Archivio Categoria: Riflessioni

Internet ci rende stupidi?

Se non si contraddicesse pagina dopo pagina, Nicholas Carr avrebbe scritto un libro interessante. O, forse, l’interesse nella lettura di Internet ci rende stupidi? Come la Rete sta cambiando il nostro cervello (Raffaello Cortina Editore, 2011) è direttamente proporzionale al numero delle contraddizioni contenuto in esso. Iscritto d’ufficio nella categoria Pentiti (o se si preferisce Apocalittici), dopo la pubblicazione di un articolo su Atlantic nel 2008, che ha costituito la base sulla quale si è sviluppata la scrittura del libro, Carr è convinto che l’uso intensivo della Rete finirà per atrofizzare il cervello dell’uomo.

Per sostenere la sua tesi, parte da McLuhan e finisce con Kubrick, passando per la letteratura classica dei communication e cultural studies e le neuroscienze e le scienze cognitive, offrendoci un quadro certo non originale, ma scritto con una retorica godibile e degna di David Weinberger, tanto per citare un esponente del versante opposto, quello degli Integrati. Peccato solo che l’excursus non conduca a nessuna delle conclusioni cui l’autore è giunto nel momento in cui ha scoperto di essere incapace “di prestare attenzione a un’unica cosa per più di due minuti” (p. 31). Carr stesso ricorda la sensazione di sopraffazione che nel diciassettesimo secolo investì gli intellettuali del tempo, travolti dal diluvio tipografico tanto da individuare nei libri una delle grandi “malattie” dell’epoca, una malattia che appesantiva il mondo, caricato da sovrabbondanza continua di materiale inutile e superfluo (p. 203).

Nel rimpiangere invece la lentezza e la riflessività della mente gutenberghiana, Carr attribuisce al computer, al Web, e a Google lo status di malattia definitiva, considera la cultura del software l’atto avverato della profezia socratica della perdita della memoria, ma, dopo avere esposto con brillantezza e dovizia di studi come la neuroplasticità del cervello consenta all’uomo di indirizzare e letteralmente strutturare pensieri e azioni che si adattano agli stimoli ambientali, impegnando facoltà e flessibilmente disimpegnandone altre, Carr non riesce a fornire una spiegazione davvero convincente del perché i “pensieri diversi” del Web siano oggettivamente peggiori di quelli prodotti dalla cultura della stampa. Perché la tecnologia cartografica, per esempio, “diede all’uomo una mente nuova e più aperta, in grado di comprendere meglio le invisibili forze che danno forma al suo territorio e alla sua esistenza” (p. 61), mentre i dispositivi GPS intorpidiranno senza speranza i neuroni dell’uomo deputati alla rappresentazione spaziale (pp. 250-251).

E dimentica, l’autore, che il Web non offre solo un cambio di prospettiva (e di soggettiva) nella fruizione, ma anche e soprattutto nella produzione dei contenuti. Semmai, si tratta di capire come questa immensa, collettiva protesi della memoria individuale che è la Rete possa agire, per dirla con le parole del citato Pascal Boyer, da “punto cruciale della trasmissione della cultura” (p. 233), una cultura che si formi non fuori, ma intorno al (e dentro il) Web.

P.S. Dopo essersi concentrato presumibilmente più a lungo di un paio di minuti nella scrittura del libro, Carr confessa (p. 237) di essere tornato a consultare regolarmente feed RSS, provare vecchi e nuovi social network, scrivere post sul suo blog, ascoltare musica da Pandora e guardare video su YouTube. Dice che è proprio molto bello, proprio non potrebbe vivere senza.

Commenti disabilitati

Possedere la base (di dati)

Tra due settimane, il 31 gennaio 2012, Splinder chiude. Negli anni dell’esplosione della prima ondata del Web 2.0 e dei contenuti generati dagli utenti, Splinder è stata la piattaforma italiana per i blog, la porta di ingresso nazionale alla grande conversazione sulla Rete per amateurs, appassionati, esperti e professionisti. Dieci anni e centinaia di migliaia di blog dopo la sua apertura, la home page annuncia che “il servizio Splinder verrà dismesso”, seppellendo definitivamente tutti i siti creati attraverso la registrazione al portale. Molti, come Luisa Carrada, che su Splinder teneva il seguitissimo blog del mestiere di scrivere, si sono subito impegnati nel trasferimento dei contenuti su altri servizi come Worpdress.com, non senza qualche difficoltà. Molti altri, probabilmente la maggior parte (e del resto già allo stato attuale i blog attivi sono solo una parte minoritaria di tutti quelli attivati nel corso del tempo), scompariranno per sempre dal Web al momento della dismissione del servizio.

