Seminario di Informatica Umanistica, Verona, 28-30 ottobre 2014

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28-30 Ottobre, 2014: istantanea della classe attentissima… Scattata al seminario “Discipline umanistiche e metodologie informatiche”, organizzato da Anna Bognolo e Domenico Fiormonte, con la partecipazione della dott.ssa Tiziana Mancinelli. Al seminario hanno partecipato ricercatori e dottorandi  dell’Università di Verona e di altri atenei italiani.

Qui sotto un tentativo di “ESERCIZIO DI BRAINSTORMING” che abbiamo iniziato in aula il primo giorno:

OGGETTO: Digital Humanities – Digital Revolution

DOMANDE:

A) In una prospettiva concreta e immediata, che uso specifico immaginate o desiderate di fare dell’Informatica umanistica nella vostra pratica attuale?

B) In una prospettiva più ampia e di lungo periodo, che uso pensate che si possa fare dell’Informatica umanistica nel vostro progetto di ricerca o nel futuro lavoro?

C) In base alla vostra esperienza/immaginazione, si può parlare di una rivoluzione digitale nel vostro ambito di studio? Se sì, in cosa consiste?

Rispondete qui sotto utilizzando i commenti – e grazie per la collaborazione!

 

5 Commenti su “Seminario di Informatica Umanistica, Verona, 28-30 ottobre 2014”

  1. Ok, raccolgo la sfida, ma innanzitutto per ringraziare i nostri insegnanti che in così poche ore hanno saputo restituirci un panorama tanto ampio e complesso sulle DH: ho potuto fare chiarezza su molti aspetti informatici, ma mi sono potuta anche affacciare sulle implicazioni geopolitiche della faccenda, sulle sfide teoriche e pratiche che si aprono alla produzione e valutazione della ricerca, ho visto quello che sta succedendo, con progetti di edizione digitale in progress, ma sono stata anche portata a distanze fantascientifiche a chiedermi che ne sarà del nostro modo di imparare, leggere, far ricerca, finanche pensare. Soprattutto pensare…
    Sul treno che sta viaggiando ora verso casa mi porto quindi una valigia in più rispetto a quella che avevo all’andata. Tra tutto mi porto una migliore consapevolezza riguardo al mondo attraverso cui mi sono avvicinata alle DH, quello di EpiDoc, che inserito nel suo più ampio contesto di appartenenza mi appare ora qualcosa di molto più convincente, ma anche di più perfettibile.
    Ma queste sono cose che riguardano un ambito di ricerca specifico. I problemi, le questioni, i metodi cambiano, sì, ma io penso non in maniera così sconvolgente all’interno delle singole discipline. C’è invece un altro problema con cui vorrei alimentare il vento di questo brainstorming: quello della valutazione della ricerca. Il modo di valutare i “prodotti” della ricerca mi sembra più una causa che una conseguenza del cambiamento/non cambiamento. In altre parole come potremo iniziare a ragionare seriamente su nuovi modi di redigere, pubblicare e divulgare la nostra ricerca se siamo costretti a stare alle regole del gioco di chi ci valuta? Che ne pensate di questo?

  2. Grazie infinite per questo bel commento Chiara, sono e siamo molto felici che il seminario ti sia stato utile! Vorrei capire meglio una cosa: all’inizio scrivi che probabilmente questi cambiamenti presuppongono una modifica nel modo di imparare, pensare, ecc. (una posizione “forte”), poi però dici “I problemi, le questioni, i metodi cambiano, sì, ma io penso non in maniera così sconvolgente all’interno delle singole discipline.” E questa posizione invece sembrerebbe implicare un ruolo molto meno incisivo per le DH… Ho capito male?
    Riguardo alla valutazione invece, colgo la palla al balzo e segnalo questo articolo di Tito Orlandi, appena uscito negli atti dell’ultimo convegno dell’AIUCD: http://digilab2.let.uniroma1.it/ojs/index.php/Quaderni_DigiLab/article/view/165/154

