La sfida dell’Asia ai monopoli della conoscenza

cina studentessa espertaLa notizia che la multinazionale dell'editoria Thomson Reuters (proprietaria fra l'altro di Web of Science) ha venduto a Onex Corporation e Baring Private Equity Asia tutte le attività legate all'editoria accademica e scientifica per 3,55 miliardi di dollari è arrivata mentre Ernesto Priego ed io preparavamo la nostra proposta per la conferenza The Toronto School. Tale collaborazione nasce proprio dal comune  interesse (vedi qui e soprattutto qui) per l'oligopolio dell'editoria scientifica, i costi astronomici per le istituzioni e il combinato disposto ranking universitari/valutazione della ricerca. Già perché come ricordava un articolo su Infoaut.org, le classifiche delle università sono influenzate dalla valutazione della produzione scientifica (e viceversa), generando così un circolo vizioso che pone le multinazionali della pubblicazione scientifica di fatto al vertice della piramide della gestione della conoscenza. Abbiamo appena pubblicato una sintesi della nostra proposta a Toronto, ancora in corso di valutazione, ma qui vorrei commentare brevemente la vendita del colosso canadese, che potrebbe aprire nuovi scenari.

Innanzitutto BPEA è un fondo di investimento con base a Singapore che opera in modo prevalente nello scacchiere geoeconomico cinese, con sedi anche in India e Giappone. Alcuni commentatori hanno sottolineato la crescente "sete di conoscenza" delle regioni asiatiche, ormai sempre più competitive anche nel settore della formazione universitaria. D'altra parte il 2014 aveva già segnato l'ingresso di due giganti cinesi nella top ten degli editori mondiali, segno ormai che la "fame" cinese non si limita più al settore agroalimentare, tecnologico o energetico. Altri segnali, come il movimento che ha portato l'India a rifiutare Facebook Free Basics in favore della net neutrality, mostrano la vitalità democratica di milioni di asiatici che diversamente dagli "avanzati" europei rigettano l'universalismo colonialista della Silicon Valley, l'altro corno dei monopoli della conoscenza, quella digitale.

Dunque che cosa sta succedendo? Certo è prematuro concludere che l'Asia (e la Cina in particolare) stiano preparando la scalata all'industria della conoscenza e la resistenza alle Frightful Five. Ma sarebbe ingenuo leggere queste mosse come semplici operazioni commerciali e finanziarie. Al contrario, si tratta di chiari segnali politici e di una consapevolezza, certo non ignara di Gramsci, di che cosa voglia dire egemonia culturale. Una coscienza che sia gli USA sia l'Europa, frantumati, assediati e in preda al fosco autunno delle proprie élites, sembrano aver smarrito o più probabilmente rimosso.

Post Scriptum

Mentre pubblico queste righe mi giunge una lettera di Raul Mordenti in merito al grave problema dei criteri per l'assegnazione dei fondi di ricerca nell'Università di Roma Tor Vergata. Sebbene partano dalla propria università, le riflessioni di Mordenti coinvolgono la questione più generale della valutazione dei prodotti della ricerca e dunque sono attinenti al tema centrale di questo post, ovvero gli effetti perversi dell'oligopolio anglofono sul ranking dei prodotti scientifici. Il nostro paese, che più di ogni altro in Europa è ossessionato dall'essere provincia di un Impero da decenni in caduta libera, ha infatti sposato e adottato in modo entusiastico quei criteri e quegli strumenti monopolistici e mono-culturali che Ernesto Priego ed io denunciamo nel nostro contributo. Ancora di più dunque il sistema italiano, oltre che autolesionistico e opaco, appare fuori dal tempo.

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