Articoli con tag: digital humanities

“The big thing” è già qui

Tito Orlandi (che ringrazio) mi segnala questo interessante articolo pubblicato dal Chronicle of Higher Education. Si tratta di una cronaca dell’ultimo convegno della Modern Language Association, dove le Digital Humanities, secondo l’autore, si avviano a diventare “the next big thing”. La conferenza MLA, la grande kermesse statunitense dedicata agli studi di lingua e letteratura, si è infatti sempre dimostrata abbastanza scettica nei confronti delle novità tecnologiche. Ma le cose cambiano – a volte molto in fretta. Fra tante luci, anche qualche ombra, che rivela problemi comuni al di qua e al di là dell’atlantico: per esempio lo spinoso e tuttora irrisolto problema del riconoscimento dei prodotti digitali della ricerca. Nonché la questione delle difficoltà di inserimento delle nuove generazioni di ricercatori “nativi digitali”:

At the very moment when our profession needs revitalization and willingness to embrace chance, we have shut out the generation that is poised to provide it, and most of them will have to take their skills and enthusiasm elsewhere.

La domanda sorge spontanea: se i nostri giovani ricercatori fuggono dall’Italia, magari proprio per andare in USA, dove emigreranno quelli statunitensi? Assisteremo fra qualche anno a una migrazione da nord a sud, o meglio da centro a periferia? Sarà mica un segnale che anche le polarità geo-culturali, grazie alle nuove tecnologie, si stanno allentando?

C’è di che riflettere in questo inizio 2010.

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Associazione sì, ma con anima

Il 17 dicembre si è svolta a Firenze la riunione organizzata dalla Fondazione Rinascimento Digitale per discutere la creazione di un’associazione di Informatica Umanistica. La partecipazione è stata ampia e fra mattina e primo pomeriggio hanno parlato circa una ventina di persone provenienti da aree geografiche, esperienze e settori disciplinari diversi. Ciascuno ha avuto a disposizione circa cinque minuti per esporre le sue idee. In tale contesto è evidente che tutti abbiamo cercato elementi di convergenza, convinti come siamo della necessità di creare questa associazione sulla base – passatemi il termine in voga – di “larghe intese”. Tuttavia in cinque minuti non era possibile articolare una posizione. E dunque credo sia renda necessario, in vista anche della stesura dello statuto, un approfodimento della discussione, da portare avanti in varie forme (forum, mailing list, questo blog, ecc.).

Le riflessioni che seguono riprendono sia alcuni dei temi toccati negli interventi fiorentini sia un recente scambio di mail (ancora in corso) fra i vari partecipanti.

1) Mi pareva fosse chiaro sia dalle premesse (Tammaro, Bozzi) sia da molti interventi (Ciotti, ecc.), che l’associazione dovesse nascere il più possibile aperta verso ogni disciplina e ogni settore di ricerca. Il nome proposto è (era) infatti “Rete italiana per la cultura umanistica digitale”. Tuttavia, dopo aver letto alcune mail di colleghi e colleghe, credo sia il momento di domandarsi qual è il significato che ciascuno di noi assegna al termine “cultura digitale”. A Firenze è sembrato evidente che per alcuni (e la cornice in cui si svolgeva l’evento rafforza quest’impressione) tale “cultura digitale” si identifichi o tenda a identificarsi con la produzione e gestione di archivi, biblioteche e repositories digitali e con il suo vasto “indotto” (penso ad es. all’analisi dei contenuti, es. TAPoR). E’ vero che al momento il settore archivistico-bibliotecario ha assunto una funzione di traino nei confronti di ciò che chiamiamo informatica umanistica, ma a mio parere le digital humanities non sono né possono essere solo questo. Tanto per dirne una: la progettazione (e la riflessione su) degli strumenti di insegnamento riguarda gli specifici settori che ne fanno uso (dall’insegnamento delle lingue alla didattica della geografia o della storia), gli informatici oppure entrambi? E secondo quali percentuali?