Come successo per Geocities nel 2009, intere città abitate saranno non solo abbandonate ma abbattute, insieme agli abitanti. “Come se d’un tratto una parte della mia vita mi fosse passata davanti”, ha commentato qualcuno. Ora, sebbene i numeri di Splinder non siamo paragonabili a quelli del servizio comprato e poi chiuso da Yahoo!, la chiusura da parte di Dada della piattaforma di blog hosting rappresenta per gli utenti che generano contenuto sulla Rete un segnale ancora più drammatico sulle forme e la consapevolezza con cui sulla Rete è possibile vivere, abitare, pubblicare, rilasciare e archiviare contenuti.

Ai tempi di Geocities, esisteva di fatto una simmetria tra desktop e browser dell’utente iscritto, per cui le pagine statiche HTML pubblicate on line erano un prodotto dell’off line, dove risiedeva una copia primigenia. Per ogni eventualità, l’accesso FTP consentiva agli utenti di sincronizzare file, e con i file i contenuti prodotti e pubblicati sul Web.

Nell’epoca dei content management system resi popolari dalle piattaforme di blog hosting (Blogger primo fra tutti), la gratuità e facilità di accesso alla creazione, produzione e organizzazione dei contenuti si pagano con l’inaccessibilità ‘materiale’ dei file che includono i contenuti, contenuti che invece vengono archiviati in righe di database che compongono pagine HTML solo ed esclusivamente quando un navigatore le sollecita attraverso un identificatore uniforme della risorsa, il collegamento permanente. Il database del blog resta fuori dal controllo dell’utente, così come i file che eseguono gli script di ricomposizione delle pagine dinamiche. In una sola parola: il software.

Il blogger ‘ospitato’ possiede contenuti in ragione della disponibilità di uno spazio di un editore che stabilisce tecnologie, modi e tempi dell’erogazione del servizio, influenzando la portabilità, la compatibilità e dunque la vita dei contenuti stessi al di là del proprio spazio, ma il blogger (a costi zero) di WordPress.com non possiede l’insieme del pacchetto: software e dati. Per quanto i servizi prevedano forme di esportazione e dunque di backup dei contenuti, se mai le contemplino nella loro offerta gratuita, l’utente non avrà mai nelle sue mani il sito così come era, semplicemente perché il pacchetto non è suo. Senza considerare le difficoltà ulteriori di esportare, gestire e importare dati dinamici, magari strutturati in XML, e non semplici e statici file HTML.

Per possedere davvero tutti i suoi dati, Tantek Çelik opera una sorta di ‘generazione inversa’: l’alimentazione del suo account su Twitter, per esempio, inizia su un database locale, di proprietà dello stesso Çelik, che poi ridistribuisce da quella fonte il contenuto sul social network, che di fatto acquisisce una copia. Si tratta di un approccio progettuale estremo, che ribalta l’uso delle API delle applicazioni sociali. In questi casi, infatti, le API vengono di solito sfruttate nella direzione contraria, vale a dire nel senso di ridistribuire il contenuto generato sulla piattaforma Web 2.0 in un database terzo, di proprietà dell’autore, che così se ne riappropria.

Ma quale che sia la strada della riappropriazione, la chiusura di Splinder richiama ancora una volta l’utente che genera contenuti sulla Rete a una nuova alfabetizzazione riguardo il futuro del proprio prodotto e della propria vita on line: vogliamo chiamarla cultura del software?