  3. Premetto che non ho potuto partecipare al seminario, purtroppo, quindi rispondo alle vostre tre domande in base alle mie esperienze e letture. Uno: utilizzo delle biblioteche digitali e open access per documentare nel modo più rapido ed esteso la mia ricerca; utilizzo delle connesse logiche di intelligenza collettiva (o 2.0 che dir si voglia) per stimolare, confrontare e mettere alla prova i risultati. Due: indagine sulle possibilità di integrazione di sistemi automatizzati nell’esercizio critico ed ermeneutico. Comprendo e in parte condivido certe resistenze a questi scenari, ma se gli scienziati si servono così estesamente di simulazioni al computer per testare le loro teorie, perché non dovremmo anche noi? Considerato il fatto che, a mio avviso, tale esercizio nelle materie umanistiche (e letterarie in particolare) permette non solo di ottenere risultati interessanti, ma anche di mettere radicalmente in discussione quegli stessi strumenti che ci hanno permesso di ottenerli. Tre: preferisco andarci piano con il concetto di “rivoluzione”, capisco determinati entusiasmi ma vorrei evitare altrettante retoriche. Quello che vedo è una grande offerta di potenzialità, ma forse anche una certa carenza di metodologie consolidate per sfruttarle. E, più in generale, preferisco non pensare a rivoluzioni o fratture, per cercare piuttosto le tracce di dinamiche più estese. Un portato della mia formazione umanistica?

  4. Dunque, rispondo alla questione sulla quale sono stata sollecitata da Domenico, ringraziandolo anche per l’interessante riferimento bibliografico.
    La contraddizione da te messa in luce era in parte era apparente, in parte effettiva. Questo secondo fatto è anzitutto legato alla sana confusione mentale che si prova spostando lo sguardo da scenari consolidati e rassicuranti ad altri futuri e in continuo divenire. Ma come dicevo la contraddizione è anche solo apparente perché in quelle veloci considerazioni ‘di suggestione’ si intrecciavano pensieri sul breve termine e sul lungo termine, su come io oggi farò ricerca, ma anche su come mia figlia, nata nel 2012, leggerà, studierà, penserà, ricorderà tra molti anni. Sul fronte della ricerca, sul fronte dell’oggi, e dell’ambito specialistico delle nostre rispettive discipline, dico anzitutto che non mi piace per nulla l’idea che l’umanista e l’umanista digitale possano essere due cose diverse, e mantenersi su due piani separati. L’epigrafista, per esempio, è uno storico, un po’ archeologo un po’ filologo; uno storico che sia uno storico è capace di grandi sintesi, ma soprattutto è un cacciatore di eccezioni, prima che di costanti. E quello deve rimanere. L’epigrafista, probabilmente dai tempi di Polemone di Ilio, il “mangiatore di pietre”, rimane ossessionato dal problema del Corpus, della raccolta di schede epigrafiche; poco importa, da un certo punto di vista, se la raccolta è su carta o su un database; la questione è antica ed è totalmente nuova allo stesso tempo: prima c’era il problema dei supplementi, delle concordanze, dell’organizzare per date o per regioni e per argomenti; adesso il problema è come federare le banche dati, come conservare nel tempo i dati. Certo, quando si ha la possibilità di accedere velocemente e di interrogare amplissime serie documentarie è giocoforza che gli argomenti della ricerca si possano modificare di conseguenza. Ma alla base di tutto ci sta in ogni caso la capacità (o l’incapacità) di formulare domande storiche, di valorizzare l’eccezione, di non perdersi nell’infinita didascalia fine a se stessa.
    Prima del mark up ci sta la domanda storica, ed è il primo che deve seguire la seconda e non il contrario. Se no il digitale rischia di diventare uno spettacolo pirotecnico.

    • Non potrei essere più d’accordo… e non solo rischia di diventare uno spettacolo pirotecnico (che già avrebbe un suo pubblico ampio) ma uno spettacolo inservibile e inutilizzabile, o anocora peggio uno show a pagamento controllato dalle multinazionali dei “contenuti-contenitori” (Google, Microsoft o Elsevier).