Archivio Categoria: Libri

Internet ci rende stupidi?

Se non si contraddicesse pagina dopo pagina, Nicholas Carr avrebbe scritto un libro interessante. O, forse, l’interesse nella lettura di Internet ci rende stupidi? Come la Rete sta cambiando il nostro cervello (Raffaello Cortina Editore, 2011) è direttamente proporzionale al numero delle contraddizioni contenuto in esso. Iscritto d’ufficio nella categoria Pentiti (o se si preferisce Apocalittici), dopo la pubblicazione di un articolo su Atlantic nel 2008, che ha costituito la base sulla quale si è sviluppata la scrittura del libro, Carr è convinto che l’uso intensivo della Rete finirà per atrofizzare il cervello dell’uomo.

Per sostenere la sua tesi, parte da McLuhan e finisce con Kubrick, passando per la letteratura classica dei communication e cultural studies e le neuroscienze e le scienze cognitive, offrendoci un quadro certo non originale, ma scritto con una retorica godibile e degna di David Weinberger, tanto per citare un esponente del versante opposto, quello degli Integrati. Peccato solo che l’excursus non conduca a nessuna delle conclusioni cui l’autore è giunto nel momento in cui ha scoperto di essere incapace “di prestare attenzione a un’unica cosa per più di due minuti” (p. 31). Carr stesso ricorda la sensazione di sopraffazione che nel diciassettesimo secolo investì gli intellettuali del tempo, travolti dal diluvio tipografico tanto da individuare nei libri una delle grandi “malattie” dell’epoca, una malattia che appesantiva il mondo, caricato da sovrabbondanza continua di materiale inutile e superfluo (p. 203).

Nel rimpiangere invece la lentezza e la riflessività della mente gutenberghiana, Carr attribuisce al computer, al Web, e a Google lo status di malattia definitiva, considera la cultura del software l’atto avverato della profezia socratica della perdita della memoria, ma, dopo avere esposto con brillantezza e dovizia di studi come la neuroplasticità del cervello consenta all’uomo di indirizzare e letteralmente strutturare pensieri e azioni che si adattano agli stimoli ambientali, impegnando facoltà e flessibilmente disimpegnandone altre, Carr non riesce a fornire una spiegazione davvero convincente del perché i “pensieri diversi” del Web siano oggettivamente peggiori di quelli prodotti dalla cultura della stampa. Perché la tecnologia cartografica, per esempio, “diede all’uomo una mente nuova e più aperta, in grado di comprendere meglio le invisibili forze che danno forma al suo territorio e alla sua esistenza” (p. 61), mentre i dispositivi GPS intorpidiranno senza speranza i neuroni dell’uomo deputati alla rappresentazione spaziale (pp. 250-251).

E dimentica, l’autore, che il Web non offre solo un cambio di prospettiva (e di soggettiva) nella fruizione, ma anche e soprattutto nella produzione dei contenuti. Semmai, si tratta di capire come questa immensa, collettiva protesi della memoria individuale che è la Rete possa agire, per dirla con le parole del citato Pascal Boyer, da “punto cruciale della trasmissione della cultura” (p. 233), una cultura che si formi non fuori, ma intorno al (e dentro il) Web.

P.S. Dopo essersi concentrato presumibilmente più a lungo di un paio di minuti nella scrittura del libro, Carr confessa (p. 237) di essere tornato a consultare regolarmente feed RSS, provare vecchi e nuovi social network, scrivere post sul suo blog, ascoltare musica da Pandora e guardare video su YouTube. Dice che è proprio molto bello, proprio non potrebbe vivere senza.

