Articoli con tag: didattica

Il manifesto dei triennalisti (americani)

Ogni tanto sento (ancora) dire da qualche studente/essa che le digital humanities le/gli “hanno aperto un mondo”. La cosa paradossalmente non è rara nemmeno fra i cosiddetti nativi digitali (ammesso che esistano). Lo testimonia questo Manifesto scritto da un gruppo di studenti undergraduate americani come attività di un corso della Bloomsburg University in Pennsylvania. Fra le altre cose scrivono gli studenti:

Today, we need collaboration, not lectures; we need to learn concepts, not singular facts; we need networking and socialization, not isolation; we need interactive learning, not to sit back and listen. We need new outcome objectives, not standardized tests…
The literary scholar will tell you what Howl* means; the historian will give you context on the sociopolitical climate of the time; the chemist will test for drug residue on the original manuscripts; the computer scientist will create a Java-enhanced website; all of them will transcribe those manuscripts in TEI-XML; and none of this will be done alone.

Mi sembra un contributo molto lucido che andrebbe diffuso non solo fra i nostri studenti come incoraggiamento, ma direi soprattutto fra i docenti (come psicotropo?). Interessante il richiamo alla trasversalità della ricerca umanistica, data in un certo senso come acquisita. Ciò che un tempo chi si iscriveva a Lettere pensava essere il frutto del genio solitario, oggi può essere realizzato solo da team interdisciplinari. Un doppio colpo per le scienze umanistiche che vedono crollare sia il primato della sacralità individuale dell’atto creativo sia l’immagine di disciplina “incontaminata”, lontana dalle tensioni sociali, dai poteri e dalle tecniche.

* Si tratta, presumibilmente, della poesia di Allen Ginsberg.

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L’autunno caldo delle (digital) Humanities

Negli ultimi due mesi gli effetti della crisi finanziaria globale hanno iniziato a colpire duro scuola e università. I tagli colpiscono un po’ ovunque nel mondo occidentale e se in Francia, Regno Unito, Italia e Austria si scende in piazza (anche con scontri violenti, come abbiamo visto a Londra), il dibattito non è meno infuocato negli Stati Uniti o nel resto d’Europa. E come sempre accade nei  momenti di crisi, le scienze umane sono le prime a farne le spese.

La crisi delle Humanities in USA risale agli inizi degli Novanta, quando la Modern Language Association cominciò a  documentare il crollo nell’offerta dei posti di lingue e letterature moderne. Ma l’incattivimento neo-liberista degli ultimi anni indica un salto di qualità. Segnalo qui di seguito alcuni interventi che sembrano avere in comune una riflessione di fondo: il danno materiale della riduzione dei finanziamenti nasconde il dato ideologico, ovvero che sotto attacco è la stessa legittimità ad esistere dell’università in quanto luogo di produzione e trasmissione dei saperi.  In questo senso si esprimono lo storico Keith Thomas sul Times Literary Supplement (What are university for?) e Stanley Fish sul New York Times (The crisis of the humanities officially arrives), il quale non solo spiega come in molti casi i soldi delle tasse pagate dagli studenti di Humanities facciano campare il resto delle facoltà non-umanistiche, ma invita a non accontentarsi delle briciole (CRUI docet) e a sfidare politici e amministratori sul loro terreno:

“And as you do this, drop the deferential pose, leave off being a
petitioner and ask some pointed questions: Do you know what a university is, and if you don’t, don’t you think you should, since you’re making its funding decisions? Do you want a university — an institution that takes its place in a tradition dating back centuries — or do you want something else, a trade school perhaps? (Nothing wrong with that.) And if you do want a university, are you willing to pay for it, which means not confusing it with a profit center? And if you don’t want a
university, will you fess up and tell the citizens of the state that
you’re abandoning the academic enterprise, or will you keep on mouthing the pieties while withholding the funds?”

Ma non tutti sono su questa linea. Per alcuni le responsabilità della crisi dell’università vanno ricercate al proprio interno. Così lo storico delle religioni della Columbia Marc C. Taylor, che in un articolo dal titolo significativo (End the University as We Know It), invoca una serie di riforme lacrime e sangue, fra cui l’abolizione della tenure (assunzione a tempo indeterminato):  ”initially intended to protect academic freedom, tenure has resulted in institutions with little turnover and professors impervious to change.”