Commenti disabilitati

Steve Busa e Padre Jobs

Una cartolina autografa di Padre Busa

I giorni successivi alla scomparsa di Steve Jobs i media di tutto il mondo hanno dedicato le loro copertine, spesso apologetiche, alla figura e all’opera del co-fondatore di Apple.  Difficile sminuire i meriti di Jobs, ma quando i media beatificano qualcuno (o qualcosa) è spesso per ragioni autoreferenziali (i media che parlano dei media) o emotive proporzionali all’impatto immediato che un certo fenomeno ha (o avrebbe, secondo i media) sulla società. Questa sovraesposizione è collegata anche al fervore quasi mistico dei fan della Mela, probabilmente il frutto principale della geniale creatività commerciale di Jobs: riuscire a inventare e formare i suoi consumatori. I 16 milioni di iPhone venduti nel mondo nella prima parte del 2011 non sono certo pochi, ma  rappresentano in fondo una piccola percentuale degli oltre 428 milioni di telefoni cellulari venduti nel 2011: segno che i prodotti di Apple sono ancora strumenti di élite (e da qui anche l’interesse dei media).

E’ quanto ho sostenuto lo scorso 19 ottobre a Roma Tre nel seminario “L’eredità di Steve Jobs e il futuro dell’informatica”, ricordando fra l’altro la figura di un altro guru recentemente scomparso, Padre Roberto Busa, il gesuita che nel 1949 si mise in testa di usare i calcolatori per analizzare l’opera di Tommaso D’Aquino. Fu grazie a lui che nacque la linguistica computazionale, vale a dire l’idea di trattare il linguaggio naturale con le macchine digitali. Ed è a lui che è intitolato un prestigioso premio internazionale, il Busa Award, che ogni anno viene assegnato a un digital humanist, ovvero un umanista che si sia distinto nell’applicazione dell’informatica agli studi umanistici. Eppure quando è morto lo scorso 9 agosto (il 28 novembre avrebbe compiuto 98 anni) il solo quotidiano a ricordarlo adeguatamente è stato L’Osservatore Romano. Il carismatico padre di Mac è stato sicuramente un personaggio indimenticabile, ma il Padre di Gallarate ha contribuito a costruire l’informatica così come la conosciamo oggi.

4 Commenti »

Il nostro doppio quantistico

Immagine anteprima YouTube

Il 23 maggio 2011 si è svolto nella Facoltà di Lettere e Filosofia di Roma Tre un incontro interdisciplinare (vedi qui) che ha visto la partecipazione, fra gli altri, del fisico Emilio Del Giudice e del critico e teorico della letteratura Giovanni Bottiroli. Inauguriamo il canale YouTube di Infolet proponendovi le prime due clip che riassumono gli interventi di questi due studiosi. Seguiranno nelle prossime settimane anche altri video della conferenza (a cura di Alice Corte). A quasi cinque mesi di distanza continuo a rimuginare queste parole di Del Giudice:

“La novità della fisica quantistica è che l’enfasi non è posta sugli oggetti, ma sulla relazione fra gli oggetti. Gli oggetti di per sé sono difficilmente definibili proprio perché grazie al fatto che fluttuano non è possibile fermarli e quindi possono essere conosciuti solo imperfettamente. Mentre quello che può essere conosciuto è la relazione fra gli oggetti… Dunque qual è il ruolo dell’arte? Quello di dotarmi di un doppio… quello di dotarmi di un insieme di oggetti che risuonano con me. Se un artista è proiettato nel futuro i posteri risuoneranno con lui…”

 

Commenti disabilitati

Il manifesto dei triennalisti (americani)

Ogni tanto sento (ancora) dire da qualche studente/essa che le digital humanities le/gli “hanno aperto un mondo”. La cosa paradossalmente non è rara nemmeno fra i cosiddetti nativi digitali (ammesso che esistano). Lo testimonia questo Manifesto scritto da un gruppo di studenti undergraduate americani come attività di un corso della Bloomsburg University in Pennsylvania. Fra le altre cose scrivono gli studenti:

Today, we need collaboration, not lectures; we need to learn concepts, not singular facts; we need networking and socialization, not isolation; we need interactive learning, not to sit back and listen. We need new outcome objectives, not standardized tests…
The literary scholar will tell you what Howl* means; the historian will give you context on the sociopolitical climate of the time; the chemist will test for drug residue on the original manuscripts; the computer scientist will create a Java-enhanced website; all of them will transcribe those manuscripts in TEI-XML; and none of this will be done alone.