Commenti disabilitati

Il testo è mobile

Il testo è mobile. Studiare la letteratura dopo i nuovi media

Giornata di studio, Università Roma Tre, 10 gennaio 2012
Sala Conferenze “Ignazio Ambrogio”
via del Valco di San Paolo, 19 – Roma
L’avvento della galassia Internet ha trasformato l’ordine delle conoscenze e i modi in cui vengono elaborate, memorizzate, trasmesse. I saperi non ci appaiono più come campi separati, ma come reti che si connettono variamente. Il testo ha perso la sua centralità, ma la sua presenza resta pervasiva, la sua consistenza si scopre fluida. Studiosi di varie provenienze discuteranno di questa nuova condizione del testo e dello studio della letteratura in occasione dell’uscita dei volumi Al di là del testo. La critica letteraria e lo studio della cultura (Quodlibet, Macerata 2011), a cura di Francesco Fiorentino, e Canoni liquidi (ScriptaWeb, Napoli 2011), a cura di Domenico Fiormonte. Si discuterà anche a partire dal recente libro di Massimo Riva, Il futuro della letteratura. L’opera d’arte nell’epoca della sua (ri)producibilità digitale (ScriptaWeb, Napoli 2011).

 

Programma

Apertura dei lavori e saluti

Ore 9.30

Introduzione: Francesco Fiorentino e Domenico Fiormonte

Prima sessione

Coordina: Maria Del Sapio (Università Roma Tre)

Alberto Sobrero (La Sapienza Università di Roma), “Studiare dopo Internet”
Arturo Mazzarella (Università Roma Tre): “Ogni testo è sempre un pre-testo”
Raul Mordenti (Università di Roma Tor Vergata): “Filologia digitale”
Rocco Ronchi (Università dell’Aquila): “Il testo come molteplicità virtuale e durata creatrice”

Discussione con: Francesco Fiorentino (Università Roma Tre), Ugo Fracassa (Università Roma Tre), Francesco Pompeo (Università Roma Tre).

 

Seconda sessione

Ore 15

Coordina: Mario De Nonno (Università Roma Tre)

Laura Fortini (Università Roma Tre): “Umane lettere: dai corpi testuali agli stili dell’enunciazione”
Mario Ricciardi (Politecnico di Torino): “Inventare il passato”
Massimo Riva (Brown University): “Liquido/gassoso/nebuloso: per una critica della ragion fluida”

Discussione con: Domenico Fiormonte (Università Roma Tre), Fabio Ciotti (Università di Roma Tor Vergata), Teresa Numerico (Università Roma Tre).

 

Per informazioni: ffiorent@uniroma3.it / fiormont@uniroma3.it

 

1 Commento »

La macchina nel tempo

La macchina nel tempo
Studi di informatica umanistica
in onore di Tito Orlandi.
A cura di Lorenzo Perilli e Domenico Fiormonte
Firenze, Le Lettere, 2011.
pp. XIII+336

 

Tito Orlandi è stato uno dei pionieri dell’informatica umanistica in Italia e in Europa. Per celebrare la sua figura e il suo fondamentale contributo scientifico, un gruppo di studiosi di varie discipline umanistiche si sono riuniti in un volume che non è solo un omaggio alla storia di questa disciplina, ma ne fotografa lo stato dell’arte.

I contributi raccolti si devono a specialisti per i quali si pretende però comunque omogeneità, anzitutto metodologica: nel tentativo di dare conto dello stato attuale degli studi, che vanno dalla filologia classica e moderna all’archeologia, dalla linguistica alla logica formale, dalla musicologia alla storia, dall’analisi del testo all’archivistica, fornendo però anche riflessioni che vanno oltre la singola disciplina e affrontano nodi decisivi e tuttora irrisolti, come quello della storia del rapporto tra informatica e scienze umanistiche, o della codifica dei materiali, testuali e non – del passaggio, insomma, dal mondo analogico a quello che si dice digitale.

Oggi le principali vittorie dell’informatica coincidono con le principali preoccupazioni dall’informatica umanistica: la superficialità delle realizzazioni applicative, la scarsa trasparenza dei processi di digitalizzazione, il dominio linguistico e geopolitico di una parte della comunità scientifica, il rischio di perdita o di manipolazione delle memorie culturali. Ma l’attualità di questa preoccupazioni dimostra, come i contributi raccolti in questo volume, che l’informatica umanistica è oggi più che mai viva e che è forse matura per raccogliere alcuni dei suoi frutti più importanti. Resta ancora aperta invece la sfida più affascinante e ambiziosa lanciata da Orlandi negli anni Ottanta, ovvero quella della ricerca di una convergenza fra scienze della natura e scienze della cultura che vada oltre l’orizzonte applicativo.

