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Nella terra di nessuno

Nel suo bel libro La letteratura dopo il World Wide Web (Bononia University Press, 2002),  Jerome McGann si domandava: “Fra cento anni, quali fra questi due nomi ha maggiore probabilità di restare presente nella tradizione della riflessione critica e quale (…) apparirà come una semplice espressione del proprio tempo: Vannevar Bush o Harold Bloom?” (p. 21). La disturbante domanda sembra trovare un’implicita risposta nel primo numero della neonata rivista “Informatica Umanistica” che sfida quanti (Moratti & Gelmini incluse) avevano scommesso sulla scomparsa della IU dal panorama universitario. Rivista_IU

Falcidiata di riforma in riforma, azzoppata dalla revisione delle classi di laurea e tuttora orfana di un raggruppamento disciplinare, l’informatica umanistica non ne vuole sapere di morire. La ragione si capisce scorrendo le cento pagine di cui si compone questo prezioso volume. Che rimarrà innanzitutto come punto di riferimento per tutti noi: una ricognizione, ai limiti dell’autocoscienza, di che cosa è, di che cosa siamo, di che cosa le discipline umanistiche stanno divenendo. “Future is now” è il titolo di un fortunato video di qualche anno fa che illustrava la creazione di un grande centro di New Humanities presso la Rutgers University. L’accademia raramente sa accogliere l’innovazione, ma qualche volta è costretta e quasi sempre si incarica di istituzionalizzarla (addomesticarla). Il futuro è qui: l’accademia italiana, nello sfacelo generale, può continuare a ignorarlo, ma un gruppo di studiosi e studiose ha deciso di raccogliere la sfida. Il volume è costruito come un collage di risposte (commentate) a cinque domande poste a dodici studiose e studiosi provenienti da varie discipline, ivi comprese informatica e diritto.  Trattandosi di un numero fondazionale, le domande ruotano attorno al dilemma delle “due culture”, alla natura (strumentale o teorica?) del rapporto fra informatica e discipline umanistiche e al contributo di queste ultime alla nascita e allo sviluppo tanto delle metodologie che delle applicazioni informatiche. L’insieme delle risposte è organizzato in tre sezioni più due capitoli autonomi (3 e 5), ma sempre collegati ai temi accennati: 1) Una questione di definizioni: rapporti fra discipline umanistiche e informatica; 2) Quantità e qualità. I testi, le biblioteche e l’accesso alle informazioni; 3) Tecnologie e problemi giuridici; 4) Cultura, didattica e ricerca; 5) Ai confini dell’informatica. Poiché non sarebbe possibile rendere giustizia alla ricchezza e complessità delle risposte, scelgo anch’io la via del collage (abridged), riportando alcuni passi che mi hanno colpito:

“Occorre tenere presente che l’informatica è una disciplina recente. Sia che se ne individui l’origine nelle ricerche sull’automazione dell’ultimo dopoguerra, sia che invece la si faccia discendere dalla tradizione del calcolo, la nascita dell’informatica è così prossima ai nostri giorni da far dubitare più di un ricercatore sulla sua natura di disciplina uniforme e definita…” (Cercare di capire, Editoriale, p. 10)

“È infatti evidente che la vecchia dicotomia tra studi scientifici e studi umanistici ha perso la sua attualità e sarebbe forse utile riflettere più a lungo sulle possibilità di una nuova alleanza (…). Il paradigma delle due culture (…) è ancora più superato di quelle gentiliano.” (Elio Franzini, p. 31)

“L’informatica, come è stato detto nell’editoriale della rivista, è una disciplina recente, senza uno statuto epistemologico ben chiaro e figlia di una serie di spazi interdisciplinari (…).  I luoghi della ricerca durante la II Guerra Mondiale e negli anni immediatamente successivi ad essa hanno creato uno spazio tra le discipline, una terra di nessuno nella quale, come disse Norbert Wiener, è stato possibile costruire l’innovazione. La mia impressione è che i problemi etici, sociali, filosofici ed epistemologici siano stati tematizzati fin dalla nascita dell’informatica e siano stati presenti anche nel successivo passaggio innovativo: quando il computer fu rappresentato come uno strumento di comunicazione. Questa prospettiva comunicativa, che non esiterei a considerare rivoluzionaria, è stata alla base del concetto di interfaccia uomo-macchina e anche dell’idea di una rete di interconnessione tra tutte le macchine. Ad essa hanno contribuito personaggi del calibro di Vannevar Bush, J.C.R. Licklider, Robert Taylor, Douglas Engelbart, Ted Nelson, Donald Norman, ed altri. Costoro, o provenivano da una formazione di base in discipline umanistiche, come Licklider, Taylor, Norman e Nelson, oppure avevano una profonda sensibilità che li spingeva a essere visionari nei confronti del futuro rapporto tra macchina e umanità. L’approccio umanistico, quindi, non solo può contribuire allo sviluppo dell’informatica, ma possiamo affermare che esso abbia già avuto un ruolo centrale nella sua storia.” (Teresa Numerico, pp. 34-35)

