importante far partire immediatamente l’Annuario Laterza. Secondo, parlando con Dino Buzzetti (l’unico rappresentante di un’università italiana nel comitato nell’Executive Committee di ALLC) concordavamo nell’osservare che è ora di creare questa benedetta associazione italiana di IU. Aperta a tutti e tutte le persone e le componenti del mondo accademico e della ricerca, senza chiusure e discriminazioni verso nessuno. Dal mio punto di vista questa associazione non dovrebbe proporsi come appendice di ALLC, ma chiedere l’affiliazione alla Alliance of Digital Humanities. Ma su questa e altre idee spero si possa aprire un dibattito su questo Blog…

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Libro e atti

Segnalo due cose: 1) l’uscita online degli Atti del VI convegno Luminar, quest’anno dedicato all’incontro fra filologia e informatica. Mi hanno colpito in particolare i progetti presentati in alcuni poster, fra cui uno sconvolgente lavoro sulle fonti della Commedia di Dante. Sapevate dell’esistenza di un libro intitolato Lectura Super Apocalipsim di Pietro di Giovanni Olivi, francescano della Linguadoca? No? Nemmeno io. Ebbene su questo libro “matrice” Dante innesta un’incredibile fitta rete di rimandi incrociati (a Pietro, ma anche alla Bibbia), rappresentata dall’autore del poster attraverso un complesso ipertesto. Da brivido.

2) La seconda segnalazione è più tranquillizzante: si tratta dell’utile Introduzione alla Linguistica Computazionale, di Isabella Chiari, pubblicata da Laterza che ospita anche una ricca appendice online. Peccato lo scarso o nullo spazio dedicato all’informatica umanistica e alle Digital Humanities.

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Domenico Formonte – Jonathan Usher (a cura di ), New Media and the Humanities: Research and Applications

Autore: Domenico Formonte – Jonathan Usher (a cura di )

Titolo: New Media and the Humanities: Research and Applications. Proceedings of the First Seminar “Computers, Literature and Philology”, Edinburgh, 7-9 September 1998.

Editore: Oxford University Computing Unit, University of Oxford

Luogo di Edizione: Oxford

Anno: 2001

N. pagine: XI + 176

Prezzo: Sterline 18.99

Codice ISBN: 0-9523301-6-4

Acquistabile su: http://www.amazon.co.uk/, http://www.hcu.ox.ac.uk/publications/clip.html

fiormonte_usherMost students of Italian literature probably judge books that feature the word “computer” in the title not worth their exploration. What could be further from the emotional and imaginative wellsprings of a novel or a poem, after all, than the sterile logic of disk drives and bits and bytes? But philology — that humanistic discipline which provides a foundation for higher-level literary criticism — employs its own rigorous methods of comparative analysis that are indeed amenable to, and in some cases can be greatly aided by computational processing, in other words, computers. The coin “humanities computing” has been with us for a few decades already and is not unfamiliar to many ears, though its scope and significance are still not widely appreciated. To literary-minded scholars, New Media and the Humanities: Research and Applications, the newly published proceedings of the first international “Computers, Literature and Philology” (CLiP) seminar, presents an invitation to become acquainted with some of the philological tools and theoretical approaches practitioners of humanities computing are currently developing, many with direct relation to Italian Studies.

Italy was in fact the scene of one of the earliest humanities computing projects, the Index Thomisticus, a concordance with critical edition of the works of Thomas Aquinas that resulted from research begun in the late l940s by Jesuit Roberto Busa. Yet, as Dante Marianacci, Director of the Italian Cultural Institute in Edinburgh, points out in his foreword to New Media and the Humanities, the CLiP seminar held at Edinburgh University on 7-9 September 1998 “connected for the first time Italian Studies to mainstream research in Humanities Computing, establishing robust relationships between Italian research centres and pioneering institutions in USA and Europe” (vi). Since this initial meeting, CLiP has convened each year at a different European university, attracting a stable group of humanities computing professionals to participate in informal presentations and discussion of their methodologies and projects. New Media and the Humanities thus preserves the initial parleys of an ongoing, evolving conversation.