 

Autori e contributi

Edoardo Ballo e Massimo Parodi, Strumento e teoria.
Domenico Fiormonte e Teresa Numerico, Le radici interdisciplinari dell’informatica: logica, linguistica e gestione della conoscenza.
Dino Buzzetti, Oltre il rappresentare. Le potenzialità del markup.
Fabio Ciotti, La rappresentazione digitale del testo: il paradigma del markup e i suoi sviluppi.
Gino Roncaglia, Alcune note su modelli diversi di organizzazione ipertestuale.
Claude Cazalé Bérard, Ritratto dell’Ipercritico da giovane.
Maria Guercio, Gli archivi digitali.
Lorenzo Perilli, Filologia ieri, oggi … e domani.
Alberto Cadioli, Dall’ipersaggio all’archivio.
Nicola Tangari, Informatica, musica, musicologia.
Serge Noiret, Storia Digitale: sulle risorse di rete per gli storici.
Paola Moscati, Venti anni di «Archeologia e Calcolatori». Aspetti e momenti.
Maurizio Lana, Un database testuale per il latino tardo.
Ilaria Bonincontro, Edizioni critiche in formato elettronico.
Francesca Tomasi, Informatica Umanistica: iniziative, progetti e proposte.

 

Ordina online su: http://www.lelettere.it

Commenti disabilitati

Informatica testuale ad Arezzo

Il testo nell’era digitale: un dibattito alla facoltà di Lettere di Arezzo in occasione della pubblicazione  del libro di Tito Orlandi Informatica testuale. Teoria e prassi (Laterza, 2010).

Martedì 14 giugno alle ore 15
Aula 14 della Facoltà di Lettere e Filosofia di Arezzo, Campus del Pionta, viale Cittadini 33, Arezzo.

L’incontro è organizzato dal Master in Informatica del Testo-Edizione digitale in collaborazione con la Scuola di dottorato di ricerca in “Scienze del Testo. Edizione, analisi, lettura, comunicazione”. Intervengono Damiana Luzzi (Fondazione Rinascimento Digitale), Fabrizio Raschellà (Direttore della Scuola di dottorato in “Scienze del Libro”, Univ. di Siena), Francesco Stella (Coordinatore del Master in “Informatica del testo”, Univ. di Siena) e Caterina Tristano (coordinatrice della sezione “Scienze del Libro” della Scuola di dottorato in “Scienze del Testo”, Univ. di Siena).

Commenti disabilitati

Software culture

Aldo Manuzio è più importante di Bill Gates. E forse anche di Google. Semplificando, potrebbe essere riassunta così l’ultima fatica di Lev Manovich Software takes command, “tradotto” in italiano con Software culture (Olivares, 2010). Un libro ricco e complesso, come il suo precedente Il linguaggio dei nuovi media (Olivares, 2002), ma teoricamente più maturo. Attraverso uno studio critico-genetico, quasi una “filologia del software”, Manovich rilancia la sua idea del software come motore della società contemporanea: dalle caserme ai supermercati, dal telefono alla carta di credito, dalla sanità alla politica, il software è “la colla invisibile” che tiene insieme i diversi sistemi e strutture delle società organizzate.  Sebbene ciascuno parli il proprio linguaggio e persegua i suoi obiettivi, “tutti condividono la sintassi propria del software: strutture di controllo if/then e while/do, operatori logici e tipologie di dati… convenzioni di interfaccia come menu e finestre” (p. 14).  Ma se il motore è il software, l’analisi di Manovich è esplicitamente estetica e il suo interesse più che per i codici è per i loro effetti culturali. E qui c’è il primo passaggio chiave: il software diventa quasi sinonimo di interfaccia. E’ nell’interfaccia che si invera la “rivoluzione della cultura visuale” (p. 107) e a essa l’autore dedica la seconda e più importante parte del volume (i due capitoli Motion Graphics e Design e Visual Effects), dove analizza la logica di strumenti come After Effects e opere come Sodium Fox e Untitled (Pink Dot). I concetti chiave di questa nuova estetica sono fondamentalmente due: ibridazione e deep remixability. Se l’ibridazione è un processo che trae  origine dalle intuizioni di Alan Kay e Adele Goldberg sul “metamedium” (pp.  88-93), il remix è “la logica culturale del capitalismo globale” (p. 34), un’estetica della variazione, della stratificazione e della riscrittura ove è sempre possibile aprire una finestra sul processo delle “forme variabili in continua mutazione” (p. 103):

