Archivi di dicembre 2008

Buon vecchio semantico HTML

Tra gli informatici umanistici, l’HTML non gode di buonissima considerazione. Accomunato non a caso al Macintosh, il linguaggio inventato da Tim Berners Lee rappresenterebbe l’inizio della fine dell’informatica, il simbolo a tre doppie W del trionfo della forma sulla sostanza, la corruzione della grafica contro la purezza del Codice.
visualizza-codiceA ripassare la sua storia, invece (storia che poi coincide con quella del World Wide Web tutto), appare evidente come il linguaggio di marcatura ipertestuale sia stato travolto dal suo proprio inaspettato successo e dalla sua studiata semplicità, fino a diventarne vittima.
In un mondo che voleva luci, colori, animazioni, commerci e divertimenti, e lo voleva subito (non che ci sia nulla di male nel volerlo – o almeno non fin quando si richiedano ballerine e nani), convincere un web designer a codificare una pagina web secondo struttura e semantica era come cercare di convincere Bartleby a fare una qualsiasi cosa.
Eppure, l’HTML per quello era nato, fornire a un documento da pubblicare sul web una marcatura strutturale e semantica, minima, banale, elementare se vogliamo: ma strutturale e semantica.
Titoli, paragrafi, liste, link.
E invece fu un diluvio inestricabile di font e attributi di allineamento, colore e dimensioni. L’alfiere di questa vera e propria deviazione semantica resterà per sempre l’elemento table: destinato a rappresentare dati tabulari (avete presente gli orridi fogli di Excel?), divenne l’escamotage codicistico per creare impaginazioni complesse per testate, menu e corpi di pagina in grado di replicare i classici ed elaborati layout tipografici.
Ma questo, nel 1999, era l’HTML di Netscape (riposi in pace) e Microsoft, non del World Wide Web Consortium.
Dall’inizio del ventunesimo secolo, però, non esiste più spazio per fraintendimenti e tradimenti di senso: nuovi browser standards compliant si sono affacciati sulla scena, una nuova generazione di web designer ha evangelizzato gli infedeli e gli scettici e soprattutto, con la release di Internet Explorer 5.5, anche Microsoft ha iniziato (titubante la sua parte, certo, ma comunque ha iniziato) ad abbracciare le raccomandazioni del W3C che dai CSS all’XHTML, passando per l’XML, hanno ribadito la forza della codifica semantica e il valore della separazione della struttura dalla presentazione.
Se andate a spulciare il codice sorgente di qualcuno dei vostri siti preferiti, anche di informatica umanistica, noterete che i cattivi costumi (e gli align='center') sono duri a morire: fategli sapere che il buon vecchio semantico HTML è tornato tra noi, da un pezzo.

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Cos’è l’architettura dell’informazione

Via Peter Morville, una presentazione di Gail Leija che risponde impeccabile alla domanda: cosa diavolo fanno gli architetti dell’informazione?

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Giuseppe Gigliozzi, maestro

Con grande ritardo, ma ancora più grande gioia, segnalo l’uscita dei Saggi di informatica umanistica del maestro di informatica umanistica Giuseppe Gigliozzi (Milano, Unicopli, 2008, pp. 256). Saggi di informatica umanistica di Giuseppe GigliozziIl volume è curato da Myriam Trevisan e non le saremo mai abbastanza grati per il lavoro che ha svolto. I libri curati da Myriam in realtà sono due: il secondo (Saggi di informatica applicata all’analisi letteraria) è una raccolta di studi realizzati da alcuni dei più valenti allievi e collaboratori di Gigliozzi, sparsi fra Roma “La Sapienza” e Roma Tor Vergata: Veronica Giannini, Tiziana Mancinelli, Alessia Scacchi, Daniele Silvi e la stessa Myriam Trevisan.

Giuseppe infatti non è stato solo uno studioso di razza, ma anche un grande catalizzatore di risorse umane. E questo vuoto non è stato mai colmato, producendo un danno irreperabile alla nostra comunità.  A ciò si aggiunge il fatto che il fondatore degli studi di informatica applicata al testo letterario è ancora troppo poco noto fuori d’Italia. Se qualcuno del board della TEI, di ALLC o di qualsiasi altro organismo internazionale di IU leggesse l’italiano forse la storia di questa disciplina potrebbe essere riscritta. Ma è inutile farsi illusioni. Qualche mese fa ho scritto una review per un articolo ’submitted’ a Digital Humanities Quarterly. Il tema: la semiotica del markup. L’autore è persona competente e piuttosto nota nell’ambiente internazionale. Ebbene, presentava la questione come “un campo nuovo”. Vero. Non sono molte le pubblicazioni in inglese su questo tema. Ma leggete che cosa scriveva Giuseppe, profondo conoscitore della semiotica, nel 1987:

“Il termine codice assume un significato diverso e, forse, più ampio di quello che potevamo aspettarci. Non solo strumento per trasferire informazioni da un sistema all’altro, da una lingua all’altra, ma complesso meccanismo che modella la (e si modella sulla) materia trattata. […] È quasi inevitabile notare come l’operazione di codifica, oltre a rappresentare un valido strumento per la particolare traduzione alla quale sarà sottoposto il testo, si proponga come momento iniziale (ma centrale) di qualsiasi indagine.” (p. 86)

Il saggio da cui è tratto questa citazione è di per sé un gioiello (sin dal titolo): “Codice, testo e interpretazione” (pp. 85-100). La proverbiale eleganza dello stile di Giuseppe qui raggiunge un apice. Persino le piccole asperità (che via via GG attenuerà nei lavori successivi) sono come quei crinali di montagna che facciamo fatica a superare ma a cui, una volta arrivati in vetta, siamo grati di esistere.

Potrei continuare con le citazioni, ma tutti i saggi meritano un’approfondita rilettura. Per due ragioni: riascoltare la voce di un grande maestro e rivendicare con orgoglio la qualità e l’originalità della ricerca italiana nel campo delle Digital Humanities. Troppo spesso ce ne dimentichiamo.

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