2) Nel mio intervento ho cercato di spiegare che qualsiasi iniziativa vogliamo intraprendere non può non tenere conto del futuro, ovvero dell’investimento sui giovani. La domanda allora è: quali sono gli strumenti con cui dovremmo formare le nuove generazioni? Di qui la proposta di riflettere su un sillabo di IU e censire tutte le attività formative sul territorio nazionale. E tuttavia a che cosa attribuire la debolezza accademica dell’informatica umanistica se non all’assenza di un SSD di Informatica Umanistica (o comunque lo si voglia chiamare)? Sebbene sia in atto una riorganizzazione generale dei settori discplinari, va trovato un modo per garantite un futuro a questa disciplina o insieme di discipline, pensando alla progettazione di un dottorato e al rilancio e al consolidamento delle lauree magistrali. Per fare questo non possiamo escludere dall’orizzonte la creazione del gruppo disciplinare autonomo. Non solo non credo che questo sia in contraddizione con l’interdisciplinarietà, ma anzi ritengo che, almeno in Italia, questo sia l’unico modo per costruire uno spazio genuinamente interdisciplinare e libero da ipoteche. D’altra parte è sempre stato così: non solo la prima cattedra di Informatica in Italia risale agli anni Sessanta, ma ricordo che stessa sorte è toccata alla Sociologia, osteggiata fin dall’inizio sia dagli umanisti (filosofi, pedagogisti, ecc.) che dagli ’scienziati’ (psicologi, ecc.).

3) Mi dispiace che a Firenze nessuno abbia ricordato che nel 2003 preparammo un documento che venne firmato da oltre 180 docenti, ricercatori ed esperti che riassumeva le caratteristiche principali dell’informatica umanistica. Questo documento avrebbe potuto essere una prima base di discussione ed evitare molte confusioni e molti fraintendimenti. Tuttavia per qualche motivo nessuno – me incluso – lo ha citato. Mea culpa. Il rispetto per la storia, inclusa la propria, è molto importante quando ci accingiamo a costruire qualcosa di nuovo.

4) Il problema dell’interdisciplinarietà è stato lo spettro che si aggirava per i soffitti dell’elegante sala della Casa di Dante. A tale proposito, nell’intervento di Maristella Agosti, docente di ingegneria alla Facoltà di Lettere di Padova, mi hanno colpito tre cose: a) l’affermazione che l’informatica umanistica probabilmente non esiste; b) la proposta che il convegno della neonanda associazione si svolgesse in appendice al convegno nazionale sulle biblioteche digitali (non ricordo esattamente quale); c) la rivendicazione di una presenza degli ingegneri in seno al MIBAC. Forse non rendo giustizia alle generose aperture della collega, ma credo che a) lo spazio di ricerca e riflessione creato da un piccolo gruppo di pionieri (italiani e non) negli ultimi trenta-quarant’anni sia diventato talmente importante che oggi persino gli ingegneri se ne occupano e lo rivendicano come proprio; b) in tutto il mondo esistono programmi di insegnamento e ricerche che esplicitamente fanno riferimento a quella storia e a quelle persone (cfr. T. Numerico / D. Fiormonte / F. Tomasi, L’umanista digitaleappendice, Il Mulino, in stampa). Forse non abbiamo bisogno di un’altra “scatola”, ma certamente non possiamo rtienerci soddisfatti di quelle attuali. Però, in quale scatola disciplinare racchiudere progetti come la Writers House o le opere di Noah Wardrip Fruin e altri? A me pare che questi campi non solo debbano essere rappresentati all’interno dell’associazione, ma ne possano costituire un punto di forza.  La ricerca di successo è quasi sempre interdisciplinare (forse meta-disciplinare), ma questo è ancora più vero nel campo delle DH dove il DNA della ricerca nasce già, per così dire, “disciplinarmente modificato”. Mi dispiace ricorrere ancora a un’inelegante autocitazione, ma forse un ripasso può essere utile:

I centri di ricerca, durante la Seconda guerra mondiale e negli anni immediatamente successivi ad essa, hanno creato uno spazio tra le discipline, una terra di nessuno nella quale, come disse Norbert Wiener, è stato possibile costruire l’innovazione. La nostra impressione è che i problemi etici, sociali, filosofici ed epistemologici siano stati tematizzati fin dalla nascita dell’informatica e siano stati presenti anche nel successivo passaggio innovativo: quando il computer fu rappresentato come uno strumento di comunicazione. Questa prospettiva comunicativa, che non esiteremmo a considerare rivoluzionaria, è stata alla base del concetto di interfaccia uomo-macchina e anche dell’idea di una rete di interconnessione tra tutte le macchine. A essa hanno contribuito personaggi come Vannevar Bush, J.C.R. Licklider, Robert Taylor, Douglas Engelbart, Ted Nelson, Donald Norman e altri. Costoro, o provenivano da una formazione di base in discipline umanistico-sociali, come Licklider, Taylor, Norman e Nelson, oppure avevano una profonda sensibilità che li spingeva a essere visionari nei confronti del futuro rapporto tra macchina e umanità. L’approccio umanistico ha quindi avuto un ruolo centrale nella storia dell’informatica. (T. Numerico / D. Fiormonte / F. Tomasi, L’umanista digitale, cit., p.9)