Ciò che viene remixato oggi non è solo il contenuto di diversi media ma anche le loro tecniche, i processi produttivi e le modalità di rappresentazione ed epressione. Riuniti nello stesso ambiente informatico, i linguaggi del cinema, dell’animazione tradizionale e di quella computerizzata, degli effetti speciali, della grafica, della tipografia hanno formato un nuovo metalinguaggio (p. 118).

Dunque tornando all’immagine di apertura, una rivoluzione della comunicazione è innanzitutto una rivoluzione della fruizione dei contenuti, parallela (o forse precedente?) all’innovazione dei codici e dei linguaggi. Ma da questo punto di vista l’interfaccia informatica deve fare ancora molto strada per potersi avvicinare al successo plurisecolare dell’interfaccia-libro, il primo metamedium di massa della storia.

La visione estetico-culturale del software di Manovich ha una doppia ambizione: addomesticare (nel senso che gli dava Jack Goody) la tecnologia e i suoi effetti, riportandoli nell’alveo delle scienze umane e fondare una nuova disciplina o un loro inedito conglomerato, i software studies, che offrano all’informatica gli strumenti teorici di cui difetta. Ed è proprio lo user il convitato di pietra di un’accademia per la quale la “questione culturale” del software rimane invisibile (p. 15). Forse l’origine dell’incomprensione della centralità culturale, estetica e politica dell’informatica è tutta qui, nella scarsa propensione degli umanisti a occuparsi di quell’indefinita e minacciosa galassia che chiamiamo “fruitori”.

2 Commenti »

Poteri nella rete

Il 14 aprile alle 14.30, nella Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università Roma Tre, Teresa Numerico e Domenico Fiormonte discutono con Enrico Pedemonte e Glauco Benigni di Poteri nella rete. Libertà e controllo dell’informazione nell’era di Internet. Il seminario, aperto a tutti, è l’occasione per riflettere sulle contraddittorie tendenze dell’informazione e del giornalismo in rete, sempre più in bilico fra entusiasmi libertari e politiche securitarie. Cercheremo di tracciare una mappa geopolitica degli interessi in campo, dal citizen journalism ai social media, entrambi territori di cui si decantano le potenzialità espressive ma che appaiono al centro di enormi appetiti sia politici sia commerciali. I due invitati, entrambi scrittori e giornalisti per testate come Repubblica e L’Espresso, offrono nelle loro pubblicazioni prospettive diverse e originali su tali strumenti. Fra i loro libri più recenti segnaliamo:  Enrico Pedemonte, Morte e resurrezione dei giornali (Garzanti, 2010) e Glauco Benigni, YouTube.  La storia (Salani-ERI, 2008).