Mi sembra un contributo molto lucido che andrebbe diffuso non solo fra i nostri studenti come incoraggiamento, ma direi soprattutto fra i docenti (come psicotropo?). Interessante il richiamo alla trasversalità della ricerca umanistica, data in un certo senso come acquisita. Ciò che un tempo chi si iscriveva a Lettere pensava essere il frutto del genio solitario, oggi può essere realizzato solo da team interdisciplinari. Un doppio colpo per le scienze umanistiche che vedono crollare sia il primato della sacralità individuale dell’atto creativo sia l’immagine di disciplina “incontaminata”, lontana dalle tensioni sociali, dai poteri e dalle tecniche.

* Si tratta, presumibilmente, della poesia di Allen Ginsberg.

Commenti disabilitati

Web design per pochi

In una (giustificata) indifferenza generale, iWeb, la soluzione di Apple per creare siti web, sta cadendo nell’oblio della dismissione.

iWeb era stato promosso nel 2006 come “il modo più facile per creare in pochi minuti pagine web dall’aspetto professionale, album fotografici on line, blog e podcast”, e in una certa misura l’ufficio stampa di Cupertino aveva ragione. Con ogni probabilità, non è mai esistito un programma così attraente e divertente da usare per creare una pagina web senza conoscere neanche un tag di HTML. Nel più puro stile Apple, e sulla base di temi predefiniti (oggettivamente eleganti, se si pensa alla destinazione d’uso e al target di utenti, entrambi amatoriali), l’interfaccia totalmente grafica di iWeb permette di trattare testi, immagini, foto, video e audio come oggetti da trascinare e rilasciare nella finestra del documento, per posizionarli e collocarli in luogo dei ‘segnaposto’ previsti dal tema, in un’integrazione trasparente con tutte le altre applicazioni della vita digitale come immaginata da Apple (iPhoto, iMovie, GarageBand, lo stesso iTunes).

Senza voler considerare il terribile codice HTML prodotto, il problema vero con iWeb è che la libertà di ‘giocare’ lasciata all’utente si riflette in una moltiplicazione di pagine che a loro volta moltiplicano le problematiche di gestione e compromettono inevitabilmente la sussistenza di un progetto identitario coerente. Per quanto il software possa trovare soluzioni intelligenti nella creazione di un menu di navigazione persistente oppure modalità immediate di ordinamento delle pagine (nel caso di iWeb, il trascinamento dell’icona di una pagina sopra o sotto le altre nella barra di sinistra dell’applicazione si traduce automaticamente in una modifica della posizione delle pagine nel menu del sito), tutto il peso dell’architettura del progetto insiste sull’utente, così come la scrittura della maggior parte delle componenti strutturali della pagina, che deve essere ripetuta ogni volta, documento dopo documento creato: il nome del sito, il titolo della pagina, il pié di pagina, la barra laterale.

Se si aggiunge la fatica di maneggiare configurazioni FTP per trasferire fisicamente i file dal computer nel quale le pagine statiche sono state create e modificate al server che le ospiterà, si capisce perché iWeb sia nato vecchio: in tempi in cui è il lo stesso file system a smaterializzarsi nella nuvola, chi ha bisogno di progettare, lavorare e organizzare pagine nell’isolamento della scrivania quando può essere la macchina a occuparsene nella socialità della Rete?