Come osservava Federico Meschini, è ovvio che tutti noi abbiamo collaborato e collaboreremo sempre di più con informatici e ingegneri, ma non è questo il punto. Il punto è capire chi siamo e che cosa vogliamo noi, che in questa fase di transizione siamo immersi e che nella migliore delle ipotesi abitiamo quella “terra di nessuno” di cui parlava Norbert Wiener.

Io credo che se l’associazione nascerà con e dalla consapevolezza e – permettetemi – l’orgoglio del ruolo fondativo della cultura umanistica nella nascita e nello sviluppo del concetto di informatica, allora avrà un senso; ma se invece sarà un contenitore e vetrina di un particolare gruppo di discipline in cerca di legittimità o peggio uno territorio da colonizzare da parte di discipline (o altri poteri) “forti”, allora non andremo da nessuna parte. Non è infatti questa l’informatica umanistica che molti fra noi hanno contribuito a sviluppare. Ma soprattutto non è questa l’informatica umanistica che si sta diffondendo nel mondo, come testimonia la conferenza DH, dove a ogni nuova edizione si allarga il ventaglio delle discipline e della reciproca contaminazione, emergendo chiaramente l’impossibilità (e direi l’inutilità) di disegnare confini netti e presunte egemonie. Anzi dove è proprio obiettivo epistemologico primario dimostrare che questo tipo di ricerche, seppure partendo spesso da premesse metodologiche comuni, prosperano nelle fluide e poco canoniche dimensioni di confine.

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Giuseppe Gigliozzi, maestro

Con grande ritardo, ma ancora più grande gioia, segnalo l’uscita dei Saggi di informatica umanistica del maestro di informatica umanistica Giuseppe Gigliozzi (Milano, Unicopli, 2008, pp. 256). Saggi di informatica umanistica di Giuseppe GigliozziIl volume è curato da Myriam Trevisan e non le saremo mai abbastanza grati per il lavoro che ha svolto. I libri curati da Myriam in realtà sono due: il secondo (Saggi di informatica applicata all’analisi letteraria) è una raccolta di studi realizzati da alcuni dei più valenti allievi e collaboratori di Gigliozzi, sparsi fra Roma “La Sapienza” e Roma Tor Vergata: Veronica Giannini, Tiziana Mancinelli, Alessia Scacchi, Daniele Silvi e la stessa Myriam Trevisan.

Giuseppe infatti non è stato solo uno studioso di razza, ma anche un grande catalizzatore di risorse umane. E questo vuoto non è stato mai colmato, producendo un danno irreperabile alla nostra comunità.  A ciò si aggiunge il fatto che il fondatore degli studi di informatica applicata al testo letterario è ancora troppo poco noto fuori d’Italia. Se qualcuno del board della TEI, di ALLC o di qualsiasi altro organismo internazionale di IU leggesse l’italiano forse la storia di questa disciplina potrebbe essere riscritta. Ma è inutile farsi illusioni. Qualche mese fa ho scritto una review per un articolo ’submitted’ a Digital Humanities Quarterly. Il tema: la semiotica del markup. L’autore è persona competente e piuttosto nota nell’ambiente internazionale. Ebbene, presentava la questione come “un campo nuovo”. Vero. Non sono molte le pubblicazioni in inglese su questo tema. Ma leggete che cosa scriveva Giuseppe, profondo conoscitore della semiotica, nel 1987:

“Il termine codice assume un significato diverso e, forse, più ampio di quello che potevamo aspettarci. Non solo strumento per trasferire informazioni da un sistema all’altro, da una lingua all’altra, ma complesso meccanismo che modella la (e si modella sulla) materia trattata. […] È quasi inevitabile notare come l’operazione di codifica, oltre a rappresentare un valido strumento per la particolare traduzione alla quale sarà sottoposto il testo, si proponga come momento iniziale (ma centrale) di qualsiasi indagine.” (p. 86)

Il saggio da cui è tratto questa citazione è di per sé un gioiello (sin dal titolo): “Codice, testo e interpretazione” (pp. 85-100). La proverbiale eleganza dello stile di Giuseppe qui raggiunge un apice. Persino le piccole asperità (che via via GG attenuerà nei lavori successivi) sono come quei crinali di montagna che facciamo fatica a superare ma a cui, una volta arrivati in vetta, siamo grati di esistere.