In questo caos, inaspettatamente, si alzano voci in difesa delle Humanities addirittura fra gli economisti:

“One of the vehicles the neo-liberals use to promote their anti-intellectual agenda is the false claims that governments are financially constrained. By appealing to this myth lots of questions about motivation are avoided. They promote the myth that some activity is “too expensive” or “not productive enough” and we are thus shoe-horned into that way of thinking. But I feel good knowing there are libraries full of books of poems and plays and stories and I know that sovereign government are not financially constrained. I might not be able to defend the quality of a poem but I can certainly explain how the monetary system works. So you poets and playwrights under threat – come aboard and learn about fiscal policy and the monetary system and spread the word.”

E’ evidente che le ragioni della crisi planetaria dell’università sono complesse, ma se i governi non hanno timore di tagliare senza pietà l’educazione pubblica è perché una larga fetta di società è indifferente o apertamente ostile al sistema di formazione. Opporsi a un’idelogia liberista che giunta al capolinea mostra i suoi aspetti più violenti è nostro dovere, ma come possiamo rispondere a quell’ostilità? A mio parere non si tratta solo della crisi di un modello sociale, come scrive Luciano Gallino, ma di un intero sistema di valori, riferimenti e identità culturali. Ci possiamo stracciare le vesti di fronte a questo fenomeno, ma sarebbe troppo facile cavarsela con la solita accusa di apatia nei confronti della società: se la massa non reagisce di fronte allo smantellamento dell’istruzione è anche perché è insoddisfatta di come l’istruzione funziona. Nostro dovere è allora anche cominciare a pensare ad alternative per rispondere a questa crisi di legittimità. Andrew Prescott, in un recente contributo su Humanist, sottolineava come le Digital Humanities possano svolgere un ruolo trainante in questa fase di crisi, coagulando le “migliori difese” contro le argomentazioni che attribuiscono scarsa utilità alle discipline umanistiche. E’ un fatto che la novità rappresentata dalle Digital Humanities stia ricevendo una crescente visibilità, ma a mio parere la vera carica rivoluzionaria di questo ibrido disciplinare non risiede solo nella facoltà di produrre risultati scientifici originali, ma nella capacità di creare un nuovo epistème che scompigli i tradizionali recinti accademici e mandi in frantumi il tradizionale e ormai inservibile modello docente/emittente – destinatario/allievo. Investire nelle Digital Humanities allora non vorrà più dire salvare le scienze umane dall’estinzione accademica, ma rilanciare il loro ruolo nella società.

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Associazione sì, ma con anima

Il 17 dicembre si è svolta a Firenze la riunione organizzata dalla Fondazione Rinascimento Digitale per discutere la creazione di un’associazione di Informatica Umanistica. La partecipazione è stata ampia e fra mattina e primo pomeriggio hanno parlato circa una ventina di persone provenienti da aree geografiche, esperienze e settori disciplinari diversi. Ciascuno ha avuto a disposizione circa cinque minuti per esporre le sue idee. In tale contesto è evidente che tutti abbiamo cercato elementi di convergenza, convinti come siamo della necessità di creare questa associazione sulla base – passatemi il termine in voga – di “larghe intese”. Tuttavia in cinque minuti non era possibile articolare una posizione. E dunque credo sia renda necessario, in vista anche della stesura dello statuto, un approfodimento della discussione, da portare avanti in varie forme (forum, mailing list, questo blog, ecc.).

Le riflessioni che seguono riprendono sia alcuni dei temi toccati negli interventi fiorentini sia un recente scambio di mail (ancora in corso) fra i vari partecipanti.

1) Mi pareva fosse chiaro sia dalle premesse (Tammaro, Bozzi) sia da molti interventi (Ciotti, ecc.), che l’associazione dovesse nascere il più possibile aperta verso ogni disciplina e ogni settore di ricerca. Il nome proposto è (era) infatti “Rete italiana per la cultura umanistica digitale”. Tuttavia, dopo aver letto alcune mail di colleghi e colleghe, credo sia il momento di domandarsi qual è il significato che ciascuno di noi assegna al termine “cultura digitale”. A Firenze è sembrato evidente che per alcuni (e la cornice in cui si svolgeva l’evento rafforza quest’impressione) tale “cultura digitale” si identifichi o tenda a identificarsi con la produzione e gestione di archivi, biblioteche e repositories digitali e con il suo vasto “indotto” (penso ad es. all’analisi dei contenuti, es. TAPoR). E’ vero che al momento il settore archivistico-bibliotecario ha assunto una funzione di traino nei confronti di ciò che chiamiamo informatica umanistica, ma a mio parere le digital humanities non sono né possono essere solo questo. Tanto per dirne una: la progettazione (e la riflessione su) degli strumenti di insegnamento riguarda gli specifici settori che ne fanno uso (dall’insegnamento delle lingue alla didattica della geografia o della storia), gli informatici oppure entrambi? E secondo quali percentuali?