“La presenza di teoria in ogni operazione informatica rende visibile un terreno sul quale si intersecano inscindibilmente scienze umane e scienze naturali.” (Commento editoriale, p. 76)

“L’applicazione pratica, la semplificazione procedurale e operativa dell’algoritmo, spesso occultano le scelte teoriche che danno una forma al mondo.” (Luca Giuliano, p. 77)

Non può mancare in questo florilegio il lupus della fabula, ovvero la voce di un informatico, Ottavio M. D’Antona, il quale alla domanda “come vedi la questione del rapporto con le discipline umanistiche?”, così risponde: ”Inizierei da quello che le discipline umanistiche non devono fare: non devono cercare di essere un’informatica che lavora in settori diversi. (…) In definitiva, credo che il principio di autenticità disciplinare consista soprattutto nell’avere la capacità di costruire i propri strumenti concettuali (…) ogni disciplina deve avere la dignità del proprio metodo” (p. 94). La prima parte della risposta è sorprendente, perché descrive esattamente la tentazione attuale delle facoltà umanistiche, il cui destino (già predetto da Tito Orlandi una decina di anni fa) sarà quello di essere colonizzate da ingegneri. Al contrario il progetto dell’Informatica Umanistica, pur non escludendo una stretta collaborazione con l’ingegneria e l’informatica, va nella direzione di un rilancio e non di una subordinazione delle discipline umanistiche. La seconda parte della risposta di D’Antona lascia più perplessi e parrebbe in contraddizione con quanto affermato più avanti, ovvero la necessità di una cooperazione da cui nasca “l’opportunità di immaginare problemi nuovi e nuove soluzioni” (p. 95). Ma com’è possibile immaginare nuovi modelli concettuali se la realtà digitale ci unisce, ma i metodi ci dividono? Anche il discorso del e sul metodo andrebbe dunque ripensato.

Cinquanta anni fa, Claude Lévi-Strauss, nella sua conferenza inaugurale al Collège de France per il conferimento della cattedra di Antropologia sociale (una delle prime al mondo), nel mappare gli incerti confini della nascente disciplina, descriveva l’antropologia come “l’occupante in buona fede di quel campo della semiologia che la linguistica ancora non ha rivendicato come proprio”. L’informatica umanistica è oggi nella stessa situazione? Rivendica e occupa cioè un campo ancora non dissodato (ma per quanto?) dall’informatica? La mia impressione è diversa. Io credo infatti che l’informatica sia parte di una nuova disciplina che ancora  deve nascere. Non si tratta dunque di ritagliarsi dei margini (per noi umanisti) o annettere nuovi territori (per ingegneri e informatici). E nemmeno di costruire una (accademicamente improbabile) alleanza. La storia della scienza, come insegna il caso dell’antropologia esposto da Lévi-Strauss (ma è lo stesso per la psicologia, la sociologia, la pedagogia, ecc.), procede per frammentazioni e specializzazioni.  Qualche volta per contaminazioni. Ragioni storiche opposte a quelle maturate nel corso degli ultimi due secoli spingono le discipline del trattamento dell’informazione e della manipolazione e interpretazione dei simboli verso una convergenza. Siamo nella terra di nessuno dell’innovazione. Ma una cosa è certa: non dovremo attendere cento anni perché questa nuova cosa acquisti un nome.

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L’edizione-uomo

Erano mesi che mi frullava per la testa. Un moscone che non riuscivo a scacciare. Finalmente ci ho risbattuto il muso contro: la celebre conferenza di Foucault del ‘69, Che cos’è un autore?

24440_michelfoucault1“Supponiamo invece che si abbia a che fare con un autore: tutto ciò che egli ha scritto o detto, tutto ciò che egli ha lasciato, fa parte della sua opera? Il problema è insieme teorico e tecnico. Quando si intraprende la pubblicazione, diciamo, delle opere di Nietzsche, dove bisogna fermarsi? Ovviamente bisogna pubblicare tutto, ma cosa significa questo “tutto”? Tutto ciò che è stato pubblicato da Nietzsche stesso, certamente. Gli abbozzi delle sue opere? Senz’altro. I progetti di aforismi? Sì. Anche i ripensamenti, gli appunti in fondo ai taccuini? Sì. Ma quando, dentro un taccuino pieno di aforismi, troviamo un riferimento, l’indicazione di un appuntamento o di un indirizzo, oppure il conto della lavandaia: è un’opera o non è un’opera? E perché no? E così avanti all’infinito. Fra i milioni di tracce lasciate da una persona dopo la sua morte, come definire un’opera? La teoria dell’opera non esiste, e coloro che ingenuamente intraprendono la pubblicazione delle opere non posseggono una simile teoria, il che paralizza ben presto il loro lavoro empirico.”

Michel Foucault, “Che cos’è un autore?”, in Scritti letterari, Milano, Feltrinelli, 2004: 5.

