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Dietro la quinta

All’inizio del 2009 il Web ha pronunciato le prime parole della sua quinta lingua. Nonostante HTML5 sia ancora lontano dal diventare una raccomandazione del W3C, l’applicabilità immediata sui browser di ultima generazione e il fascino esercitato sui web designer grazie a nuovi tag strutturali come header, article, nav, footer ne stanno diffondendo un’adozione crescente.
Struttura di pagina web in HTML5Se si considera l’interruzione definitiva dello sviluppo di XHTML2 da parte dello stesso W3C, HTML5 si presenta attualmente come l’unico candidato a rappresentare il futuro dei linguaggi di marcatura ipertestuale. Non senza polemiche e recriminazioni, però, visto che dietro al markup si nascondono non soltanto versioni differenti dello sviluppo dei linguaggi della Rete ma anche e soprattutto posizioni di mercato contrastanti che ho cercato di riassumere in un articolo recente che prefigura una nuova guerra dei browser.

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Buon vecchio semantico HTML

Tra gli informatici umanistici, l’HTML non gode di buonissima considerazione. Accomunato non a caso al Macintosh, il linguaggio inventato da Tim Berners Lee rappresenterebbe l’inizio della fine dell’informatica, il simbolo a tre doppie W del trionfo della forma sulla sostanza, la corruzione della grafica contro la purezza del Codice.
visualizza-codiceA ripassare la sua storia, invece (storia che poi coincide con quella del World Wide Web tutto), appare evidente come il linguaggio di marcatura ipertestuale sia stato travolto dal suo proprio inaspettato successo e dalla sua studiata semplicità, fino a diventarne vittima.
In un mondo che voleva luci, colori, animazioni, commerci e divertimenti, e lo voleva subito (non che ci sia nulla di male nel volerlo – o almeno non fin quando si richiedano ballerine e nani), convincere un web designer a codificare una pagina web secondo struttura e semantica era come cercare di convincere Bartleby a fare una qualsiasi cosa.
Eppure, l’HTML per quello era nato, fornire a un documento da pubblicare sul web una marcatura strutturale e semantica, minima, banale, elementare se vogliamo: ma strutturale e semantica.
Titoli, paragrafi, liste, link.
E invece fu un diluvio inestricabile di font e attributi di allineamento, colore e dimensioni. L’alfiere di questa vera e propria deviazione semantica resterà per sempre l’elemento table: destinato a rappresentare dati tabulari (avete presente gli orridi fogli di Excel?), divenne l’escamotage codicistico per creare impaginazioni complesse per testate, menu e corpi di pagina in grado di replicare i classici ed elaborati layout tipografici.
Ma questo, nel 1999, era l’HTML di Netscape (riposi in pace) e Microsoft, non del World Wide Web Consortium.
Dall’inizio del ventunesimo secolo, però, non esiste più spazio per fraintendimenti e tradimenti di senso: nuovi browser standards compliant si sono affacciati sulla scena, una nuova generazione di web designer ha evangelizzato gli infedeli e gli scettici e soprattutto, con la release di Internet Explorer 5.5, anche Microsoft ha iniziato (titubante la sua parte, certo, ma comunque ha iniziato) ad abbracciare le raccomandazioni del W3C che dai CSS all’XHTML, passando per l’XML, hanno ribadito la forza della codifica semantica e il valore della separazione della struttura dalla presentazione.
Se andate a spulciare il codice sorgente di qualcuno dei vostri siti preferiti, anche di informatica umanistica, noterete che i cattivi costumi (e gli align='center') sono duri a morire: fategli sapere che il buon vecchio semantico HTML è tornato tra noi, da un pezzo.

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