1 Commento »

Quantum Philology

poesialatinanuovafilologia “Nel 1955, il fisico Hugh Everett avanzò una fantasiosa spiegazione del  mondo quantico (che divenne in seguito la base di Timeline, uno dei più  venduti romanzi di Michael Crichton). L’ipotesi degli universi paralleli di  Everett si riferisce a una sconcertante scoperta in fisica quantistica:  quella per cui fintanto che una particella non viene osservata o misurata,  o comunque non si interagisce con essa in alcun modo, essa si trova in  uno stato che costituisce la sovrapposizione di tutti gli stati. (…) Il  problema è che non c’è modo di prevedere quali dei molti possibili ‘stati  virtuali’ occuperà la particella.” (Ervin Laszlo, La scienza e il campo akashico, p. 16)

Leggendo questo passo non ho potuto fare a meno di collegare i multiversi di Everett alla pluralità degli stati e delle variazioni in cui i testi – compresi i “classici” – circolavano nell’età antica e medievale. E il povero editore- osservatore se li ritrovava in mano un po’ così, sfuggenti, personalizzati e instabili, ma non per  questo meno “reali” (con tutte le conseguenze del caso). Un prezioso volume curato da Loriano Zurli e Paolo  Mastandrea raccoglie gli atti di un convegno PRIN dedicato all’incontro fra tecnologie informatiche e filologia latina e costituisce, allo stato attuale, il contributo italiano più importante nel campo della filologia classica digitale. La metafora di apertura trova conforto nel contributo di Mastandrea (“Gli archivi elettronici di Musisque deoque” pp. 41-72) dove, a proposito della tradizione manoscritta del poeta latino Persio, leggiamo:

“(…) questo esempio propone un inconciliabile dilemma, obbliga a prendere atto che l’opera di un (sia pur celeberrimo) poeta antico non godeva di statuto speciale o privilegio alcuno di ‘intangibilità’, quale noi conosciamo garantito dalle moderne edizioni a stampa; per quanto sacralizzato – anzi quanto più sacralizzato (…) - il testo era soggetto a modifiche, e per motivi assai differenti, quando la circolazione manoscritta offriva senza soste occasioni plurime a tali attività. Ogni colto lettore di Persio che (…) trovasse le satire accompagnate dagli scholia o dalla Vita, era dunque libero di optare a piacimento per l’una o l’altra forma, senza patire conseguenze dalla preventiva censura (…) né dalla pretesa ortodossia di editori lachmanniani osservanti.” (pp. 62-63)

L’ “apertura” dei testi antichi, come ci  viene spiegato, era spesso duplice: avveniva cioè tanto sul lato ricettivo (il lettore-annotatore) che su quello produttivo (l’autore-copista). Finché l’autore conservava interesse per un’opera continuava a rivederla, senza una pregiudiziale sconfessione (fatica inutile) delle versioni  precedenti, che non smettevano di circolare e produrre “conseguenze”. Dunque la fissazione del testo non era altro che l’interruzione del discorso che l’autore intratteneva con sé stesso e una pluralità di soggetti (e oggetti: si pensi ai supporti). Ma il digitale, come mostrano i saggi contenuti in questo bel volume, non permette solo di tornare a riflettere sul concetto (e la pratica) di  tradizione. Forse l’interrogativo più importante riguarda i confini che siamo stati abituati a tracciare fra autori e lettori in un’universo digitale in cui ciascuno di noi “occupa”, di volta in volta, posizioni, ruoli e funzioni in perenne “sovrapposizione”. Di tale sovrapposizione (dislocazione?), in qualche modo, dovranno dare conto la filologia e l’ecdotica del futuro.