Leggendo quel “milioni di tracce” come non pensare a quello che sta accadendo oggi con il Web 2.0? Il testo del filosofo francese sembrerebbe allora inaugurare il concetto di etnografia della scrittura, nel senso di costruzione dell’identità attraverso la traccia scritta. Ma oggi, nell’ambiente digitale, la questione non è più definire “l’opera”, ma semmai mapparne la pressoché sconfinata estensione. Fra Twitter e Facebook, fra Delicious e Googledocs, fino ad arrivare agli acquisti online e – perché no – al Telepass, la rappresentazione-codifica scritta dell’individuo sconfina ben oltre il sé materiale. Travalica il corpo e si innesta nell’eterno flusso di dati digitali che ci pre-segue, ci circonda, ci avvolge. Dunque non più che cosa è l’opera, ma che cosa è l’individuo?
E ancora: fare l’edizione critica dell’uomo-opera digitale sarà mai possibile? Dove per “edizione” s’intende la ricostruzione storica della memoria di un evento. Il questionario di Foucault si allarga: non che cosa pubblicare o salvare, ma come si definisce un evento online? Qual è il confine fra il proprio e l’altrui? Di chi, non solo di che cosa, stiamo parlando? Esisterà in futuro una memoria che non sia collettiva, “sociale”?

Raul Mordenti, in un suo saggio di prossima pubblicazione (vedi qui la mia recensione al suo ultimo libro), scrive:

“Se anche non avessimo più l’Autore (e la sua intenzione) noi avremmo comunque il testo; e se anche non avessimo più il testo (e la sua intenzione) noi avremmo comunque la tradizione del testo che ce lo trasmette, ciò che rappresenta, per l’appunto, lo specifico della filologia e della critica e la loro ragion d’essere. È questo il senso del testo”

Ancora una volta obiettivo polemico di Mordenti è la “deriva ermetica” decostruzionista, che avrebbe rinunciato a qualsiasi pretesa di rintracciare un significato nel testo. Ma io credo che la critica postmoderna, e in questo caso Foucault, si scagliasse contro la nozione di “tradizione”, mostrando come fosse sempre e comunque un prodotto di determinate condizioni e contesti storico-sociali. Contesti nei quali le scelte erano (e sono) spesso diretta emanazione dei poteri dominanti (in altre parole, il principio di potere non è neutrale rispetto al principio di tradizione).

Dunque il punto non è se esista o meno un senso, ma dove rintracciarne l’origine. Chi ne è il proprietario? Chi il gestore? Chi sceglie e crea, chi garantisce l’accesso e la fruizione? Oggetto della decostruzione non è il senso del testo, ma la “tradizione che rappresenta”, il potere che tramanda e tra-disce. Il senso emerge dalla tradizione, ma metterla in discussione è l’unico modo per liberarlo.

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Il web adulto di Fabio

Poco più di un mese fa è scomparso Fabio Metitieri.  Lo conoscevo da anni perché era stato il primo in Italia a occuparsi in modo serio e documentato di CMC (Computer- Mediated Communication), ovvero il vasto universo Web 1.0 di chat, MUD, newsgroup e mail. Non ci sentivamo da un po’ quando lo scorso anno mi venne in mente di contattarlo per scrivere dei pezzi per il corso di scrittura a dispense di Scuola Holden / De Agostini. Come sempre fece un ottimo lavoro.metitieri_inganno_2 Qualche mese dopo mi scrisse ringraziandomi e preannunciandomi l’arrivo del suo nuovo libro: Il grande inganno del Web 2.0. A mio giudizio il suo migliore lavoro, una specie di Educazione sentimentale in epoca digitale. E questo per due motivi. Il primo perché  Fabio denuncia gli inganni e le velleità di social network(er) e bloggher (sic), concentrati più sull’autopromozione (vedi la denuncia del modello piramidale della blogsfera, p. 44) che  sulla trasmissione di  contenuti di qualità. Il vuoto delle convenzioni e dei rituali borghesi messi in scena da Flaubert nel suo famoso romanzo ricorda molto l’autoreferenzialità e il narcisismo esasperante dei user-generated content. Ma L’educazione di Fabio è anche propositiva, lì dove  propone un modello di formazione e alfabetizzazione informatica delle nuove (e non solo) generazioni. Come “imparare a imparare” a usare la rete? In realtà abbiamo da tempo uno strumento a disposizione, ed è l’Information Literacy:

[la information literacy] è una nuova liberal art che si estende dal sapere come usare i computer e accedere all’informazione per arrivare fino alla riflessione critica sulla natura dell’informazione stessa, sulla sua infrastuttura tecnologica, sul suo contesto e impatto sociali, culturali e anche filosofici, tutti elementi essenziali per la struttura mentale del cittadino istruito nell’era dell’informazione, così come per una persona istruita nella società medievale era essenziale il trivio delle arti liberali di base (grammatica, logica e retorica). (p. 142)