Commenti disabilitati

La doppia vita del libro secondo Brewster Kahle

Richmond, Ca. – Chiedere a Brewster come pretende di conservare proprio tutti i libri del mondo sembra una domanda di quelle che mettono in difficoltà prima di chiederglielo per davvero; perlomeno una di quelle che necessitano qualche minuto di riflessione e non di certo un I’ll show you! detto a bocca piena tra una risata gagliarda, qualche chicco d’uva e un pezzo di formaggio avanzato dal buffet. Insomma, serve una stazione per l’archiviazione manuale del libro e un codice a barre, uno scanner nero da lui concepito e brevettato, un potenziale storage di circa 5 petabyte per modulo (ce ne sono a dozzine) e il gioco è fatto. Ma non è finita qui. L’inaugurazione del Physical Archive di Internet Archive tenutasi Domenica 5 giugno a Richmond, CA; significa ancora di più. Sarebbe che so, il luogo della metempsicosi, dove l’anima del libro si svincola dalla carta che l’ha accolta per farsi smaterializzarsi e proseguire la sua esistenza altrove — sì, il Physical Archive è il regno di Osiride. Questo immenso capannone industriale in mezzo ai capannoni industriali della Bay Area è pronto infatti per la mummificazione di milioni e milioni di libri provenienti da biblioteche e fondazioni di tutto il mondo, molti comperati, molti liberamente donatisi in cambio della vita eterna. Onorata sepoltura ai caratteri mobili, dunque. Ogni libro digitale archiviato da Internet Archive e liberamente consultabile sul sito web registra nei metadati il codice a barre, la sigla del suo avo cartaceo e la sua provenienza in modo da mantenere con lui un incontestabile rapporto di parentela (questo secondo Brewster ha un preciso valore filologico, anche se non ha usato propriamente questo termine!). I libri, di cui si mantiene solo una copia per opera, vengono poi ordinati in scatoloni da quaranta ciascuno e stipati in larghi container-sarcofaghi dotati delle più innovative tecniche di deumidificazione e stabilizzazione della temperatura interna in modo da scongiurare l’interesse di insetti e roditori – Non è incredibile sghignazza ogni libro ha dell’acqua dentro di se, circa il 30% di acqua.. isn’t it incredible!. Ogni esemplare, e ce ne sono a milioni, digitalizzato da Internet Archive è dunque presente fisicamente da qualche parte a Richmond, pronto per essere disimballato e “sfogliato” qualsiasi nodo venga al pettine. In questo modo analogico e digitale si incontrano e si compenetrano, vuole dire, non ho mai creduto nella cesura netta tra le due tecnologie, afferma. Questo, dunque, è proprio il senso del nuovo Physical Archive: un immenso cimitero di sicurezza che metta la nostra storia al sicuro e il primo passaggio di tradizione documentato tra l’analogico e il digitale: il luogo dove l’anima ha abbandonato il corpo per farsi luce. Tutto è grande e convincente, tutto così enorme, proiettato verso non so dove che una questione come la scelta tra varie edizioni dell’esemplare da conservare mi sembra proprio una domanda mediocre da non dover fare mai.

Commenti disabilitati

Discipline ‘deboli’ e conflitti globali

Segnalo un interessante studio condotto negli USA sui livelli di retribuzione dei laureati di “primo livello” (BA) in diverse discipline, ivi incluse quelle umanistiche. Naturalmente è possibile criticare il metodo con cui è stata condotta l’indagine, nonché l’ideologia di fondo che la ispira. Tuttavia di primo acchito è interessante notare che: 1) Big Pharma, industria del greggio e telecomunicazioni disegnano lo scenario dell’élite della tecnocrazia attualmente egemone (i laureati in questi tre settori da soli valgono circa i 4/5 dell’intero mercato della lauree “deboli”); 2) non solo le donne, anche nei settori di punta, guadagnano il 30% in meno dei maschi, ma i settori “deboli” ovvero le cosiddette low-paying majors (counseling, social work, education) vedono la più alta percentuale di donne, afro-americani e immigrati.

Questo scenario, per quanto possa apparirci scontato, credo debba far riflettere su molte cose, non solo in USA, ma anche in Italia. Il problema della precarietà, delle rappresentanze sociali e delle relative “debolezze” dovrebbe essere affrontato, forse, come un sotto-problema del problema formativo e culturale. Si capisce da queste cifre perché i governi di tutto il mondo tagliano senza pietà scuola, università, sanità. Lo scenario dei conflitti sociali — cfr. gli indignados di Puerta del Sol, definiti la generazione più colta della storia di Spagna — sarebbe dunque rappresentabile come una contrapposizione fra élite tecnocratiche iperpagate e neo-proleteriato urbano della cultura, dei lavori socialmente utili e dell’insegnamento. Forse non si tratta di tradizionale conflitto di classe, perché qui oltre allo sfruttamento c’è il problema della sovra-istruzione di una massa di persone, ma proprio di ciò si tratta: sarà capace (e se sì a quale prezzo) l’élite tecnocratica globale di far fuori un’intera generazione e riportare indietro di qualche secolo le lancette della storia?