Unfortunately, however, the volume includes only the series of edited papers delivered at the Edinburgh seminar without any record of the undoubtedly lively and pointed exchanges among participants. Nevertheless, the collection of fourteen essays gives one a sense of the different directions from which the contributors approached the major themes of textual encoding, editing, and analysis. Editors Domenico Fiormonte and Jonathan Usher distill and recombine these themes in their introduction, but here we simply provide a précis of each of the essays, which fall roughly into three groupings, although the table of contents suggests no such organization: theoretical and practical constructs for understanding the significance of electronic philology, historical and critical perspectives on the development of computational linguistics and humanities computing, and case studies.

In the opening essay, humanities computing veteran Willard McCarty offers high-level perspectives on the discipline. “Humanities computing,” McCarty claims, “is centred on the mediation of thought by the machine and the implications and consequences of this mediation for scholarship” (3). Alluding to Busa, he argues that the computer must not be regarded as “just a tool,” but rather as “an agent of perception and instrument of thought,” a kind of “mental prosthesis” (3). As such, it shapes what we see and how we see it. When texts are encoded according to a rigorous scheme and then analyzed computationally, the result is a kind of translation of original ambiguities into a brutally simple logic that can at once reveal significant underlying patterns that might otherwise escape detection while throwing into relief the very richness of what cannot be adequately marked up. Francisco Marcos Marín agrees with McCarty that eleetronic philology is not just a tool limited merely to speeding up certain analytical processes and compiling statistics more accurately. Yet unlike McCarty, he does not propose theoretical models to explain or justify its existence. Instead he describes and classifies directly its processes and results, arguing for its place in intellectual and institutional landscapes based on the new questions and insights it makes possible.

In perhaps the most provocative piece in the volume, Allen Renear, the lone American among the otherwise European cohort, suggests that not enough thought or theoretical attention has been given to “non-critical editing,” a term he uses to encompass all but the most formal types of textual editing, and hence also the most common. Especially with the vast and ever-increasing publication of non-critically edited texts on the Web, the cultural consequences are enormous in Renear’s view. While marking up texts for presentation on the Web may seem a simple and straightforward task, he points out that literal transcription, or the “literal representation of the linguistic text of a particular document” (29), inevitably involves a complex set of problems. In order to achieve the appropriate balance between “getting the whole text” and “nothing but the text” (28), one must first understand what a text is, to which Renear gives the answer: an “Ordered Hierarchy of Content Objects” or OCHO (27) — a textual ontology that has been used to support strategies such as the Text Encoding Initiative (TEl).

Lou Burnard approaches the problem of encoding “just the text” from a somewhat different angle than Renear. Rather than departing from ontological concerns, Burnard works from a hermeneutical stance that may be specifically characterized as semiotic. Transcription inevitably involves interpretation because of the complex nature of textuality. A text, he points out, is simultaneously an image, a linguistic construct, and an information structure. A hermeneutical point of departure thus comes round to oritological categories in making its circle, so Burnard’s theses are not incompatible with Renear ‘s.

Fabio Ciotti approaches the problem of transcription from yet a third angle, namely epistemology. Departing from the premise that transcription is essentially concerned with reproducing the sequence of graphic symbols, Ciotti emphasizes the role played by the transcriber’s knowledge and competence in recognizing linguistic codes. From this standpoint, the act of transcribing, or re-encoding a code appears as a primarily epistemic endeavor that can be isolated in practice from metaphysical or ontological concerns. Textual encoding, according to Ciotti, is a theoretical language used to provide access to one set of codes through another.