Questa citazione è tratta da un articolo di Jeremy J.  Shapiro e Shelley K. Hughes apparso tredici anni fa, eppure come sottolinea l’autore si tratta di concetti ancora sconosciuti, quando non apertamente osteggiati, all’interno del mondo della formazione universitaria. Dove la prevalente visione ’strumentale’ dell’informatica – diffusa persino fra gli informatici – ci fa perdere di vista quello che sta accadendo: la nascita di un nuovo assetto epistemico, estetico e in definitiva etico. Insomma, il libro di Fabio Metitieri ci aiuta a fare un altro passo decisivo verso quell’Informatica Culturale di cui ho parlato nell’ultimo post (e sulla quale torneremo presto) e che è a mio parere l’unico progetto possibile di innovazione e rilancio dei curricula umanistico-sociali — nei quali includo non solo Lettere, Sociologia e Scienze della Formazione, ma anche Giurisprudenza, Psicologia, Economia. Come scrissi a Fabio in una mail che non poté avere risposta (il libro mi arrivò pochi giorni prima della sua morte), il nucleo più interessante del libro è proprio la riflessione sul problema della valutazione delle risorse, mentre avevo trovato inutilmente astiosa la polemica contro i singoli pasdaran del Web 2.0. Le mie parole testuali furono:

In fondo a chi vuoi che gliene freghi di G [omissis] & co.? Onestamente gli hai dato troppa importanza. Dovevi fare come gli americani: quando qualcuno scrive un libro brutto non viene né citato né recensito, e muore lì. Questa gente al massimo ha dato un contributo ‘giornalistico’ alla rete, cavalcando la fuffa mediatica che impera ovunque e scopiazzando quattro idee da qualche libro americano.

Fabio Metitieri era uno dei migliori professionisti sulla piazza telematica e oltre a ciò era una persona decente e schietta. Qualcuno diceva polemico e ruvido. Ma a me piaceva. Sentii che gli avrei perdonato tutto fin da quando lessi una frase di Paolo Conte che metteva in calce alla sua firma:

“Era un mondo adulto, si sbagliava da professionisti”.

In un paese malato di infantilismo come il nostro, Fabio mi mancherà tantissimo.

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Verso l’informatica culturale?

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Sulla mia to do list campeggiava da oltre un mese la promessa di fare un post sull’articolo di Gregory Crane, David Bamman e Alison Jones ePhilology: when the books talk to their readers, pubblicato in quel fondamentale strumento che è il Companion to Digital Humanties. L’articolo in sé non è né originale né particolarmente esaustivo. Si tratta di un’onesta panoramica su metodologie e risorse informatiche per lo studio dei classici, abbastanza concentrata su ciò che è stato prodotto negli USA. Cuore dell’argomentazione, anticipata nel titolo, è l’ipotesi che la tecnologia in questo settore si stia evolvendo verso un modello in cui le macchine apprendono dagli input degli utenti. E attraverso l’analisi continua del feedback i software sarebbero in grado di incidere sullo stesso atto di lettura, modificando le caratteristiche del processo ermeneutico.

Non v’è dubbio che Gregory Crane sia un vecchio computing humanist e che sappia il fatto suo. Oltre ad aver creato la monumentale biblioteca digitale di classici Perseus, questo studioso è dotato di una visione culturale e “politica” che manca del tutto nelle nostre facoltà umanistiche (e non solo). A parte la discutibile affermazione che “all philological inquiry, whether classical or otherwise, is now a special case of corpus linguistics”, nelle conclusioni gli autori introducono l’interessante concetto di cultural informatics:

“ePhilology is part of a larger, cultural informatics: ePhilology represents one particular approach to a comprehensive analysis of earlier culture: we may center our attention on words, but our questions will soon lead us to the evidence of material culture. Classics may be big enough to sustain its own classical informatics, but we would be much better served by contributing to a larger cultural informatics.”

Qualche tempo fa avevo cercato di esprimere in modo assai meno efficace un concetto simile, parlando della filologia come “interfaccia della cultura”. Tuttavia all’epoca non avevo ancora esplorato le potenzialità dei cultural studies che oggi mi appaiono centrali anche per una revisione dei fondamenti dell’informatica umanistica. Nel commento al post precedente citavo la scoperta del filone etnografico capitanato da Wesch. Etnografia e studi culturali a mio avviso sono oggi l’alleato più potente per ridefinire la mappa concettuale e teorica delle Digital Humanities. Per fare ciò, ovvero per applicare un ethos etnografico all’informatica umanistica, occorre però andare oltre il feticcio del “documento” che ha appiattito gli oggetti culturali sulle loro rappresentazioni (vedi XML-TEI). In un classico dell’etnografia della cultura, James Clifford scriveva:

“[la cultura va considerata] come composta di codici e rappresentazioni in profondo contrasto fra di loro. [...] Il loro interesse [dei saggi raccolti nel volume da lui curato] per la costruzione del testo e la dimensione retorica vuole porre in evidenza la natura costruita e artificiale delle descrizioni culturali.” (J. Clifford, “Introduzione: verità parziali”, in J Clifford / G. E. Marcus, Scrivere le culture, Roma, Meltemi, 1997 [1986 ed. or.], p. 26)

Come ho cercato di mostrare in un intervento recente dedicato alla semiotica della codifica, anche la rappresentazione digitale non sfugge a questo regola: “I linguaggi di markup possono essere considerati, sia dal punto di vista intrinseco che estrinseco, vere e proprie ‘metalingue’ capaci di rappresentare e tradurre la conoscenza”. La semiotica della cultura di Lotman e Uspenskij può esserci di aiuto “per definire le basi di una teoria ‘culturale’ della codifica digitale, ovvero dei modi e delle forme in cui gli strumenti di digitalizzazione sviluppano, traducono e modificano i meccanismi della memoria e delle identità culturali.”