2) Nel mio intervento ho cercato di spiegare che qualsiasi iniziativa vogliamo intraprendere non può non tenere conto del futuro, ovvero dell’investimento sui giovani. La domanda allora è: quali sono gli strumenti con cui dovremmo formare le nuove generazioni? Di qui la proposta di riflettere su un sillabo di IU e censire tutte le attività formative sul territorio nazionale. E tuttavia a che cosa attribuire la debolezza accademica dell’informatica umanistica se non all’assenza di un SSD di Informatica Umanistica (o comunque lo si voglia chiamare)? Sebbene sia in atto una riorganizzazione generale dei settori discplinari, va trovato un modo per garantite un futuro a questa disciplina o insieme di discipline, pensando alla progettazione di un dottorato e al rilancio e al consolidamento delle lauree magistrali. Per fare questo non possiamo escludere dall’orizzonte la creazione del gruppo disciplinare autonomo. Non solo non credo che questo sia in contraddizione con l’interdisciplinarietà, ma anzi ritengo che, almeno in Italia, questo sia l’unico modo per costruire uno spazio genuinamente interdisciplinare e libero da ipoteche. D’altra parte è sempre stato così: non solo la prima cattedra di Informatica in Italia risale agli anni Sessanta, ma ricordo che stessa sorte è toccata alla Sociologia, osteggiata fin dall’inizio sia dagli umanisti (filosofi, pedagogisti, ecc.) che dagli ‘scienziati’ (psicologi, ecc.).

3) Mi dispiace che a Firenze nessuno abbia ricordato che nel 2003 preparammo un documento che venne firmato da oltre 180 docenti, ricercatori ed esperti che riassumeva le caratteristiche principali dell’informatica umanistica. Questo documento avrebbe potuto essere una prima base di discussione ed evitare molte confusioni e molti fraintendimenti. Tuttavia per qualche motivo nessuno – me incluso – lo ha citato. Mea culpa. Il rispetto per la storia, inclusa la propria, è molto importante quando ci accingiamo a costruire qualcosa di nuovo.

4) Il problema dell’interdisciplinarietà è stato lo spettro che si aggirava per i soffitti dell’elegante sala della Casa di Dante. A tale proposito, nell’intervento di Maristella Agosti, docente di ingegneria alla Facoltà di Lettere di Padova, mi hanno colpito tre cose: a) l’affermazione che l’informatica umanistica probabilmente non esiste; b) la proposta che il convegno della neonanda associazione si svolgesse in appendice al convegno nazionale sulle biblioteche digitali (non ricordo esattamente quale); c) la rivendicazione di una presenza degli ingegneri in seno al MIBAC. Forse non rendo giustizia alle generose aperture della collega, ma credo che a) lo spazio di ricerca e riflessione creato da un piccolo gruppo di pionieri (italiani e non) negli ultimi trenta-quarant’anni sia diventato talmente importante che oggi persino gli ingegneri se ne occupano e lo rivendicano come proprio; b) in tutto il mondo esistono programmi di insegnamento e ricerche che esplicitamente fanno riferimento a quella storia e a quelle persone (cfr. T. Numerico / D. Fiormonte / F. Tomasi, L’umanista digitaleappendice, Il Mulino, in stampa). Forse non abbiamo bisogno di un’altra “scatola”, ma certamente non possiamo rtienerci soddisfatti di quelle attuali. Però, in quale scatola disciplinare racchiudere progetti come la Writers House o le opere di Noah Wardrip Fruin e altri? A me pare che questi campi non solo debbano essere rappresentati all’interno dell’associazione, ma ne possano costituire un punto di forza.  La ricerca di successo è quasi sempre interdisciplinare (forse meta-disciplinare), ma questo è ancora più vero nel campo delle DH dove il DNA della ricerca nasce già, per così dire, “disciplinarmente modificato”. Mi dispiace ricorrere ancora a un’inelegante autocitazione, ma forse un ripasso può essere utile:

I centri di ricerca, durante la Seconda guerra mondiale e negli anni immediatamente successivi ad essa, hanno creato uno spazio tra le discipline, una terra di nessuno nella quale, come disse Norbert Wiener, è stato possibile costruire l’innovazione. La nostra impressione è che i problemi etici, sociali, filosofici ed epistemologici siano stati tematizzati fin dalla nascita dell’informatica e siano stati presenti anche nel successivo passaggio innovativo: quando il computer fu rappresentato come uno strumento di comunicazione. Questa prospettiva comunicativa, che non esiteremmo a considerare rivoluzionaria, è stata alla base del concetto di interfaccia uomo-macchina e anche dell’idea di una rete di interconnessione tra tutte le macchine. A essa hanno contribuito personaggi come Vannevar Bush, J.C.R. Licklider, Robert Taylor, Douglas Engelbart, Ted Nelson, Donald Norman e altri. Costoro, o provenivano da una formazione di base in discipline umanistico-sociali, come Licklider, Taylor, Norman e Nelson, oppure avevano una profonda sensibilità che li spingeva a essere visionari nei confronti del futuro rapporto tra macchina e umanità. L’approccio umanistico ha quindi avuto un ruolo centrale nella storia dell’informatica. (T. Numerico / D. Fiormonte / F. Tomasi, L’umanista digitale, cit., p.9)

Come osservava Federico Meschini, è ovvio che tutti noi abbiamo collaborato e collaboreremo sempre di più con informatici e ingegneri, ma non è questo il punto. Il punto è capire chi siamo e che cosa vogliamo noi, che in questa fase di transizione siamo immersi e che nella migliore delle ipotesi abitiamo quella “terra di nessuno” di cui parlava Norbert Wiener.

Io credo che se l’associazione nascerà con e dalla consapevolezza e – permettetemi – l’orgoglio del ruolo fondativo della cultura umanistica nella nascita e nello sviluppo del concetto di informatica, allora avrà un senso; ma se invece sarà un contenitore e vetrina di un particolare gruppo di discipline in cerca di legittimità o peggio uno territorio da colonizzare da parte di discipline (o altri poteri) “forti”, allora non andremo da nessuna parte. Non è infatti questa l’informatica umanistica che molti fra noi hanno contribuito a sviluppare. Ma soprattutto non è questa l’informatica umanistica che si sta diffondendo nel mondo, come testimonia la conferenza DH, dove a ogni nuova edizione si allarga il ventaglio delle discipline e della reciproca contaminazione, emergendo chiaramente l’impossibilità (e direi l’inutilità) di disegnare confini netti e presunte egemonie. Anzi dove è proprio obiettivo epistemologico primario dimostrare che questo tipo di ricerche, seppure partendo spesso da premesse metodologiche comuni, prosperano nelle fluide e poco canoniche dimensioni di confine.

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Rete Italiana per la Cultura Umanistica Digitale

La mattina del 17 dicembre si svolgerà a Firenze, presso la Fondazione Rinascimento Digitale, un incontro dedicato alla creazione di una “Rete italiana per la cultura umanistica digitale”. Da molti anni la comunità italiana dell’informatica umanistica si interroga sulla possibilità di fondare un’associazione nazionale e l’incontro fiorentino potrebbe costituire una buona occasione.  La riunione nasce a latere del convegno “Cultural Heritage online “ ed è organizzata da  Anna Maria Tammaro. Sul programma si legge: “La rete italiana per la cultura umanistica digitale si pone lo scopo di promuovere in Italia la cooperazione per la ricerca e la didattica in ambito digitale e di fornire un supporto organizzativo attraverso cui le comunità coinvolte possano essere rappresentate in tutti i progetti e le attività di interesse europeo”. Dopo un intervento della stessa Tammaro e un’introduzione di Andrea Bozzi, sono previste due ore circa di “discussione aperta” coordinata da Paolo Chiesa.

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Mordenti: informatica e neo-umanesimo

Insegnare a leggere e a scrivere nell’epoca del computer
Immagine tratta dal sito www.studiocanal.it La scuola delle tre ‘L’

di Raul Mordenti*
“Da più di cent’anni si è sparsa una grande quantità di lamenti sul disordine delle scuole e del metodo, e soprattutto poi negli ultimi trent’anni si è pensato ansiosamente ai rimedi. Ma con quale profitto?” (…)

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Raul Mordenti, L’insegnamento dell’Informatica nelle Facoltà Umanistiche

Intervento di Raul Mordenti all’XI Convegno annuale di informatica umanistica della Fondazione Ezio Franceschini.

L’informatica umanistica oggi. Lo statuto e gli strumenti nella ricerca e nella didattica.

Verona, 28 febbraio – 1 marzo 2003 – PDF

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