Commenti disabilitati

Il Piave mormorò

Immagine anteprima YouTube

Per dare la loro interpretazione di chi o cosa sia “L’umanista digitale”, il 24 maggio scorso, si sono riuniti attorno a Teresa Numerico e Domenico Fiormonte, due autori dell’omonimo libro, Giampiero Gamaleri, Mario Tedeschini Lalli, Maurizio Lana e Tito Orlandi. L’aula era piena; piena di studenti, dei pochi docenti riusciti a sfuggire agli impegni accademici; tutte facce curiose e sveglie sotto gli occhi della Tv Sat2000, che all’evento ha dedicato un servizio all’interno del programma La compagnia del libro. Problemi di connessione però: nell’aula Verra della Facoltà di Lettere di Roma Tre non c’era modo di far arrivare la rete. A parte il paradosso, il clima era proprio bello. Tito Orlandi in veste di moderatore (quale altro ruolo per il “padre di tutti”?) ripercorre la storia dell’Informatica Umanistica quasi con la metafora della Resistenza (sarà complice la data, ma ce n’è bisogno, ancora e soprattutto in questo momento), prima di invitare Tedeschini Lalli a prendere la parola. Lalli ci mette un po’ a scaldarsi. È un giornalista del gruppo Espresso e docente di Giornalismo digitale all’Università di Urbino. Il suo intervento, molto personale, progressivamente si colora mettendo in evidenza l’aspetto identitario dei contenuti del libro a dispetto del “buco nero” all’interno del quale il digitale ci ha catapultati (T. Lalli è un appassionato d’astronomia) e che ci lascia, al momento, disorientati riguardo a che cosa ci attende al di là. Fantasmi di postmodernità? La conoscenza frequenta un iperuranio molto labile, secondo Gamaleri, sociologo della comunicazione e docente a Roma Tre; una cattedrale d’informazione dalla facciata incostante quanto Rouen, forse impossibile da fissare su tela, perlomeno non con gli oli tradizionali – molto bene quando Lalli fa notare che il postmoderno è rimasto alle porte dell’accademia, realtà o spauracchio che sia.

Ciò che “L’Umanista digitale” testimonia oggi è una situazione decisamente netta. C’è un oggetto, c’è un campo di studi, una ferma posizione teorica, almeno alla base, attorno alla quale, soprattutto, si raccoglie un movimento tenace in Italia e all’estero. Maurizio Lana, ricercatore di Linguistica all’Università del Piemonte Orientale, il più tecnico degli invitati, rincara la dose sul valore “affermativo” di questo libro. Gli piace ricordare i pionieri Licklider ed Engelbart e il valore degli strumenti informatici che sono un potenziamento dell’intelletto umano, della sfera creativa e produttiva esaltata dalle nuove tecnologie. La sua esperienza sulla testualità digitale lo porta ad evidenziare le affascinanti sfide che le macchine portano con sé (affascinanti perché tutte culturali), come il rapporto controverso fra il nostro linguaggio e il linguaggio macchina, la percezione e la conservazione della memoria, l’obsolescenza dei supporti messi nel cassetto assieme alle testimonianze che trasportano. Problema di coscienza critica insomma, nuova o vecchia non importa, perché la coscienza critica è un valore assoluto – rimette tutti d’accordo Orlandi: un’abitudine da recuperare, piuttosto, una volta messo il naso fuori dallo stallo gravitazionale (T. Lalli docet), ed esercitare con convinzione nei confronti dell’oracolo Google che divora tutto (Vate affamato), di un sistema d’istruzione scaduto e degenerato, della nostra coscienza critica stessa. Ma ancora un attimo, prima che Orlandi trascini nell’aula Verra chi era rimasto nell’iperuranio, perché si sta arrivando al momento più vivo della discussione. Infatti tocca agli studenti parlare, quasi fossero invitati a sedere alla tavola rotonda. E sono di gran lunga i più convincenti, perché di poche parole, quando illustrano timorosi la loro esperienza maturata durante i corsi, e che li ha spinti in alcuni casi a farsi co-autori di questo volume. Dell’Umanista digitale, infatti, non esiste soltanto una traduzione analogica: la partita più bella sembra essere stata quella giocata in poche decine di ore di lezione catapultate sul web con tutta la loro dinamica, quella vera, che scaturisce dal dialogo (vedi Forme e Generi della testualità digitale). Soprattutto i ragazzi sono partecipi orgogliosi di questa identità, e quando ne parlano davanti a tutti lo fanno con imbarazzo, quello stesso imbarazzo che si prova quando si è chiamati a parlare dopo un ascolto durato troppo tempo.

1 Commento »

Presentazione “L’umanista digitale”

umanistadigitaleIl 24 maggio alle ore 11, nell’Aula Verra della Facoltà di Lettere e Filosofia di Roma Tre, Giampiero Gamaleri, Mario Tedeschini Lalli, Maurizio Lana, Tito Orlandi e gli studenti dei corsi di laurea in Scienze della comunicazione discuteranno il volume L’umanista digitale di Teresa Numerico, Domenico Fiormonte e Francesca Tomasi (Il Mulino, 2010).