Tornando a Crane & c., la loro ipotesi di fusione istituzionale fra esigenze umanistiche e competenze informatiche fa sorgere alcune domande. Che cosa accadrà alle scienze del testo (di cui la filologia rappresenta il nucleo fondativo) quando il testo esisterà solo in formato digitale? Oggi la filologia si dedica alla conservazione e diffusione dei contenuti nati nel mondo della carta; ma la filologia del futuro sarà questo? A essere pessimisti, l’introduzione del termine cultural informatics potrebbe anche essere interpretato come l’ammissione di una sconfitta. La domanda da farsi infatti è: tra cinquanta anni chi farà ricerca in campo umanistico? Temo che in un tempo più breve di quello che pensiamo filologi, linguisti, glottologi, ecc. superstiti saranno tutti informatici. O semplicemente non saranno.

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Il senso del testo digitale: tradizione o decostruzione?

Qualche mese fa avevo segnalato l’uscita dei saggi di Giuseppe Gigliozzi, maestro di informatica umanistica per una generazione di studenti e studentesse della Facoltà di Lettere della “Sapienza”. Un giorno probabilmente bisognerà raccontarla meglio che in un blog questa storia, ma bisogna sapere che Giuseppe dagli anni Ottanta e fino alla sua scomparsa non aveva certo lavorato da solo. Le sue attività sono indissolubilmente legate a un gruppo di docenti pionieri che hanno fatto la storia di questa disciplina: sopra tutti Tito Orlandi e Raul Mordenti.

L'altra critica, di Raul Mordenti

Quest’ultimo ha pubblicato nel 2007 il volume L’altra critica. La nuova critica della letteratura fra studi culturali, didattica e informatica, Roma, Meltemi (pagg. 215, € 18,50). Dico subito per onestà che sarei la persona meno adatta a recensire un libro di Mordenti, ma dato che questa non è una recensione vado avanti.  Quando ero studente alla “Sapienza” rimasi folgorato da un suo articolo (era il lontano 1992): “Informatica e filologia”, primo nucleo di quello splendido libro che sarà Informatica e critica dei testi (Roma, Bulzoni, 2001).  Nei confronti di quel primo testo contrassi un debito di riconoscenza intellettuale e professionale che ancora non è estinto – e forse proiettato com’è nel mito dei ventanni non sarà mai estinguibile. Anche per questo, forse, nell’estate del 2007, trascinato da mio fratello e i miei nipoti in un villaggio vacanze in Grecia, portai con me L’altra critica, unico libro “serio” nella valigia. Talmente serio che sui testi latini di Petrarca citati nel primo capitolo facevo esercitare mio nipote, il quale avendo accumulato un debito formativo nella lingua di Cicerone aveva strategicamente dimenticato ogni libro a casa. Fatto sta che sotto il sole di Alonissos e lo sguardo di riprovazione dei miei familiari divorai il volume. Capisco che il termine “divorare” appartenga a una sfera semantica aliena alla prosa accademica, ma è precisamente questo il motivo per cui Mordenti seduce anche sotto l’ombrellone: l’eleganza, la passionalità e al tempo stesso la chiarezza della sua scrittura.

In questo spazio (e me ne scuso con Mordenti) affronterò solo il quarto capitolo (”Sul concetto di ‘testo’ da Gutenberg all’informatica”) che è quello direttamente legato ai temi di questo blog e sul quale mi sento di lanciare qualche provocazione. I primi cinque paragrafi servono a inquadrare in un contesto storico-critico (con incursioni molto puntuali nell’antropologia e nella filosofia) le linee evolutive della testualità. Una della argomentazioni che prepara la discussione sul testo digitale (che Mordenti preferisce sempre chiamare “testo informatico” o “informatizzato”) è che la mobilità sia una caratteristica del testo in generale e non una virtù di quello digitalizzato. Su questo punto l’autore porta prove convincenti, proponendo tra l’altro un’originale lettura di alcuni passi del Fedro di Platone:

[T]utte le modalità di produzione, conservazione, fruizione della testualità antica (…) non sono affatto contrapposte ma, al contrario, sono come sovrapposte e confuse, intrecciate a descrivere una situazione testuale che ruota comunque intorno alla parola vivente e che proprio da questa assume valore e senso. (p. 141)

