Archivi di giugno 2010

Quantum Philology

poesialatinanuovafilologia “Nel 1955, il fisico Hugh Everett avanzò una fantasiosa spiegazione del  mondo quantico (che divenne in seguito la base di Timeline, uno dei più  venduti romanzi di Michael Crichton). L’ipotesi degli universi paralleli di  Everett si riferisce a una sconcertante scoperta in fisica quantistica:  quella per cui fintanto che una particella non viene osservata o misurata,  o comunque non si interagisce con essa in alcun modo, essa si trova in  uno stato che costituisce la sovrapposizione di tutti gli stati. (…) Il  problema è che non c’è modo di prevedere quali dei molti possibili ‘stati  virtuali’ occuperà la particella.” (Ervin Laszlo, La scienza e il campo akashico, p. 16)

Leggendo questo passo non ho potuto fare a meno di collegare i multiversi di Everett alla pluralità degli stati e delle variazioni in cui i testi – compresi i “classici” – circolavano nell’età antica e medievale. E il povero editore- osservatore se li ritrovava in mano un po’ così, sfuggenti, personalizzati e instabili, ma non per  questo meno “reali” (con tutte le conseguenze del caso). Un prezioso volume curato da Loriano Zurli e Paolo  Mastandrea raccoglie gli atti di un convegno PRIN dedicato all’incontro fra tecnologie informatiche e filologia latina e costituisce, allo stato attuale, il contributo italiano più importante nel campo della filologia classica digitale. La metafora di apertura trova conforto nel contributo di Mastandrea (“Gli archivi elettronici di Musisque deoque” pp. 41-72) dove, a proposito della tradizione manoscritta del poeta latino Persio, leggiamo:

“(…) questo esempio propone un inconciliabile dilemma, obbliga a prendere atto che l’opera di un (sia pur celeberrimo) poeta antico non godeva di statuto speciale o privilegio alcuno di ‘intangibilità’, quale noi conosciamo garantito dalle moderne edizioni a stampa; per quanto sacralizzato – anzi quanto più sacralizzato (…) - il testo era soggetto a modifiche, e per motivi assai differenti, quando la circolazione manoscritta offriva senza soste occasioni plurime a tali attività. Ogni colto lettore di Persio che (…) trovasse le satire accompagnate dagli scholia o dalla Vita, era dunque libero di optare a piacimento per l’una o l’altra forma, senza patire conseguenze dalla preventiva censura (…) né dalla pretesa ortodossia di editori lachmanniani osservanti.” (pp. 62-63)

L’ “apertura” dei testi antichi, come ci  viene spiegato, era spesso duplice: avveniva cioè tanto sul lato ricettivo (il lettore-annotatore) che su quello produttivo (l’autore-copista). Finché l’autore conservava interesse per un’opera continuava a rivederla, senza una pregiudiziale sconfessione (fatica inutile) delle versioni  precedenti, che non smettevano di circolare e produrre “conseguenze”. Dunque la fissazione del testo non era altro che l’interruzione del discorso che l’autore intratteneva con sé stesso e una pluralità di soggetti (e oggetti: si pensi ai supporti). Ma il digitale, come mostrano i saggi contenuti in questo bel volume, non permette solo di tornare a riflettere sul concetto (e la pratica) di  tradizione. Forse l’interrogativo più importante riguarda i confini che siamo stati abituati a tracciare fra autori e lettori in un’universo digitale in cui ciascuno di noi “occupa”, di volta in volta, posizioni, ruoli e funzioni in perenne “sovrapposizione”. Di tale sovrapposizione (dislocazione?), in qualche modo, dovranno dare conto la filologia e l’ecdotica del futuro.

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Canoni liquidi

Canoni liquidi, Roma Tre 14-15 giugno 2010

“La costituzione dei sé o delle personalità è impensabile in qualsiasi altro modo che non sia quello di una riformazione costante e perennemente incompiuta.” (Zygmunt Bauman, Vita liquida).

A scuola abbiamo letto e studiato Omero, Dante o la Bibbia come testi di riferimento: immutabili, fissi, “canonici”. Stabiliti “una volta per tutte”, insomma. I testi canonici sono al centro della nostra identità culturale. Ma come viene tramandata la loro memoria? E come si è costituita la loro presunta stabilità? Uno sguardo alla storia dei testi ci svela che la questione è più complessa di come pensavamo. Tanto le grandi opere dell’antichità, quanto quelle più vicine ai nostri tempi, hanno subito nel corso del tempo innumerevoli metamorfosi, sotto la pressione di eventi sociali e politici, interessi ideologici o religiosi, errori accidentali o consapevoli manipolazioni.  Il seminario internazionale “Canoni liquidi”, che si svolgerà a Roma Tre il 14 e 15 giugno, cerca di fare il punto su tali questioni, mettendo a confronto un gruppo interdisciplinare di studiosi (dall’antropologia alle filologie classiche, dall’informatica alla sociologia, dalla teoria letteraria alla biologia) chiamati a discutere in modo aperto e al di là dei recinti accademici che cosa significhi, ieri come oggi, produrre, conservare e trasmettere la memoria e i saperi.
Sotto la pressione degli strumenti digitali, la nostra idea di testo sta cambiando. Ma insieme al testo mutano le nostre idee di cultura e dunque le nostre identità. Un’analisi approfondita del passato ci rivela che la variazione e l’instabilità sono gli elementi costitutivi della cultura. Anzi, senza variazione, ovvero senza interazione e contaminazione, non è possibile trasmettere la cultura. La diversità e la variazione, insomma, non costituiscono l’eccezione, ma la regola.

Ma la sorpresa più grande forse è che questo modo di trasmettersi della cultura trova delle analogie nell’essere vivente. Marcello Buiatti, biologo e genetista dell’Università di Firenze, spiegherà nella conferenza d’apertura come gli organismi viventi, per poter vivere e riprodursi, si adattino ai cambiamenti dell’ambiente in una costante dialettica fra i vincoli imposti dai geni e gli stimoli e le variazioni dell’ambiente. Sul terreno di un inedito incontro fra scienze umanistiche e biologia si gioca insomma il futuro della nostra comprensione della trasmissione della memoria culturale.

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Corso estivo “Dal testo digitale al libro elettronico”

manifesto_cursoDal 5 al 9 luglio si svolgerà a San Lorenzo de El Escorial, magnifica sede dei corsi estivi dell’Università Complutense di Madrid, il corso “El texto digital ante la encrucijada del libro electrónico y del hipertexto”. Si tratta di uno delle prime “summer school” interamente dedicate ai temi dell’informatica testuale che si svolge in Spagna. La direzione (e ideazione) del corso si deve a José Manuel Lucía Megías, uno dei filologi più impegnati nella diffusione dell’informatica umanistica nel suo paese. Fra gli sponsor e patrocinatori dell’iniziativa spicca la “Dirección General del Libro, Archivos y Bibliotecas” del Ministero della Cultura spagnolo. Il programma è intelligentemente diversificato e vede la partecipazione di esperti provenienti sia dal mondo editoriale sia da quello accademico. Gli studenti possono iscriversi fino al  4 giugno e fare domanda per una borsa di studio.

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