Potrei continuare con le citazioni, ma tutti i saggi meritano un’approfondita rilettura. Per due ragioni: riascoltare la voce di un grande maestro e rivendicare con orgoglio la qualità e l’originalità della ricerca italiana nel campo delle Digital Humanities. Troppo spesso ce ne dimentichiamo.

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Dai margini dell’Impero

Sono stato a Digital Humanities 2008. Faceva freddo e confesso che questo non mi ha messo di buon umore. Anche a causa dello schock (passare da 35 gradi a 12 non è proprio un’esperienza piacevole) ho potuto seguire solo poche sessioni parallele e fare un giro per i poster. Non so quanto il clima finlandese abbia influito sulle mie capacità ricettive, in ogni caso confesso che quest’anno sono rimasto deluso. cover_book_abstracts2-222x300L’impressione generale, e del tutto parziale (spero anzi di essere smentito da altri partecipanti), è che nonostante l’aumento esponenziale del numero di submission le digital humanities si stiano un po’ avvitando su se stesse. Per la prima volta m’è parso di vedere poca innovazione persino – udite udite! – rispetto all’Italia. Sarà magari colpa degli standard, ma tutto appare sempre più specializzato e concentrato sugli aspetti tecnologici. Qualche volta metodologici. E i contenuti? Boh. A parte qualche paper su cultural heritage, multimedialità e social network questi anglo-nordici rimangono perlopiù concentrati sul testo, ovvero una speciale e asfittica versione di esso. Nel delirio di progetti e soldi investiti da biblioteche, archivi e centri specializzati non sono riuscito a intravedere né una seria discussione sui contenuti (ok gli strumenti, ma per fare quale ricerca?) né uno spazio per la riflessione teorica. Al loro posto, un’orgia di ontologie, metadati e information retrieval.

L’altro aspetto negativo che è emerso da questa edizione di DH è l’egemonia di due o tre grossi centri e istituzioni nella gestione sia politica sia scientifica delle digital humanities. Sai che novità, direte voi. E’ vero. Che ci fosse un’egemonia anglo-americana in questi ambienti lo sapevamo da anni. E la morte di Antonio Zampolli ha indubbiamente peggiorato le cose. A volte ho l’impressione che permettere di presentare contributi in lingue diverse dall’inglese sia solo la “foglia di fico” o la giustificazione per definirsi “foro internazionale”. Ma magari mi sbaglio. E in ogni caso, come diceva Stuart Hall, il padre degli Studi Culturali, “preferisco guardare il mondo dalla periferia piuttosto che dal centro”. Ho ritrovato questa rivalutazione della marginalità in un bellissimo libro su Hiroshima di Kenzaburo Oe. (Ma diranno alcuni: noi mica vogliamo fare la fine degli hibakusha… E io rispondo: discutiamone il signficato profondo.) Lo scenario che ho appena abbozzato, tuttavia, non credo debba scoraggiare l’informatica umanistica nostrana. Al contrario mi pare evidente che le riflessioni e le idee che avevamo cercato di diffondere negli ultimi quindici anni (penso soprattutto ai contributi di Tito Orlandi) ci impongano di darci una mossa. Tanto per cominciare sarebbe importante far partire immediatamente l’Annuario Laterza. Secondo, parlando con Dino Buzzetti (l’unico rappresentante di un’università italiana nel comitato nell’Executive Committee di ALLC) concordavamo nell’osservare che è ora di creare questa benedetta associazione italiana di IU. Aperta a tutti e tutte le persone e le componenti del mondo accademico e della ricerca, senza chiusure e discriminazioni verso nessuno. Dal mio punto di vista questa associazione non dovrebbe proporsi come appendice di ALLC, ma chiedere l’affiliazione alla Alliance of Digital Humanities. Ma su questa e altre idee spero si possa aprire un dibattito su questo Blog…

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