Nel paragrafo 7 (”A proposito del testo informatizzato”) si entra nel vivo della discussione che ci interessa.  Alcune di queste pagine sono ormai un “classico” della riflessione sul testo digitale e se non le avete mai lette e pensate di non averne bisogno siete pazzi. Mordenti è il creatore di alcuni mantra dell’informatica umanistica. In particolare consiglio di incorniciare e regalare agli ‘amici’ informatici il seguente: “L’informatica che ci interessa è più un’episteme che una tecnologia” (p. 150).  Lo studioso non nasconde ovviamente che i nuovi supporti e veicoli della scrittura “determinino anche una diversa idea di testo” (p. 150), ma come vedremo fra poco non accetta ciò che egli chiama la “deriva ermetica” (p. 161) che discenderebbe da un certo modo di interpretare la testualità digitale. Mordenti è di mestiere, oltre che critico, anche filologo e su questo tema, la filologia, ha scritto a mio parere le sue pagine più belle e drammatiche:

La domanda che occorre rivolgere alla filologia, giunti a questo punto del nostro ragionamento, è allora radicale (e si tratta di una domanda formulabile, cioè pensabile, solo a partire dall’informatica e dalla sua specifica modalità tecnologica di edizione non più gutemberghiana); tale domanda potrebbe essere così formulata: quanto c’è di intrinsecamente gutemberghiano, nella moderna teoria filologica? Quanto dipendono dalla stampa, ad es., il concetto di “archetipo” o quello di “originale” (che, non a caso, Avalle definisce “uno dei più sfuggenti e ambigui della critica del testo”?). E, soprattutto, quanto dipende dalla stampa la stessa idea di edizione intesa come costituzione di un testo e di uno solo, a cui risalire attraverso (ma si potrebbe dire anche: nonostante) la pluralità dei testi storicamente dati e viventi, degradando questi ultimi a meri testimoni subalterni, a pallida eco materiale (ma mendace e fuorviante) del Testo come idea pura? (p. 154)

A prenderlo sul serio, questo passaggio rappresenta uno dei più violenti attacchi mai sferrati alla scienza della ricostruzione del testo. E’ un passaggio già abbozzato nel saggio del ‘92 e ricordo che fu proprio riflettendo su questa intuizione di Mordenti che decisi di scrivere una tesi su come stesse cambiando la scrittura con l’avvento del computer. Ma sullo sfondo rimaneva quella filologia che, come scrive en passant Segre nelle ultime pagine del suo Avviamento all’analisi del testo letterario (Torino, Einaudi, 1985, p. 371),  insieme ai documenti costruisce “le diverse concezioni della verità, e perciò dell’autorità da conferire ai testi stessi”. Ma come Segre, di fronte a questa possibilità di smascheramento definitivo dell’interfaccia della cultura, fondamenta e scudo delle grandi narrazioni, Mordenti si arresta. Questo “processo al documento” (Foucault) non s’ha da fare. Paura? Sgomento? E il paragrafo finale del capitolo, (”Il senso del testo”), allora è tutta una difesa, strenua quanto tardiva, appassionata e affannata, del senso del testo contro la deriva ermetica e la decostruzione.

Il primo grado di questo contro-processo è l’individuazione di un colpevole, ovvero una “certa linea interpretativa, non per caso di provenienza specialmente americana, che lega direttamente il testo informatizzato (…) con la teoria decostruzionista” (p. 159). Insomma il povero Landow. Il secondo grado è ben più complesso e qui posso solo tentare di riassumerlo, ovvero il tentativo di operare un rovesciamento e una rivalutazione, con raffinati strumenti storico-etimologici, del concetto di tradizione, nel senso di attività di trasmissione “creativa e ricreativa” (p. 161) del testo. Il punto è dimostrare che la mobilità del testo informatizzato non è complemento necessario né fonte della “semiosi ermetica”.

Dico sinceramente che il primo grado mi sembra un processo imbastito con prove insufficienti: non si può liquidare (ma a dire il vero Mordenti si sforza di non farlo) il gigante decostruzionista celandolo dietro un nano (con tutto il rispetto per George Landow il quale ha svolto una funzione importantissima e meritoria nei primi anni della diffusione del web mostrandone agli umanisti le potenzialità). Inoltre al di là dei legami – tutto sommato ormai flebili – fra deriva ermetica e teoria del testo digitale, vi sono molti altri filoni di ricerca che non vengono presi in considerazione da Mordenti. Mi riferisco alla ricca letteratura che studia le forme native della comunicazione digitale, teoricamente agguerrita e oggi anche istituzionalmente solida.

Il secondo grado, se possibile, mi sembra ancora più pericoloso del primo. Condivido con Mordenti che il testo viva nel “movimento storico, nella kabbalah, e, se necessario, perfino nel ‘tradimento’” (p. 163). Tuttavia il recupero della tradizione, per quanto egli si sforzi di spiegarne e circostanziarne l’utilizzo, finisce, inevitabilmente, per offrire una sponda alle pratiche di recinzione della sacralità del testo (p. 162), cadendo dalla padella decostruzionista nella brace teologica. Il Testo Sacro infatti (e mi riferisco tanto al vecchio che al nuovo testamento) non è affatto immutabile se non proprio in quella “tradizione” stabilita in quanto canone teologico. E d’altronde era inevitabile, giacché con buona pace delle tesi di Canfora, Filologia e Teologia più che nemiche sono sorelle: entrambe tese alla ricerca della verità. Del senso del testo. La domanda è: il senso di chi? Altrove Raul Mordenti e Claude Cazalé per difendere il Testo dagli assalti decostruzionsti avevano fatto riferimento al concetto di “comunità di interpreti”. In tempi di Web 2.0 mi pare questo un miglior baluardo contro la perdita di senso, sebbene anche in questo caso occorra sempre vigilare su come storicamente si formino e acquistino potere tali comunità.