La discussione si propone di affrontare le diverse prospettive critiche intrecciate nel libro: l’origine dell’informatica umanistica e le connessioni epistemiche con l’informatica, l’analisi dell’impatto delle tecnologie della comunicazione sulla società e le trasformazioni che attraversano le professioni legate alla produzione di contenuti.

Saranno presenti gli autori.

Commenti disabilitati

L’informazione letteraria nel web

Finalmente un lavoro serio e interessante sul fenomeno dei blog letterari – o meglio “siti di informazione letteraria”: L’informazione letteraria nel web. Tra critica, dibattito, impegno e autori emergenti, Milano, Biblion, 2009.  Nel volume Giulia Iannuzzi analizza, esplora e commenta sei fra i più noti e frequentati siti italiani: Nazione Indiana, Carmillaonline, Wu Ming, Il primo amore, Lipperatura e Vibrisse. Esperienze eterogenee nate da scrittori o comunità di scrittori che si sono confrontati, a partire dalla fine degli anni Novanta, con la dimensione della comunicazione web. C’è un punto secondo l’autrice che accomuna tutte queste esperienze: “Tra i più vistosi è senz’altro l’impegno civile: tutti questi siti restano legati ad un interesse principalmente letterario, ma tutti alle recensioni, ai saggi, alle poesie, ai racconti associano una viva attività di osservatori e critici della realtà contemporanea anche nei suoi aspetti sociali e politici” (p. 195). L'informazione letteraria nel web

La qualità di materiali e interventi presenti in questi siti è tale che da tempo ho smesso di leggere recensioni, segnalazioni o altre notizie sul mondo letterario ed editoriale pubblicate da quotidiani nazionali, affidandomi alla maggiore indipendenza e professionalità dei blog autoriali. D’altra parte lo stesso vale per l’informazione di altro tipo: oggi chi vuole sapere veramente che cosa succede nel mondo si rivolge sempre di più all’informazione alternativa. Tuttavia a mio parere vi è una differenza fra l’informazione letteraria e quella politica o di altro tipo, ed è l’attenzione alla sperimentazione. Tutti i siti citati nascono all’interno di comunità, per così dire, fortemente gutenberghiane. La rete è vista come il luogo della condivisione, della segnalazione e spesso anche della pubblicazione dei testi, ma il sistema-libro rimane al centro. Come leggiamo sul manifesto di vibrisselibri, l’agenzia e casa editrice geminata dall’omonimo sito di Giulio Mozzi, “i libri ‘veri’ sono, e presumiamo saranno ancora per molto tempo, quelli stampati su carta e distribuiti attraverso il mercato librario.” Ma siamo sicuri che oggi sia ancora così? E il successo di Lulu e di iniziative non commerciali come quella di vibrisselibri non dimostra in fondo il contrario, ovvero che i confini sia esterni (il supporto) sia interni (il contenuto, i generi, ecc.) del libro sono da tempo in una fase di metamorfosi? Tralasciando la (pure fondamentale) discussione sui formati e i supporti di lettura – dall’irresistibile ascesa di Google Books al prepotente ritorno dell’e-book  - il  punto è che in questi siti, eccetto poche eccezioni, non si trova traccia del contenitore che li ospita: il web. La dimensione digitale della creazione letteraria è insomma il grande assente. Si obietterà, a ragione, che ciascuno fa il suo mestiere e che non ci si può occupare di tutto. Se mi permetto un’osservazione del genere è perché in questi blog vi è molta riflessione su “che  cosia sia la letteratura” e credo che uno sguardo più attento alle sperimentazioni compositive e narrative della rete potrebbe arricchire e ampliare la discussione. La scrittura ha da tempo varcato la soglia di Gutenberg. Ma gli scrittori?

Commenti disabilitati