Commenti disabilitati

Software culture

Aldo Manuzio è più importante di Bill Gates. E forse anche di Google. Semplificando, potrebbe essere riassunta così l’ultima fatica di Lev Manovich Software takes command, “tradotto” in italiano con Software culture (Olivares, 2010). Un libro ricco e complesso, come il suo precedente Il linguaggio dei nuovi media (Olivares, 2002), ma teoricamente più maturo. Attraverso uno studio critico-genetico, quasi una “filologia del software”, Manovich rilancia la sua idea del software come motore della società contemporanea: dalle caserme ai supermercati, dal telefono alla carta di credito, dalla sanità alla politica, il software è “la colla invisibile” che tiene insieme i diversi sistemi e strutture delle società organizzate.  Sebbene ciascuno parli il proprio linguaggio e persegua i suoi obiettivi, “tutti condividono la sintassi propria del software: strutture di controllo if/then e while/do, operatori logici e tipologie di dati… convenzioni di interfaccia come menu e finestre” (p. 14).  Ma se il motore è il software, l’analisi di Manovich è esplicitamente estetica e il suo interesse più che per i codici è per i loro effetti culturali. E qui c’è il primo passaggio chiave: il software diventa quasi sinonimo di interfaccia. E’ nell’interfaccia che si invera la “rivoluzione della cultura visuale” (p. 107) e a essa l’autore dedica la seconda e più importante parte del volume (i due capitoli Motion Graphics e Design e Visual Effects), dove analizza la logica di strumenti come After Effects e opere come Sodium Fox e Untitled (Pink Dot). I concetti chiave di questa nuova estetica sono fondamentalmente due: ibridazione e deep remixability. Se l’ibridazione è un processo che trae  origine dalle intuizioni di Alan Kay e Adele Goldberg sul “metamedium” (pp.  88-93), il remix è “la logica culturale del capitalismo globale” (p. 34), un’estetica della variazione, della stratificazione e della riscrittura ove è sempre possibile aprire una finestra sul processo delle “forme variabili in continua mutazione” (p. 103):

Ciò che viene remixato oggi non è solo il contenuto di diversi media ma anche le loro tecniche, i processi produttivi e le modalità di rappresentazione ed epressione. Riuniti nello stesso ambiente informatico, i linguaggi del cinema, dell’animazione tradizionale e di quella computerizzata, degli effetti speciali, della grafica, della tipografia hanno formato un nuovo metalinguaggio (p. 118).

Dunque tornando all’immagine di apertura, una rivoluzione della comunicazione è innanzitutto una rivoluzione della fruizione dei contenuti, parallela (o forse precedente?) all’innovazione dei codici e dei linguaggi. Ma da questo punto di vista l’interfaccia informatica deve fare ancora molto strada per potersi avvicinare al successo plurisecolare dell’interfaccia-libro, il primo metamedium di massa della storia.

La visione estetico-culturale del software di Manovich ha una doppia ambizione: addomesticare (nel senso che gli dava Jack Goody) la tecnologia e i suoi effetti, riportandoli nell’alveo delle scienze umane e fondare una nuova disciplina o un loro inedito conglomerato, i software studies, che offrano all’informatica gli strumenti teorici di cui difetta. Ed è proprio lo user il convitato di pietra di un’accademia per la quale la “questione culturale” del software rimane invisibile (p. 15). Forse l’origine dell’incomprensione della centralità culturale, estetica e politica dell’informatica è tutta qui, nella scarsa propensione degli umanisti a occuparsi di quell’indefinita e minacciosa galassia che chiamiamo “fruitori”.