In conclusione, per cercare di rispondere (provvisoriamente) alla domanda del titolo, credo che il senso del testo digitale non vada ricercato nelle opposizioni (per quanto teoricamente feconde!). Esso a mio parere è racchiuso in quelle che Mordenti stesso chiama le “potenzialità pragmatiche” (p. 152) del testo informatico, ovvero quelle relazioni a geometria variabile che si stabiliscono fra lettore e programma e/o programmatore/scrittore. Dove il software, sintesi già in partenza multi-autoriale, interagisce con i fruitori, modificandosi e adattandosi al contesto.  Questo paradigma d’altra parte non è nuovo nella storia della comunicazione: Wittgenstein l’aveva prospettato nell’idea dei giochi linguistici nei quali non c’è distinzione rigida fra soggetto e oggetto, e dove la stessa costituzione dell’oggetto si realizza attraverso una dimensione pragmatico-comunicativa all’interno della comunità dei parlanti.

Mi rendo conto che questa prospettiva, applicata ai naviganti, non è priva di controindicazioni. Innanzitutto perché la rete non è (ancora?) un sistema semiotico autonomo.  Accettare questo punto vista negoziale sul significato vorrebbe dire poi lasciare che la scrittura (non più “invariante” [cfr. p. 163], ma mutante) della rete scinda gli ultimi legami col mondo della ricostruzione del testo. Tutte le problematice teoriche e tecnologiche che nascono dalla conservazione delle fonti, che pure riveste un ruolo fondamentale nella trasmissione dei saperi e delle memorie, cederebbero dunque il passo di fronte a nuovi modi di intendere la memoria e le identità (e dunque a nuove teorie e metodologie di indagine). Si dirà che l’esigenza della corretta conservazione dei ‘vecchi’ significati in fondo non esclude quella della ricerca di una comunicazione dei nuovi. Forse è così, ma temo che ormai la rete sia inevitabilmente avviata verso l’oblio di quei presupposti dell’universo testuale gutemberghiano (intrinsecamente gutemberghiano) che l’hanno contribuita a fondare.

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Giuseppe Gigliozzi, maestro

Con grande ritardo, ma ancora più grande gioia, segnalo l’uscita dei Saggi di informatica umanistica del maestro di informatica umanistica Giuseppe Gigliozzi (Milano, Unicopli, 2008, pp. 256). Saggi di informatica umanistica di Giuseppe GigliozziIl volume è curato da Myriam Trevisan e non le saremo mai abbastanza grati per il lavoro che ha svolto. I libri curati da Myriam in realtà sono due: il secondo (Saggi di informatica applicata all’analisi letteraria) è una raccolta di studi realizzati da alcuni dei più valenti allievi e collaboratori di Gigliozzi, sparsi fra Roma “La Sapienza” e Roma Tor Vergata: Veronica Giannini, Tiziana Mancinelli, Alessia Scacchi, Daniele Silvi e la stessa Myriam Trevisan.

Giuseppe infatti non è stato solo uno studioso di razza, ma anche un grande catalizzatore di risorse umane. E questo vuoto non è stato mai colmato, producendo un danno irreperabile alla nostra comunità.  A ciò si aggiunge il fatto che il fondatore degli studi di informatica applicata al testo letterario è ancora troppo poco noto fuori d’Italia. Se qualcuno del board della TEI, di ALLC o di qualsiasi altro organismo internazionale di IU leggesse l’italiano forse la storia di questa disciplina potrebbe essere riscritta. Ma è inutile farsi illusioni. Qualche mese fa ho scritto una review per un articolo ’submitted’ a Digital Humanities Quarterly. Il tema: la semiotica del markup. L’autore è persona competente e piuttosto nota nell’ambiente internazionale. Ebbene, presentava la questione come “un campo nuovo”. Vero. Non sono molte le pubblicazioni in inglese su questo tema. Ma leggete che cosa scriveva Giuseppe, profondo conoscitore della semiotica, nel 1987:

“Il termine codice assume un significato diverso e, forse, più ampio di quello che potevamo aspettarci. Non solo strumento per trasferire informazioni da un sistema all’altro, da una lingua all’altra, ma complesso meccanismo che modella la (e si modella sulla) materia trattata. […] È quasi inevitabile notare come l’operazione di codifica, oltre a rappresentare un valido strumento per la particolare traduzione alla quale sarà sottoposto il testo, si proponga come momento iniziale (ma centrale) di qualsiasi indagine.” (p. 86)

Il saggio da cui è tratto questa citazione è di per sé un gioiello (sin dal titolo): “Codice, testo e interpretazione” (pp. 85-100). La proverbiale eleganza dello stile di Giuseppe qui raggiunge un apice. Persino le piccole asperità (che via via GG attenuerà nei lavori successivi) sono come quei crinali di montagna che facciamo fatica a superare ma a cui, una volta arrivati in vetta, siamo grati di esistere.