Shifting to a reader-centered perspective, Claire Warwick asks whether there remains a role for the editor in the hypertext environment where readers have more determination than ever about to how read a text. She answers affirmatively, but argues that role is necessarily changed by the medium. The main difference she sees is that the discrete tasks involved in textual editing are less likely to be performed by an isolated individual than by several working in collaboration. Complementing Warwick’s views with a final theoretical perspective, Federico Pellizzi suggests that theories of discourse elaborated by Foucault and Bakhtin relate well to theories of hypertext since the latter, like the former, place emphasis on the different positions or distance inherent in communicative interactions.

Moving away from the theoretical aspects of textuality and textual encoding, Antonio Zampolli examines in more practical terms the current situation and opportunities for cooperation between computational linguistics and humanities computing, first on a global scale and then particularly in Italy. This is a task which he is uniquely qualified to do, given his continuous involvement in the field of computational linguistics since 1967 and his directorship of the CNR Institute of Computational Linguistics at the University of Pisa. Zampolli traces the parallel but often divergent histories of the two disciplines, pointing out avenues for future cooperation, urging practitioners of computational linguistics and humanities computing to collaborate in the creation of large linguistic repositories and of tools to analyze them. Likewise critical of the isolation of computational linguistics from the concerns of the humanities, Elizabeth Burr advocates setting aside a theory-driven approach to linguistics, which she argues has suffered from a dualistic conception of language based in the analysis of binary opposites, in favor of a data-driven approach, which assumes a functional attitude toward language and focuses on the analysis of corpora of naturally-occurring linguistic productions. A functional stance furthermore introduces an historical perspective that recognizes the evolutionary development of dialects and sociolects, as well as a linguistic knowledge perspective that considers the limits of a speaker’s competence. In his essay on “Researching and teaching literature in the digital era,” Giuseppe Gigliozzi outlines various initiatives of the Centro Ricerche Informatica e Letteratura (CRILet) at the University of Rome, which he directs, before turning to some theoretical reflections on the methodologies he has employed. In the final section, Gigliozzi offers a series of observations on the situation of humanities computing in Italy, correlating its emergence with the need to define alternative professional profiles within glutted humanities faculties.

Readers less interested in theoretical or professional concerns may wish to turn directly to the last four essays, which offer a variety of case studies. David Robey discusses computerized techniques he has used to analyze the sound features of Dante’s Divine Comedy and investigate whether patterns of accented syllables and assonance can be correlated with literary devices operating in the poem. In the only non-English contribution to the volume, Massimo Guerrieri discusses a project to present and compare statistically the variant editions of Eugenio Montale’s Mottetti. Guerrieri’s paper will help those less familiar with SGML (Standard Generalized Markup Language) and the TEl understand how they can be used to prepare textual corpora for analysis using tools such as TACT (Text Analysis Computing Tools), developed at the University of Toronto. Staffan Björk and Lars Erik Holmquist, two younger researchers from the Interactive Institute in Gothenburg, Sweden, sketch their development of software to facilitate sirpultaneous browsing of textual variants. Their work on interface design and screen display issues highlights the importance of devoting attention to these practical aspects of humanities computing in tandem with refining programs to perform computational and lexical analysis. Finally, Licia Calvi describes a hypertext project built around the teaching of postmodern Italian literature at Brown University.

The regrettable absence of a centralized site for CLiP on the Web makes following the evolution of the annual seminar difficult, though remnants of earlier calls for papers do contain some useful links to further information about participants and their projects. In addition, New Media and the Humanities includes a comprehensive list of works cited. More current sources on electronic philology can be found by browsing issues of Computers and the Humanities or the archives of the Humanist electronic discussion group (both sponsored by the Association for Computers and the Humanities), as well as the journals Literary and Linguistic Computing and Computational Linguistics.

Christian Dupont
Director, Special Collections Research Center
600 E.S. Bird Library
Syracuse University, NY
(Review originally published in: Annali d’Italianistica, n. 20 (2001), pp. 581-84).

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