2 Commenti »

La memoria lunga della Rete

Quando la moglie di Greg Knauss ritrovò in un cassetto a lungo ignorato il biglietto da visita di Art Braaten, a riemergere non fu soltanto un nome, ma una serie di ricordi riaccesi dalla riscoperta. Il 1997. Il viaggio in Canada, giusto dopo il primo anniversario della loro unione. E in quel viaggio: la multa per eccesso di velocità, il freddo gelido e la delusione per non essere riusciti ad avvistare neanche una balena. Ma più di ogni altra cosa, la memoria di quella vacanza tornava a illuminarsi in una passeggiata tra parchi e panchine di Victoria, e in una visione, e il conseguente acquisto, di una deliziosa gabbia per uccelli, scelta tra una buona dozzina in esposizione sulla staccionata di una piccola casa. Dodici anni dopo, la gabbia non esisteva più, scalfita senza rimedio dal clima della California del Sud, e il nome dell’uomo che l’aveva costruita e venduta ai coniugi Knauss riaffiorava dal passato in un bigliettino che aveva viaggiato con la scatola della gabbia.
Ora, Greg Knauss è un professionista del Web, è uno sviluppatore di siti e applicazioni, è anche uno scrittore, ma per fare quello che ha fatto lui, dopo che la moglie aveva riaperto quel cassetto dimenticato, non c’è bisogno di essere un web designer, né di saper scrivere un libro. Greg Knauss ha fatto quello che molti di noi avrebbero fatto, nell’anno 2009, spinti dall’emotività di un ricordo felice: è andato al computer e ha digitato su Google ‘Art Braaten’, per scoprire che l’uomo con cui lui e sua moglie avevano non semplicemente concluso un affare ma trascorso un tempo amabile di una vacanza memorabile era morto due anni dopo il loro incontro. Art Braaten gli aveva parlato del cancro al colon e dei quaranta anni insieme a sua moglie, ma Greg, una volta tornato nella sua casa in California, a una vita e duemila chilometri di distanza da Victoria, Canada, non avrebbe mai saputo niente di più.
Una pagina web di un avviso funebre, invece, riemersa come il bigliettino da visita da un archivio in attesa continua di essere rovistato, gli raccontava adesso la vita e la morte di quell’uomo, il suo amore per la moglie Grace e i due figli, la passione per la pesca, i viaggi a Las Vegas, la pensione e le gabbie per gli uccelli, la malattia, la terapia e gli ultimi giorni insieme ai suoi cari, sempre da “uomo gentile e con un buon sense of humour”.
Parafrasando Chris Anderson, si potrebbe parlare di una ‘Coda Lunga della memoria’: Amazon e in genere tutti gli altri modelli digitali di mercato di successo, da iTunes a Netflix, passando per Rhapsody, generano una parte rilevante di profitto dai titoli di secondo piano, libri, canzoni, film trascurati e/o dimenticati che nessun negozio fisico potrebbe permettersi il lusso di conservare negli scaffali, in quanto sottrarrebbero letteralmente il posto ai titoli di successo che garantiscono la grande percentuale degli introiti. Nel momento in cui il negozio di atomi interrompe bruscamente la sua curva di vendita in coincidenza dell’ultimo greatest hit, il negozio di bit la prosegue, con numeri assoluti ovviamente inferiori ma costanti nel tempo, tanto che per fare un esempio più della metà delle vendite dei libri di Amazon avviene al di fuori dei grandi successi, che in una libreria fisica come Barnes&Noble significano un mercato composto da un numero di centotrentamila titoli.

You can find everything out there on the Long Tail. There’s the back catalog, older albums still fondly remembered by longtime fans or rediscovered by new ones. There are live tracks, B-sides, remixes, even (gasp) covers. There are niches by the thousands, genre within genre within genre: Imagine an entire Tower Records devoted to ’80s hair bands or ambient dub. There are foreign bands, once priced out of reach in the Import aisle, and obscure bands on even more obscure labels, many of which don’t have the distribution clout to get into Tower at all.

Nella stessa identica maniera, da diciassette anni, la Rete si accresce di siti, blog, pagine, note, documenti e articoli che generano un traffico di pochi e ininfluenti (da un punto di vista commerciale) navigatori, ma tutti insieme vanno a depositarsi in un fondo della memoria che resta in stand-by, dormiente, fino a quando una ricerca serendipitica che parte da un rettangolino di carta impolverato non la attiva assegnandogli un senso nella ricomposizione di un ricordo e nella ricostruzione di una storia personale che si intreccia con altre storie personali.

1 Commento »