Potrei continuare con le citazioni, ma tutti i saggi meritano un’approfondita rilettura. Per due ragioni: riascoltare la voce di un grande maestro e rivendicare con orgoglio la qualità e l’originalità della ricerca italiana nel campo delle Digital Humanities. Troppo spesso ce ne dimentichiamo.

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CSS trascendenti

Chi codifica male, pensa male, vive male e progetta male. A dimostrare che markup semantico e fogli di stile non fossero un freno alla creatività dei web designer, tcss250venne css Zen Garden: una galleria di (bellissimi) esercizi di stile che nel 2003 consegnò la prova definitiva della pretestuosità delle critiche all’XHTML e ai Cascading Style Sheets. Un anno fa, Andy Clarke ha quindi pubblicato per New Riders Trascending CSS: The Fine Art of Web Design, un libro che a quella illuminata  esperienza deve la genesi: un vero e proprio manifesto in cui l’analisi strutturale degli oggetti che compongono un sito web e la conseguente marcatura si sposano con un utilizzo innovativo e avanzato delle tecniche dei fogli di stile. Ora, Pearson Education propone l’edizione italiana di questo testo fondamentale per chiunque si occupi di web design senza dimenticare il codice: Oltre i Css - La sottile arte del web design.

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Intervista sull’informatica umanistica

Segnalo che su studenti.it è uscita una mia intervista sull’informatica umanistica. Nessuna novità rispetto alle cose che vado (andiamo) ripetendo da anni, ma magari a qualcuno può servire un ripasso. Vera novità invece è il volume di Francesca Tomasi, Metodologie informatiche e discipline umanistiche, Roma, Carocci, 2008. Una lettura ideale per queste breve vacanze pasquali!

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Domenico Fiormonte (a cura di), Informatica umanistica. Dalla ricerca all’insegnamento

Autore: Domenico Fiormonte (a cura di)

Titolo: Informatica umanistica. Dalla ricerca all’insegnamento

Editore: Bulzoni

Luogo edizione: Roma

Anno: 2003

N° Pagine: 303

Prezzo: € 21,00

Codice ISBN: 88-8319-824-7

fiormonte_iuLanciati da Domenico Fiormonte nel 1998 a Edinburgh, i seminari CLiP (Computer Literacy and Philology) riuniscono di anno in anno i più qualificati studiosi di informatica applicata alle discipline umanistiche. Gli Atti dei convegni di Roma 1999 e Alicante 2000 sono ora raccolti in questo volume, dedicato a Giuseppe Gigliozzi e pubblicato nella collana “Informatica e discipline umanistiche” diretta da Tito Orlandi.

I saggi, che il curatore suddivide tematicamente in due parti, ruotano intorno al dibattito sulla definizione di un curriculum di informatica umanistica, e del suo relativo statuto disciplinare, e alla elaborazione di progetti per la ricerca e l’insegnamento. Ma al di là dello specifico dibattitto sull’autonomia della disciplina o della particolare illustrazione di progetti e strumenti, gli interventi pubblicati (si citano qui, tra gli altri, Burr, Burnard e Ciotti) non sono soltanto un’“introduzione ideale” all’informatica umanistica, sono una testimonianza vitale (“l’informatica umanistica non vuole morire”, recita l’incipit della prefazione di Orlandi) di un settore di studi e ricerca che fornisce la propria originale interpretazione — critica e sensata — all’utilizzo delle tecnologie nella società dell’informazione.

(Paolo Sordi)

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Giuseppe Gigliozzi, Introduzione all’uso del computer negli studi letterari

Autore: Giuseppe Gigliozzi

Curatore: Fabio Ciotti

Titolo: Introduzione all’uso del computer negli studi letterari

Editore: Bruno Mondadori

Luogo edizione: Milano

Anno: 2003

N° Pagine: 255

Prezzo: € 16,50

Codice ISBN: 88-424- 9551-4

gigliozziIl volume – riedizione del precedente Il testo e il computer – descrive il complesso incontro tra le discipline informatiche e quelle umanistiche, tratteggiando le possibilità ed i problemi teorici che questo incontro genera. È un testo di base per la comprensione dell’Informatica Umanistica, in tutte le sue applicazioni, spaziando dalla digitalizzazione dei testi alla linguistica computazionale, passando per la narratologia e l’ipertestualità. L’estrema chiarezza e semplicità di esposizione che caratterizzano lo stile dell’Autore ne fanno uno strumento indispensabile per chi voglia accostarsi e progredire in questo campo di studi. La bibliografia (in calce ad ogni capitolo) è stata rivista dal curatore e si offre come una ulteriore, preziosissima, fonte di ricerca.

(Daniele Silvi)

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